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Betori: «Dietro la “cartolina” di Firenze c'è un'identità»

Per una settimana il capoluogo toscano diventa il «centro» della Chiesa italiana, con 2.500 delegati. Martedì 10 la visita di Papa Francesco. L’arcivescovo di Firenze, presentando l’evento, ricorda come l’Umanesimo fiorentino non sia solo un fatto artistico, filosofico o culturale ma sia anche intriso di attenzione per l’uomo in ogni condizione di vita, soprattutto quella più sofferente.

Il card. Giuseppe Betori

«A Papa Francesco e ai delegati che parteciperanno al Convegno ecclesiale nazionale cercheremo di mostrare il senso della nostra città: tutti ci vedono come una cartolina ma noi sappiamo che dietro i monumenti di Firenze c’è una storia, una identità».

Così il cardinale Giuseppe Betori spiega lo spirito con cui la Chiesa fiorentina si sta preparando ad accogliere questo grande momento di incontro. Per l’Arcivescovo di Firenze, la scelta del capoluogo toscano come sede per un Convegno che ha per tema «In Gesù Cristo il nuovo umanesimo» non è certo priva di significati: soprattutto se si ricorda che l’Umanesimo fiorentino non è solo un fatto artistico, filosofico o culturale ma è anche intriso di attenzione per l’uomo in ogni condizione di vita, soprattutto quella più sofferente. 

«Questa caratteristica di Firenze – sottolinea Betori – che declina la sua vocazione culturale ed artistica avendo come orizzonte i più fragili e i più deboli, accompagna sempre la storia di questa città. L’ha accompagnata dal suo medioevo, attraverso i secoli, fino ad oggi. Noi oggi abbiamo molte manifestazioni di presenza anche sul versante delle cosiddette nuove povertà: l’aggressione per esempio che la droga o l’emarginazione sociale ha portato sui giovani o su altre condizioni fragili della vita umana. Su questo mi sembra che l’attenzione alla persona umana sia ancora fortemente vitale».

Questo è un messaggio che i partecipanti al Convegno potranno cogliere dal vivo, andando ad incontrare alcune realtà ecclesiali e civili di Firenze. E anche il Papa potrà toccare con mano questi aspetti della città anche perché, ricorda l’Arcivescovo, «al di là del suo intervento al Convegno della Chiesa italiana e alla Messa che è per tutta la comunità, avrà due occasioni che lo vedranno insieme proprio ai malati, ai disabili, ai poveri, agli emarginati che noi ogni giorno accogliamo e sfamiamo».

Qual è dunque il messaggio che potrà venire da queste giornate? Secondo il cardinale Betori, «Una ricomprensione più attuale di quella che è la vocazione di sempre di Firenze, una vocazione plenaria a una comprensione dell’umano che non dimentica nessuna delle sue dimensioni. Parlando con Papa Francesco – racconta l’Arcivescovo – ho già accennato, e lui ha convenuto su questo, dell’importanza del tenere insieme il vero, il bene, il bello, in unità: questa è l’esperienza di Firenze nelle sue espressioni più alte. Che oggi tutto questo debba essere rivisto in una funzione più missionaria, più estroversa rispetto a quello che è l’andamento della nostra città e della Chiesa fiorentina negli ultimi tempi: questo è il messaggio che ci attendiamo dal Papa. Che ci svegli un po’, ci sproni non ad essere diversi da quel che siamo ma a volgere la nostra identità “in uscita”, come egli ama dire».

Il «nuovo umanesimo» di cui si parlerà al Convegno è anche la risposta a una crisi che ha toccato in questi anni la società italiana, una crisi morale, sociale e culturale prima ancora che economica. Che risposte può dare a tutto questo la Chiesa italiana? «Risposte fondate sulla sua esperienza – afferma Betori – che tocca ogni giorno attraverso le sue comunità, a cominciare da quelle parrocchiali, tante situazioni di disumanità che allignano nella nostra società, pur considerata così evoluta. Ma anche le esperienze di umanizzazione che nascono dal cuore dei credenti o anche di altre esperienze umane con le quali noi entriamo in dialogo, abitando nel tessuto vivo della società del nostro tempo. Quindi non solo una risposta teorica sull’umano: c’è bisogno anche di questo, certo, di un messaggio che ridisegni nei suoi principi fondamentali le dimensioni dell’umano, anche in risposta a tutti i tentativi teoretici di negazione di questi principi, quei tentativi che parlano di tran-sumano o di post-umano. C’è bisogno anche di questo, a partire però da un’esperienza viva, da un ritessere le tante esperienze di umanizzazione che affrontano le tante situazioni di disumanizzazione che sono all’interno della società. Sono convinto che la Chiesa abbia tanto da dare ancora a questa nostra società italiana, in un senso più missionario, estroverso, in uscita».

Dal Convegno quindi non usciranno piani o programmi pastorali in senso stretto: per questo, ricorda Betori, la Chiesa italiana si affida agli Orientamenti pastorali decennali. I convegni ecclesiali, sottolinea, «sono piuttosto la declinazione sul versante sociale dell’impegno pastorale della Chiesa. Quindi aspettiamoci dal Convegno degli appelli per una presenza sociale della Chiesa che sia più in linea con l’istanza delle periferie, dell’uscire che il Papa continuamente richiama alla nostra coscienza. Questo ovviamente significa anche una conversione pastorale: quello che possiamo aspettarci è l’indicazione di uno spirito a stare in maniera nuova dentro alla dimensione storica e sociale a cui la Chiesa è chiamata dal suo Signore».

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