Vita Chiesa
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Card. Betori: nei migranti il volto di Cristo. Favorire l'incontro tra le culture

«Dove si incontra oggi il Signore? Egli stesso ce lo ha detto: in “uno solo di questi miei fratelli più piccoli” (Mt 25,40). Il volto del povero è per noi oggi il volto del Signore». Lo ha detto oggi il cardinale Giuseppe Betori, nell’omelia della Messa celebrata nella parrocchia della Beata Vergine Maria Madre delle Grazie all'Isolotto, in occasione della Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato.

L’Arcivescovo ha ricordato «il volto dei tanti uomini e donne che fuggono dal loro Paese per cercare condizioni degne di un essere umano e chiedono a noi accoglienza e solidarietà», che la Chiesa accoglie, come ha scritto il Papa nel messaggio per la Giornata, «senza distinzione e senza confini e per annunciare a tutti che “Dio è amore” (1Gv 4,8.16)». Una «Chiesa – ha detto ancora sempre citando il Papa - senza frontiere, madre di tutti, diffonde nel mondo la cultura dell’accoglienza e della solidarietà, secondo la quale nessuno va considerato inutile, fuori posto o da scartare». Anche se questi flussi migratori , ha proseguito sempre citando dal Messaggio della Giornata, «suscitano diffidenze e ostilità, anche nelle comunità ecclesiali, prima ancora che si conoscano le storie di vita, di persecuzione o di miseria delle persone coinvolte. In tal caso, sospetti e pregiudizi si pongono in conflitto con il comandamento biblico di accogliere con rispetto e solidarietà lo straniero bisognoso».

«Tutto questo – ha osservato il Cardinale - richiede capacità di interventi organici, assunzione di responsabilità da parte degli Stati e degli organismi internazionali per correggere le ingiustizie dei sistemi economici che perpetuano sacche di povertà e di guerra in tante parti del mondo, collaborazione tra le istituzioni e le forme solidarietà che nascono dalla società civile, impegno degli organismi caritativi ecclesiali e gesti di singoli discepoli di Gesù».

«Ma non tutto – ha ammonito - può risolversi con azioni istituzionali e organizzazione solidale. Tutto resterebbe senza anima se dovesse mancare l’incontro personale, il farsi carico delle storie di singoli e famiglie, l’ascolto delle narrazioni del dolore e il riconoscimento del valore dell’altro come persona». Da qui «la gratitudine della Chiesa fiorentina per quanto fanno tra noi Migrantes e Caritas, ma anche per tutte le iniziative più localizzate in parrocchie e aggregazioni. Come pure va riconosciuto l’impegno delle istituzioni sul nostro territorio».

«Infine, - ha detto ancora l’Arcivescovo - non possiamo nascondere che l’incontro con persone che vengono da Paesi lontani pone anche problemi di confronto e di convivenza tra culture. La difficoltà a comprendersi può creare muri difficili da abbattere, le incomprensioni generano gruppi sociali tra loro irriducibili, e in mondi chiusi possono inserirsi quanti non hanno interesse all’incontro ma al conflitto. Ne sono tragicamente testimoni i nostri giorni. Abbiamo bisogno di costruttori di ponti, di promuovere l’interesse a capire gli altri e le loro ragioni, di emarginare quanti invece sentono solo le ragioni dell’ostilità e dell’egemonia. Tutto questo ha il suo fondamento nel riconoscimento del valore e della dignità di ogni persona, nel rispetto di ogni convincimento, nel rifiuto di ogni violenza. E la libertà vive nel rispetto dell’altro, riconosciuto a me uguale, sempre attenti alle esigenze della solidarietà».

«La nostra missione – ha concluso - implica dunque l’intreccio di tre scenari: quello solidale, quello personale e quello culturale. Essi chiedono l’impegno delle comunità e delle singole persone».

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