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Card. Betori, pranzo con i poveri. «Una cultura condivisa non può nascere dalla negazione del Natale»

Pranzo di Natale con i più poveri per il cardinale Giuseppe Betori, che nell'omelia del mattino in cattedrale ha sottolineato come «l'attenzione alle antiche e nuove povertà, ai poveri» sia «parte integrante dell'esperienza religiosa del Natale».

L’arcivescovo di Firenze, card. Giuseppe Betori, ha pranzato oggi con le 520 persone - anziani, senza fissa dimora, nomadi e immigrati e a un centinaio di volontari - raccolte nella chiesa di Santo Stefano in Ponte a Firenze, dalla Comunità di Sant'Egidio in collaborazione con la Diocesi di Firenze. «Le difficoltà sono più grandi quando siamo nella solitudine, questo pranzo di Natale è invece il segno che nelle difficoltà non siamo soli» ha detto il cardinale Betori ai commensali. L'iniziativa, che si ripete da tempo, è accompagnata dalle cene, una svoltasi domenica scorsa, l'altra in programma sabato prossimo, nelle emergenze freddo e in altri luoghi della città, mentre il 27 dicembre sarà imbandito un pranzo nel carcere di Sollicciano.

 

In mattinata, presidendo in cattedrale la Messa di Natale, l’Arcivescovo aveva ripreso i temi già annunciati nella messa della notte. I tempi in cui viviamo – ha detto - sono «spesso dominati dal desiderio di cancellare Dio dall'orizzonte della vicenda personale e storica», un oscuramento che si riscontra «anche in un certo modo di pensare la ricerca umana, in cui un pericoloso scientismo vorrebbe opporre i percorsi della scienza a quelli della fede, quasi che la ragione debba per forza costringersi entro i confini dei dati sensibili e, a sua volta, la fede sia un parlare senza riferimenti oggettivi».

«Le tecniche – ha proseguito - sono strumenti utili e rispondere ai bisogni contingenti dell'uomo, nessuna di esse è però capace di dare soluzione ai problemi ultimi, massimamente il problema della morte. E così pure le scienze, se riescono a descrivere le strutture che reggono le modalità di essere del mondo, non sono però in grado di dire alcunché circa il suo fondamento, il suo significato, il suo fine». Per Betori, questo desiderio di «cancellare Dio visto come un'inutile ipotesi nella ricerca della spiegazione del reale e un pericoloso limite posto alla libertà», influisce anche nelle relazioni sociali. Si capisce allora come «da tali prospettive possano scaturire la scomparsa del riferimento a Gesù nei canti natalizi o la sparizione dello stesso termine Natale dai biglietti degli auguri. Possono sembrare fatti trascurabili, ma in essi si rivela un'incapacità a reggere l'urto dell'incrocio tra culture, popoli e religioni. Questo non si affronta invece negando le identità ma, al contrario, favorendone al massimo la reciproca conoscenza, fornendo a tutti l'alfabeto che permette di girare nelle nostre città e visitare i nostri musei consapevoli delle immagini e degli eventi che li abitano. Pensare che una cultura condivisa possa nascere dall'oscuramento dei fatti, è negare le conquiste più grandi della nostra civiltà, una perdita secca di identità e di valore». Infine sulla cultura «che vuole orientare i comportamenti privati e pubblici nel nostro mondo tende ad eliminare Dio dal fondamento delle scelte e quindi la stessa distinzione tra bene e male. Bene sarebbe tutto ciò che mi è possibile e mi attrae; male sarebbe ciò che non posso raggiungere e che mi ripugna», tutto «verrebbe lasciato alla nostra opzione. Cresce la confusione tra libertà e arbitrio».

Il Cardinale ha anche ribadito che «l'attenzione alle antiche e nuove povertà, ai poveri, è parte integrante dell'esperienza religiosa del Natale. Ne scaturisce un appello a far sì che tanto nelle decisioni di coloro che hanno responsabilità pubbliche quanto nei gesti personali di ciascuno si dia sempre il primato ai poveri e alle loro necessità, di cibo, di abitazione, di accoglienza, di riconoscimento della loro dignità di persone». «Se Dio si è fatto uomo, significa che l'uomo è dotato di un valore che lo rende unico nel mondo - ha detto ancora Betori -. Una dignità da riconoscere, rifiutando ogni ambiguo naturalismo. Una dignità da affermare, riconoscendola ad ogni persona umana, qualsiasi sia la sua condizione di vita e la sua collocazione nella società, dal primo istante del concepimento fino al compimento naturale del percorso di una vita nel tempo. Una dignità che va circondata di cura nelle sofferenze e nei problemi che ogni esistenza umana attraversa, in modo che nessuno si senta solo in nessun momento della vita, ma preso in carico da uomini e donne che si riconoscono suoi fratelli e sorelle».

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