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Cei, Bagnasco: su lavoro, famiglia, giovani e vita serve vera politica

Nella sua ampia prolusione al Consiglio permanente della Cei (20-22 marzo), il card. Bagnasco ha affrontato tanti temi, dal ddl sul fine vita all'emergenza lavoro, dalla grave crisi demografica, alla maternità surrogata, dalla vicinanza ai terremotati, alla solidarietà al vescovo di Locri, richiamando la politica alle sue responsabilità. Ecco una sintesi per tema.

Card. Angelo Bagnasco (Foto Sir)

«Vicinanza» ai terremotati. «Accompagniamo con fiducia la realizzazione dei primi interventi dello Stato e il sollievo delle famiglie che finalmente hanno una casa». Sono le parole della prolusione del cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei, al Consiglio permanente dei vescovi italiani – che si è aperto oggi a Roma – dedicate alle popolazioni terremotate, alle quali ha espresso ancora una volta, a nome di tutta la Chiesa italiana, la sua «vicinanza». Quella della Chiesa, ha esordito il porporato, «è una prossimità radicata nella storia del nostro Paese e si manifesta in una presenza capillare che innerva la nostra terra, prendendo il volto della storia, della cultura, di città, paesi e borghi». «Ne è segno anche la nostra vicinanza alle ampie zone del Centro Italia – ha proseguito – colpite da un sisma che ha cambiato profondamente il volto dei territori, ma non ha piegato popolazioni dignitose e fiere, capaci di sacrificio ed esempio per tutti». «Grazie all’esempio di queste comunità, all’impegno instancabile di istituzioni e volontari, può crescere in tutti l’orgoglio e la gioia di appartenere al nostro popolo e alla nostra storia», il tributo di Bagnasco.

Solidarietà al vescovo di Locri. Quella della Chiesa «è una prossimità radicata nella storia del nostro Paese e si manifesta in una presenza capillare che innerva la nostra terra, prendendo il volto della storia, della cultura, di città, paesi e borghi». «Ne è segno la condivisione della voglia di riscatto e di cambiamento – più grande di ogni intimidazione – che anima la società», ha sottolineato il cardinale, che si è riferito alle scritte di intimidazione apparse sul vescovado di Locri. «La nostra solidarietà in queste ore va, in particolare, a monsignor Francesco Oliva, vescovo di Locri, a quanti con lui stanno facendo memoria delle vittime innocenti della mafia, e a tutta la cara popolazione calabra», le parole del presidente della Cei.

Il presidente della Cei «non cerca la ribalta». «Presiedere la nostra Conferenza è certamente un compito, ma è innanzitutto una grazia», ha precisato il Cardinale, ringraziando il Papa non solo per i suoi prossimi viaggi pastorali in Italia (Milano, 25 marzo; Carpi, 2 aprile; Genova, 27 maggio), ma anche «per la fiducia che ha mostrato con la proroga alla mia presidenza, in modo da giungere alla prossima Assemblea generale, che sarà chiamata a eleggere la terna relativa alla nomina del nuovo presidente». Essere a capo della Chiesa italiana, secondo Bagnasco, «richiede l’umiltà che non si compiace, ma serve e rende capaci di ascoltare veramente i Confratelli, nel segno della stima sincera e della reciproca fiducia, per tentare delle sintesi limpide e alte». Per questo, ha proseguito, «chi presiede non ha bisogno di avere un proprio programma, ma – in spirito di cordiale obbedienza – accoglie prontamente le indicazioni del Papa, Primate d’Italia, e, insieme ai Confratelli e al vissuto delle Comunità, le declina al meglio per le nostre Chiese. Sapendo anche che, quanto più la Comunità cristiana è viva e vitale, tanto più è fermento benefico per la società intera». All’umiltà e all’obbedienza «si accompagna la discrezione», ha detto il cardinale, che «non cerca la ribalta, anche se l’accetta quando s’impone per dovere, e non esibisce quanto il ruolo richiede in termini di conoscenze e di relazioni». L’inserimento nella Presidenza, poi, «è un aiuto formidabile, insieme alla Segreteria generale e agli Uffici della Cei: nel suo complesso, questa struttura provvidenziale incoraggia e sostiene», la testimonianza di Bagnasco.

Lavoro resta «prima e assoluta urgenza». Populismo «pericoloso». «La prima e assoluta urgenza resta ancora il lavoro», ha ribadito il presidente dei vescovi italiani, ricordando che «sono ormai lunghi anni che il problema taglia la carne viva di persone – adulti e giovani – e di famiglie». «La vita della gente urla questa sofferenza insopportabile», il monito del cardinale: «Deve avere la sicurezza nei fatti che questo grido è ascoltato e preso in seria e diuturna considerazione. Sarebbe nefasto che nei luoghi della responsabilità la voce dei disoccupati e dei poveri arrivasse flebile e lontana». «Semplificare le realtà difficili e complesse non è giusto», ha denunciato Bagnasco: «Questo approccio genera populismo facile e superficiale, spesso urlato, a volte paludato, comunque ingannatore e inconcludente, e seriamente pericoloso!». «Il primo e efficace ammortizzatore sociale è stata ed è la famiglia – ha proseguito il presidente della Cei – nella quale i risparmi ancora rimasti e le pensioni dei nonni continuano ad essere l’ancora per tutti – figli e nipoti –; dove, soprattutto, ciascuno può rigenerare le proprie energie spirituali e morali per non arrendersi e lottare». «Nonostante tutto, la gente resta generosa, attenta ai più bisognosi, mostrando un’anima nobile che nessuna ombra può oscurare», la constatazione di Bagnasco: «Il popolo vuole vedere il mondo politico piegato su questo prioritario dramma, mentre invece lo vede continuamente distratto su altri fronti, nonché chiuso in una litigiosità dove non entra per nulla il bene del Paese». «Non rinunciamo a riconoscere nella politica una forma alta di carità, cioè di servizio al popolo, attenta ad affrontare questioni quali il lavoro, la famiglia, i giovani, l’inverno demografico», ha affermato il presidente della Cei: «C’è bisogno di politica autentica, di pace istituzionale, ed è qualunquista ghigliottinare lo Stato».

«Ogni anno emigrano circa 30mila giovani», 6mila «si rinchiudono in casa». «Nel nostro splendido Meridione – ha ricordato - la disoccupazione giovanile è arrivata al 57%, mentre la media italiana è del 40%: ogni anno emigrano dal nostro Paese circa trentamila giovani in cerca di fortuna!». «Se si considera che per portare un figlio da zero a 18 anni sono necessari mediamente 171mila euro, si comprende quale capitale si impieghi – oltre le energie spirituali, morali e sociali – per preparare giovani che porteranno la loro formazione e competenza fuori dall’Italia», ha proseguito: «Altro fenomeno che sembra essere sconosciuto, riguarda coloro che – non avendo un impegno di studio né un’occupazione – si rinchiudono in casa creandosi un mondo virtuale: in Italia si stima che siano almeno 6.000». Eppure, «il 92% dei giovani dichiara il desiderio di farsi una propria famiglia e di avere due o più figli», ha sottolineato il cardinale, secondo il quale «si tratta di uno straordinario dato di fiducia, reso purtroppo vano dalla mancanza di lavoro stabile». «Senza lavoro non c’è dignità personale, non c’è sicurezza sociale, non c’è possibilità di fare famiglia, non c’è futuro», il grido d’allarme della Chiesa italiana: sarà questo il tema della prossima Settimana Sociale. Altri Paesi, ha fatto notare il cardinale, «da sempre vivono quella che potremmo chiamare la cultura del cambio di lavoro: sicuramente ha dei vantaggi, specialmente in tempi di forte crisi». «Ma questa mentalità non sembra appartenere alla nostra cultura, che – a sua volta – contiene altri vantaggi», la tesi del presidente della Cei: «La preparazione seria, la capacità di relazione, il senso di squadra, lo spirito di adattamento… ed altro ancora, sono ingredienti qualificanti». Senza contare che «l’affezione al proprio lavoro e il senso di appartenenza a un ambiente, sono valori importanti per i lavoratori e per le aziende: richiedono una certa stabilità».

«Preoccupazione per continua decrescita demografica». Sì a «fattore famiglia». In Italia, «sta crescendo la preoccupazione per la continua decrescita demografica: nel 2015 le nascite erano 486.000, nel 2016 c’è stato il nuovo record negativo di 474.000 (- 2,4%), tenendo conto anche dei bambini nati da famiglie di immigrati, mentre l’età media risulta crescere in maniera sensibile». A questo proposito il Presidente della Cei si è chiesto: «Esiste una incisiva politica che incoraggi e sostenga la natalità?». Oltre al lavoro, per la Chiesa italiana è «urgente incidere su una fiscalità più umana»: di qui la richiesta di giungere al cosiddetto «fattore famiglia» che le associazioni, a partire dal Forum delle Famiglie, «propongono da anni». Nel nostro Paese, inoltre, le famiglie cosiddette numerose, cioè con quattro figli e oltre, sono 150mila, mentre quelle con almeno tre figli sono circa un milione: «La comune testimonianza è che i figli rigenerano i genitori», ha esclamato Bagnasco. Per il presidente della Cei, «la bellezza e la necessità della famiglia, fondata sul matrimonio e aperta alla vita, non verranno mai meno, anche se un certo pensiero unico continua a denigrare l’istituto familiare e a promuovere altri tipi di unione, che non sono paragonabili in ragione delle peculiarità specifiche della famiglia, a partire dalla valenza educativa per i figli e dall’importanza vitale che la famiglia costituisce per il tessuto sociale». «Veramente non si comprende, al di fuori di una visione ideologica, la costante e crescente azione per screditarla e presentarla come un modello superato o fra altri, tutti equivalenti», la constatazione di Bagnasco.

«Maternità surrogata» è «nuova forma di colonialismo capitalistico». Facilitare adozioni. «Essere genitore - ha poi ricordato - è una cosa buona e naturale, ma non a qualunque condizione e a qualunque costo». E ha rivendicato «il diritto dei figli ad essere allevati da papà e mamma, nella differenza dei generi che, come l’esperienza universale testimonia, completa l’identità fisica e psichica del bambino». Diversamente, ha spiegato il cardinale, «si nega ai minori un diritto umano basilare, garantito dalle Carte internazionali e riconosciuto da sempre nella storia umana. Tale diritto non può essere schiacciato dagli adulti, neppure in nome dei propri desideri». «Una violenza discriminatoria viene esercitata anche verso le donne con la pratica della maternità surrogata», ha denunciato il porporato, secondo il quale nel caso dell’«utero in affitto» avviene «una duplice ingiustizia»: innanzitutto è violata la Dichiarazione dei diritti del fanciullo, che sancisce come «salvo circostanze eccezionali, il bambino in tenera età non deve essere separato dalla madre». In secondo luogo, «sono negati i diritti delle madri surrogate, che diventano madri nascoste, anzi inesistenti, dopo essersi sottoposte – spinte per lo più dalla povertà – ad una nuova forma di colonialismo capitalistico: si commissiona un bambino, potendosi servire anche di elenchi – si fa fatica perfino a dirlo – di ‘cataloghi’ che indicano paesi, categorie di donne, opzioni e garanzie di riuscita del ‘prodotto’ che – se non corrisponde – viene scartato». «È questa la civiltà, è questo il progresso che si desidera raggiungere?», si è chiesto Bagnasco. «Spesso si sente dire che certe soluzioni sono auspicabili in rapporto alla triste realtà di tanti bambini senza famiglia in attesa di adozione», ha denunciato il cardinale ricordando che l’Italia «è il secondo paese per numero di adozioni, dietro solamente agli Stati Uniti» e che «ogni anno 10mila famiglie chiedono di adottare un minore». «Purtroppo, il tempo medio per l’adozione è di tre anni e tre mesi, con punte di cinque anni e mezzo!», ha esclamato Bagnasco, invitando a «prendere atto che le famiglie che chiedono e attendono l’adozione in Italia sono una moltitudine, mentre l’inefficienza del sistema causa percorsi estremamente lunghi e difficoltosi, tali da mettere a dura prova quello slancio solidale dei genitori che è un altro segno dell’anima del nostro popolo».

No a «teoria del gender», genitori e insegnanti «vigilino» nelle scuole. «Nessuna iniziativa, come nessun testo che promuova concezioni contrarie alle convinzioni dei genitori, deve condizionare – in modo diretto o indiretto – lo sviluppo affettivo armonico e la sessualità dei minori che, in quanto tali, non possono difendersi». E’ il monito del card. Bagnasco, che ha messo in guardia, ancora una volta, dalla cosiddetta teoria del «gender», ricordando che, al contrario, la Convenzione Europea del 1950 «sancisce il diritto nativo e inviolabile dei genitori all’educazione dei figli». «Non di rado accade, in alcuni Paesi europei, che, con motivazioni condivisibili, si trasmettano visioni e categorie che riguardano la cultura del gender, e si banalizza la sessualità umana ridotta ad un vestito da cambiare a piacimento», la denuncia del presidente della Cei, che ha ricordato come Papa Francesco abbia più volte espresso «una preoccupazione grave» riguardo a quella che lui stesso ha definito una «colonizzazione ideologica», che «mira a cancellare la differenza sessuale perché non sa più confrontarsi con essa». «Rischiamo di fare un passo indietro, la rimozione della differenza, infatti, è il problema, non la soluzione», le parole di Francesco a proposito dell’«indottrinamento della teoria del gender», a partire dai banchi di scuola. «Docenti e genitori non possono stare a guardare o limitarsi alla lamentela», l’esortazione di Bagnasco sulla scorta del progetto «Immìschiati» promosso dal Forum delle associazioni familiari: «È necessario che gli adulti siano molto vigili; in particolare, i genitori, mentre si danno disponibili per gli Organi di partecipazione previsti dalla legge, si devono coinvolgere insieme agli altri genitori per il bene della scuola in ogni suo aspetto, sapendo che il Progetto Formativo annuale deve avere sempre il consenso informato della famiglia».

Né accanimento, né eutanasia. Ddl fine vita riduce medico a «funzionario notarile». La «legge sul fine vita, di cui è in atto l’iter parlamentare», per il Cardinale Bagnasco «è lontana da un’impostazione personalistica; è, piuttosto, radicalmente individualistica, adatta a un individuo che si interpreta a prescindere dalle relazioni, padrone assoluto di una vita che non si è dato». A questo proposito ha ricordato che «la vita è un bene originario: se non fosse indisponibile tutti saremmo esposti all’arbitrio di chi volesse farsene padrone». «Questa visione antropologica, oltre ad essere corrispondente all’esperienza, ha ispirato leggi, costituzioni e carte internazionali, ha reso le società più vivibili, giuste e solidali», ha fatto notare il presidente della Cei. «È acquisito che l’accanimento terapeutico – di cui non si parla nel testo – è una situazione precisa da escludere, ma è evidente che la categoria di ‘terapie proporzionate o sproporzionate’ si presta alla più ampia discrezionalità soggettiva, distinguendo tra intervento terapeutico e sostegno alle funzioni vitali», il rilievo del card. Bagnasco a proposito del ddl in discussione: «Si rimane sconcertati – ha aggiunto – anche vedendo il medico ridotto a un funzionario notarile, che prende atto ed esegue, prescindendo dal suo giudizio in scienza e coscienza; così pure, sul versante del paziente, suscita forti perplessità il valore praticamente definitivo delle dichiarazioni, senza tener conto delle età della vita, della situazione, del momento di chi le redige: l’esperienza insegna che questi sono elementi che incidono non poco sul giudizio». «La morte non deve essere dilazionata tramite l’accanimento, ma neppure anticipata con l’eutanasia», ha affermato il presidente della Cei ribadendo la posizione tradizionale del magistero della Chiesa: «Il malato deve essere accompagnato con le cure, la costante vicinanza e l’amore. Ne è parte integrante la qualità delle relazioni tra paziente, medico e familiari».

I tre livelli dell’azione della Chiesa a favore dei migranti. «Continua l’attenzione e l’impegno solidale del nostro Paese verso i flussi di tanta povera gente che fugge da guerra, fame, persecuzione religiosa ed etnica, alla ricerca di un futuro migliore» che si articola su tre livelli. Innanzitutto, ha spiegato Bagnasco, «con un’azione di sostegno direttamente nei Paesi di provenienza: per fermarci agli ultimi 4 anni, sono 2.727 i progetti di formazione e sviluppo sociale sostenuti con fondi 8xmille destinati alla Chiesa cattolica, con uno stanziamento pari a 370 milioni e 400mila euro». In quest’ottica, va letta anche l’iniziativa straordinaria della Cei «Liberi di partire, liberi di restare», che «punta a costruire un ponte tra le nostre Chiese e, in particolare, quelle dell’Africa e ha per beneficiari principali i migranti minorenni». Il progetto, ha reso noto Bagnasco, prevede un impegno complessivo di 30 milioni di euro, tratti sempre dai fondi 8xmille.Un secondo livello di intervento riguarda «il coinvolgimento diretto anche della Cei nella realizzazione di corridoi umanitari per l’arrivo in Italia di profughi, fuggiti da Paesi in conflitto: attraverso le diocesi si accompagnerà un adeguato processo di integrazione ed inclusione nella società italiana». Il terzo livello, infine, vede «la presenza operosa della Chiesa, in collaborazione con le Autorità locali competenti»: «Parrocchie, istituti religiosi, associazioni e gruppi, Caritas diocesane e Uffici Migrantes: ogni risorsa è in campo – ha garantito Bagnasco – nell’ottica dell’accoglienza sempre necessaria, ma anche nell’intento di integrare coloro che mostrano nei fatti di volerlo, di partecipare attivamente ai percorsi previsti, di imparare la lingua, di conoscere il nostro Paese e la sua cultura, di cominciare ad amarlo come il proprio, operando per il bene comune».

«Più Europa» per fronteggiare Brexit e populismi. «L’Unione Europea deve uscire dai propri ambienti chiusi, e arrivare idealmente fino alle nostre coste; deve farsi più responsabile e meno giudicante». E’ l’appello con cui il card. Bagnasco ha concluso la sua prolusione al Consiglio permanente della Cei. «A giorni sarà celebrato qui a Roma il 60° anniversario dell’inizio dell’Unione Europea», ha ricordato il cardinale: «Come Pastori di questo Paese che fu uno dei fondatori, siamo lieti e preghiamo perché il cammino intrapreso non solo prosegua e si allarghi, ma in primo luogo migliori». «A fronte della Brexit e di altri movimenti populisti, noi crediamo che l’Unione sia un percorso necessario per il bene del Continente», ha ribadito il porporato a nome della Chiesa italiana. «C’è ancora più bisogno d’Europa, ma ad una condizione», ha ripetuto anche in veste di presidente del Ccee: «Che l’Europa non diventi altro rispetto a se stessa, alle sue origini giudaico-cristiane, alla sua storia, alla sua identità continentale, alla sua pluralità di tradizioni e culture, ai suoi valori, alla sua missione». Per Bagnasco, «l’Unione non è fatta dai Capi di Stato, ma dai popoli degli Stati membri, ed è ai popoli che bisogna pensare con stima e rispetto senza imporsi». «Accelerare i processi – ha ammonito – non può significare l’omologazione di culture e tradizioni, e neppure la ricerca di compromessi al ribasso, né aggirare le dichiarazioni e le leggi comuni. E neppure limitare le sovranità nazionali. I Capi degli Stati e dei governi sanno che essi sono delegati dei loro popoli e che nelle decisioni comuni devono tener conto delle loro nazioni».

Testo integrale della Prolusione

Cei, Bagnasco: su lavoro, famiglia, giovani e vita serve vera politica
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