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Cei, card. Bagnasco: «Tenuta società non dipende da buone leggi, ma da famiglia»

Nella conferenza stampa di presentazione del comunicato finale sulla recente Assemblea dei vescovi italiani (18-21 maggio), il presidente Angelo Bagnasco ha illustrato le principali questioni trattate senza sottrarsi a domande anche su altri temi, dallo stipendio dei sacerdoti al questionario sulla famiglia, dal Jobs act alla revisione delle Diocesi.

Il card. Angelo Bagnasco (Foto Sir)

«La tenuta della società non dipende dalle buone leggi, ma dipende dalla famiglia, scuola primaria e palestra fondamentale in cui i suoi componenti imparano a capirsi, conoscersi, sostenersi, aspettare i tempi degli altri». Ne è convinto il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza episcopale italiana, che rispondendo ad una domanda su un eventuale esito positivo al referendum in Irlanda ha ricordato una frase di Papa Francesco: «Se si indebolisce la famiglia, si indebolisce la società». Riguardo al referendum irlandese non bisogna chiedersi, dunque, «cosa comporta per il Vaticano – come gli era stato domandato dal giornalista – ma cosa comporta per la famiglia». «Se la famiglia, come sempre si sente dire – ha argomentato il presidente ella Cei – è basata sul matrimonio, è il fondamento, il principio originario della società e dello Stato, tanto che tutti riconoscono che prima c’è la famiglia e poi lo Stato: se questo è vero, qualunque assimilazione di nuclei, di rapporti umani, all’istituto familiare, alla realtà familiare, non fa bene alla famiglia ma non fa bene alla società».

«La famiglia non è soltanto il grembo naturale della vita – ha ricordato il card. Bagnasco – dove la vita viene accolta, generata, procreata, ma anche la prima e fondamentale scuola di società e di socialità, di virtù umani e civili». «Se si spegne questo, nel dialogo tra le generazioni e i generi, la società ne riflette negativamente», ha concluso il cardinale.

Salario di cittadinanza. «So che se ne parla molto, con opinioni diversificate». Così il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza episcopale italiana, rispondendo alle domande dei giornalisti, ha commentato il «salario di cittadinanza» che in alcuni nostri territori si sta sperimentando. «Guardo ad altri Paesi del Nord Europa, dove questa forma è presente – ha proseguito il cardinale - e dove ci sono risultati positivi, in Paesi ben più ricchi e benestanti di noi, dove però – ha precisato – questa formula non garantisce nessuna forma di assistenzialismo, ma una forma di accompagnamento e di sostegno». «Io credo che nessuno voglia vivere di assistenza», ha commentato il presidente della Cei, «e che una volta ritrovata la propria dignità, voglia vivere con il lavoro delle proprie mani».

«È un bene che si metta in moto il lavoro, che non sia più ingessato, basta però che il prezzo non sia pagato con la mancanza di lavoro o con la precarietà che diventa instabilità». Così il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza episcopale italiana, ha risposto a una domanda sul Jobs Act. Citando il caso di Genova, il presidente della Cei ha esortato a «bilanciare le due cose: un mondo del lavoro più flessibile e un lavoro che non sia precario, cioè insicuro, instabile». «Il che non vuol dire posto fisso a vita», ha precisato, ma l’avere un lavoro che offra la possibilità di «progettarsi».

Il questionario sul Sinodo. «Anche l’Italia ha fatto un lavoro particolarmente capillare, anche se i tempi erano ristretti», ha risposto il cardinale Angelo Bagnasco a una domanda sui risultati del questionario in preparazione al Sinodo sulla famiglia inviato alle Chiese di tutto il mondo. «In base alle indicazioni della Segretaria del Sinodo, che aveva dato, come l’anno scorso, l’indicazione di non pubblicare i risultati, noi vescovi italiani ci siamo attenuti a questa direttiva». Interpellato, inoltre, sul «gap» che in altri questionari di altre Chiese esiste tra il magistero ecclesiale sulla famiglia e la prassi, il presidente della Cei ha risposto: «Certo, esiste anche in Italia, sia pure con misure diverse». Il contributo delle diocesi al Sinodo, ha riferito il cardinale ai giornalisti, è stato il «filo rosso» dell’Assemblea che si è appena conclusa, in tre momenti: la relazione della Segreteria generale della Cei di sintesi del materiale che le diocesi avevano elaborato; i 10 laboratori tra i vescovi, «in cui abbiamo raccontato anche l’esperienza delle diocesi»; il terzo momento della sintesi finale, presentata da monsignor Mario Meini. La prossima Assemblea straordinaria della Cei, in programma a novembre ad Assisi, sarà dedicata alla vita e alla formazione del clero, che porterà a conclusione la riflessione iniziata nell’assise straordinaria dell’anno scorso. 

Lo «stipendio» dei sacerdoti. Il valore del «punto» in base al quale si calcola l’ammontare dello stipendio dei sacerdoti «non aumenta da 6 o 7 anni», e si aggira intorno ai 12 euro, ha detto il cardinale Bagnasco, rispondendo alle domande sulla ripartizione dei fondi dell’otto per mille. «Le ragioni sono ovvie», ha commentato a proposito degli stipendi bloccati dei sacerdoti: «Ci guardiamo in giro e vediamo la crisi che continua: non possiamo aumentarci lo stipendio!». «Nessuno si lamenta», ha fatto sapere il presidente della Cei: «Anzi i sacerdoti, soprattutto quelli che vivono in parrocchia e che sono per così dire ‘assediati’ da chi non ha lavoro, ci mettono del proprio». Interpellato sulla diminuzione del gettito dell’otto per mille, il cardinale ha risposto che è determinato da due motivi: uno è il calo dell’Ire in ingresso - «lo Stato ci ha trattenuto quello che ci aveva dato in più per sbaglio l’anno scorso» -, l’altro è il calo delle firme del 2%. Per gli interventi caritativi la Cei ha stanziato per il 2015 265milioni di euro, 20milioni in più rispetto all’anno scorso, mentre per le esigenze di culto 3mila in meno (403 milioni rispetto ai 433 del 2014). Meno 50 milioni di euro per il sostentamento del clero: 327milioni di euro a fronte di 377, più 10 milioni invece (da 30 a 40) per le esigenze di rilievo nazionale.

Revisione delle Diocesi. «Abbiamo pensato di chiedere alle Regioni ecclesiastiche di avviare una riflessione serena, a seconda delle necessità, e di fare ipotesi a partire da situazioni concrete». Il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei, ha illustrato così il processo di riduzione delle diocesi chiesto ai vescovi italiani dal Papa. «225 diocesi sono eccessive, su un territorio come l’Italia, se paragonato a una nazione come l’Argentina. Ma fanno parte della nostra storia e della nostra tradizione ed esprimono la prossimità, la vicinanza della Chiesa, dei pastori che il Santo Padre continua a incoraggiare e sostenere». «È anche vero – ha proseguito – che ci sono diocesi piccolissime: 50mila, 30mila abitanti, su territori molto estesi». «Il Santo Padre – ha riferito il card. Bagnasco – si rende conto sempre di più di quello che noi percepiamo: lo Stato tende a razionalizzare, a togliere scuole, uffici postali, Provincia, qualche volta il Comune, la comunità montana… tutti quei gangli che formano reti di sostegno del tessuto sociale. E molti ci dicono: ‘Ci abbandonate anche voi?’». Di qui la richiesta fatta alle Regioni ecclesiastiche. Sulla difficoltà, in Italia, di accorpare le diocesi, il card. Bagnasco ha citato il caso di Urbino, 55mila abitanti su un territorio molto esteso: «Scese in campo perfino Carlo Bo, allora rettore dell’Università, per evitare l’accorpamento con Pesaro».

Fonte: Sir
Cei, card. Bagnasco: «Tenuta società non dipende da buone leggi, ma da famiglia»
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