Vita Chiesa
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Dalla Leopolda alla Fortezza da Basso. Dall’ascolto alla concretezza

Sì, a noi piace il modello Fortezza da Basso, scelto dai cattolici italiani per interrogarsi sul futuro della Chiesa italiana e sulla presenza dei credenti in questo Paese benedetto. Chi scrive questo articolo ha avuto la fortuna di partecipare ad un tavolo di discernimento sulla Via dell’abitare. Un’autentica esperienza cristiana di ascolto e di parresia

Dalla Leopolda alla Fortezza da Basso. Dall’ascolto alla concretezza

È difficile sottrarsi alla tentazione di evocare il fascino della Leopolda. Il luogo culturale e politico del renzismo nascente e che ne ha sancito, di fatto, la leadership nel campo della sinistra italiana. Ma ci sottraiamo ad ogni forzata analogia per sostenere che a noi, invece, piace il modello Fortezza da Basso, scelto dai cattolici italiani per interrogarsi sul futuro della Chiesa italiana e sulla presenza dei credenti in questo Paese benedetto.

Ebbene, è giusto apprezzare il metodo adottato per interrogarsi, in autentica e profonda libertà,  sulle cinque Vie di Firenze: uscire, annunciare, abitare, educare e trasfigurare.  Il metodo è stato quello del discernimento evangelico che ha trovato una traduzione comune in tutti i tavoli (composti da dieci componenti), attraverso le risposte a una domanda che ha riportato ciascuno alla radice comune: “Quale parola, gesto, episodio della vita di Gesù – anche alla luce di quanto vissuto e ascoltato in questi giorni – indica uno stile di…(uscire, annunciare, abitare, educare e trasfigurare) che vorremmo e potremmo fare nostro?”. Questa grande domanda, alla quale è seguito un momento di riflessione silenziosa, ha consentito a ciascuno di “svuotarsi” dai pregiudizi, come ha chiesto Papa Francesco, per fare spazio all’ispirazione dello Spirito.

Chi scrive questo articolo ha avuto la fortuna di partecipare ad un tavolo di discernimento sulla Via dell’abitare. Un’autentica esperienza cristiana di ascolto e di parresia. Una franchezza evangelica che ci ha consentito di dirci cose scomode, senza mai toccare o ferire le nostre sensibilità così diverse e così ricche.

Verrebbe da dire, alla maniera di Francesco, che sa essere severo senza mai ferire la pelle sensibile di tutti,  credenti e non credenti, uomini e donne, vicine e lontani. Una parola che non giudica, ma interroga. Che scava, ma non lacera. Che svuota, ma restituisce senso.

Insomma, un’esperienza da vivere e che è difficile raccontare senza tradire la fiducia degli amici che si sono alternati nel racconto di sé, per proporre qualcosa che avesse un significato concreto per gli altri. Perché è difficile, riconosciamolo, che le nostre vite diventino un’astrazione. In fondo è quello che Papa Francesco ci chiede con pazienza e tenacia: siate autentici, ma nel rispetto del principio di realtà. Che lui ha indicato nella Evangelii Gaudium con l’espressione “la realtà è superiore all’idea”. Dove l’idea va interpretata anche come ideologia che soffoca l’umano o gnosticismo. Quella tentazione che il Papa ha evocato nella cattedrale di Firenze: “Lo gnosticismo porta a confidare nel ragionamento logico e chiaro, il quale però perde la tenerezza della carne del fratello. Il fascino dello gnosticismo è quello di ‘una fede rinchiusa nel soggettivismo, dove interessa unicamente una determinata esperienza o una serie di ragionamenti e conoscenze che si ritiene possano confortare e illuminare, ma dove il soggetto in definitiva rimane chiuso nell’immanenza della sua propria ragione o dei suoi sentimenti’ (Evangelii gaudium, 94)”.  E ancora: “La differenza fra la trascendenza cristiana e qualunque forma di spiritualismo gnostico sta nel mistero dell’incarnazione. Non mettere in pratica, non condurre la Parola alla realtà, significa costruire sulla sabbia, rimanere nella pura idea e degenerare in intimismi che non danno frutto, che rendono sterile il suo dinamismo”.

Ecco, per quello che vale, noi del tavolo… abbiamo preso sul serio le parole di Francesco e passando dalla Parola alla carne abbiamo formulato tre concretissime proposte che speriamo “possano diventare patrimonio comune della cultura pastorale delle nostre comunità per coltivare e declinare lo stile dell’abitare”. Siamo tutti assolutamente consapevoli che le nostre proposte saranno messe in fila con le altre e che forse non troveranno spazio nelle conclusioni finali. Ma volete mettere la soddisfazione di poterle articolare e soprattutto di trovare qualcuno che ci ascolti e ci prenda sul serio? Ecco, l’ascolto. Se dovessimo tirare una conclusione è questa:

abbiamo fatto una grande esperienza di ascolto. Nel mondo della disintermediazione fatta sistema, dei poteri più o meno occulti, della disumanizzazione strisciante, della tecnologia irresponsabile, che ci sia un popolo che sa ascoltare (perché si esercita nel discernimento) è una promessa di futuro.

Che poi questo popolo sia cattolico, dovrebbe dare qualche motivo di speranza all’Italia.

Fonte: Sir
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