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È un gesuita fiorentino il pastore dei cristiani dell’Anatolia

Nostra intervista al gesuita fiorentino Paolo Bizzeti che il 29 novembre scorso ha iniziato il suo ministero episcopale di Vicario apostolico dell'Anatolia nella cattedrale di Iskenderun, in Turchia. Il suo predecessore, mons. Luigi Padovese fu ucciso nel 2010 da un gesto folle del suo autista.

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Mons. Paolo Bizzeti il giorno del suo insediamento a Iskenderun

Papa Francesco lo ha voluto come vescovo di un territorio più grande dell’Italia: il vicariato apostolico dell’Anatolia copre tutto l’est della Turchia, dal Mar Nero al Mediterraneo fino ai delicatissimi confini con Armenia, Siria, Iran, Irak. Uno dei punti nevralgici negli scenari internazionali, uno dei luoghi in cui i rapporti tra popoli e religioni vivono in questi tempi così difficili le tensioni più drammatiche. Il suo predecessore, monsignor Luigi Padovese, fu ucciso nel 2010 da un gesto folle del suo autista.

Eppure il vescovo Paolo Bizzeti (o padre Paolo, come tanti fiorentini continuano a chiamarlo) affronta tutto questo con il sorriso. «Certo – dice – sto con gli occhi aperti, so che sono stato chiamato a un incarico complesso, difficile e pericoloso. Ma l’accoglienza che ho ricevuto dalle comunità cristiane mi dà la spinta a voler essere lì con loro, per condividere gioie e sofferenze di questa terra».

Lo scorso primo novembre ha ricevuto a Padova l’ordinazione episcopale, il 29 novembre ha celebrato la Messa di inizio del suo ministero episcopale nella cattedrale di Iskenderun. La città in cui ha sede il suo episcopio (in italiano «Alessandretta») si trova sulla costa del Mediterraneo, a pochi chilometri dal confine con la Siria. Rientrato in Italia dopo Natale, nel giorno dell’Epifania ha celebrato la Messa nel Duomo di Firenze, insieme al cardinale Giuseppe Betori: un’occasione per salutare le tante persone che hanno condiviso con lui un cammino spirituale e che magari si sono fatte trascinare dal suo amore per questa zona del mondo così intrisa di riferimenti biblici: un amore che ha portato a numerosi pellegrinaggi e alla nascita di un’associazione, gli Amici del Medio Oriente (Amo).

Quanto pesano, in questo incarico che ha appena iniziato, le sue radici fiorentine e toscane?

«Non c’è dubbio che l’apertura alla mondialità, la sensibilità verso i problemi del Medio Oriente sposata all’interesse per la Bibbia, per San Paolo, è maturata a Firenze, dentro la Congregazione Mariana dei Gesuiti, in viale don Minzoni. La Firenze della mia gioventù era la Firenze di La Pira, di don Milani, di padre Balducci. Poi, nel periodo in cui sono stato superiore dei Gesuiti a Firenze ho fatto alcuni viaggi in Medio Oriente, pellegrinaggi biblici che hanno portato a entrare in relazione con le comunità cristiane. Da lì è nata l’associazione, Amici del Medio Oriente, che oggi è una Onlus e promuove itinerari formativi, incontri, scambi internazionali. Una realtà piccola ma molto attiva, chi vuole può trovarne notizie sul sito internet».

Il vicariato apostolico che dovrà guidare è molto esteso e pieno di storia: Tarso dove è nato San Paolo, Antiochia, Efeso... Oggi però i cristiani sono poche migliaia, i preti una dozzina. Quale può essere il ruolo di queste piccole comunità in uno scenario complesso e a volte drammatico?

«Intanto dobbiamo chiarire che gran parte di questa drammaticità è interna al mondo musulmano: il maggior numero di vittime dell’Isis è costituito da musulmani. Non c’è solo la frattura storica tra sciiti e sunniti ma una enorme frammentazione, che poi di riflesso riguarda anche le altre presenze religiose. C’è anche un altro aspetto: in Medio Oriente è in corso una ristrutturazione del ruolo e della presenza delle grandi potenze mondiali che stanno ridefinendo assetti, rapporti politici, ecomomici...».

Come si intreccia con tutto questo l’aspetto religioso?

«Si intreccia in maniera profonda: nella nostra cultura c’è stata una separazione tra religione e vita pubblica, e anche questo ha i suoi lati negativi, fino al rischio di relegare la religione a un fatto privato. Qui invece i problemi sono diversi. La presenza cristiana, come percentuale, non è poi così diversa oggi da quelle che erano le comunità cristiane dei primi secoli. Segno che non contano i numeri. Ci sono comunità antiche di duemila anni, sono i luoghi in cui la Chiesa stessa è nata e si è sviluppata. Oggi il cristianesimo da queste parti viene identificato con l’Occidente, che ha portato le due guerre del Golfo che hanno destabilizzato tutta l’area mediorientale. C’è da recuperare un’immagine di autonomia, far capire che come Chiesa cattolica non ci identifichiamo con le politiche delle potenze occidentali».

Il suo territorio è un crocevia di profughi: quello delle popolazioni in fuga dalla guerra è uno dei grandi drammi del nostro tempo. Come va affrontato?

«Intanto c’è una grande emergenza immediata a cui dobbiamo far fronte. Persone che rischiano la vita, che si trovano in condizioni disumane. Non possiamo non prenderci cura di loro se vogliamo dirci cristiani, o anche semplicemente uomini. Poi, a lungo termine, bisogna attrezzarsi per aiutare i profughi nelle zone da cui provengono. Questo per evitare i viaggi della disperazione, con tutti quegli aspetti di speculazione che ruotano intorno; ma anche per consentire alle persone di restare vicini alla propria terra. E anche, aspetto non secondario, per un motivo pratico: con lo stesso aiuto economico si può fare molto di più in certi territori di quanto si potrebbe fare in Italia o in Europa. Ma tutto questo deve essere fatto in maniera continuativa, strutturale: non può essere limitato alla spinta emotiva di un momento Parliamo di un fenomeno che riguarda centinaia di migliaia di persone».

Lei ha legami anche con associazioni come Agata Smeralda, che l’aiutano nelle attività a favore delle popolazioni. Cosa possiamo fare dalla Toscana per sostenere l’impegno delle comunità cristiane in questo ambito?

«Agata Smeralda è una delle realtà che ci sono venute subito incontro, e continua a lavora in maniera splendida. Tutta la Toscana, che è terra di grande tradizione di accoglienza e solidarietà, può dare il suo contributo. C’è da fare una grande opera di sensibilizzazione: non possiamo aiutare i profughi mantenendo un atteggiamento razzista nei loro confronti, senza capire il dramma che vivono. L’Isis è una minaccia, prima ancora che per l’Europa, per la gente che vive in queste terre martoriate. Ed è un problema in cui tutti dobbiamo sentirci coinvolti. Chi compra il petrolio dal Medio Oriente? Chi vende le armi? Mitra e pistole non crescono sotto le palme... Non ci si può limitare a interventi assistenziali: bisogna ricordare la storia, quello che è accaduto alla fine dell’impero Ottomano, imparare dagli errori del passato».

La scheda. Nato a Firenze il 22 settembre 1947, padre Paolo Bizzeti è entrato nella Compagnia di Gesù nel 1966;  nel 1975 ha ricevuto l’ordinazione presbiterale e nel 1982 ha emesso la professione religiosa solenne. La sua passione per gli Atti degli Apostoli e per San Paolo lo ha portato a viaggiare spesso in Turchia, guidando numerosi pellegrinaggi e seminari di studio e scrivendo libri e articoli. È fondatore e presidente dell’Associazione «Amici del Medio Oriente» (Amo). Ad agosto Papa Francesco lo ha nominato vescovo dell’Anatolia, vicariato apostolico che comprende tutta la Turchia orientale. Il suo episcopio è a Iskenderun (in italiano «Alessandretta»), una città fondata da Alessandro Magno sulla costa del Mediterraneo, pochi chilometri a nord del confine con la Siria.

È un gesuita fiorentino il pastore dei cristiani dell’Anatolia
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