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Firenze, grande folla ai funerali di don Averardo Dini, il parroco scrittore

Una grande folla ha riempito la chiesa di San Piero in Palco, a Firenze, nel pomeriggio di domenica 24 gennaio per i funerali di don Averardo Dini, che per quasi quarant'anni (dal 1966 al 2004) è stato parroco della popolosa parrocchia del quartiere Gavinana. Ma don Dini è stato anche giornalista e scrittore: uno dei fondatori di Toscana Oggi, a cui era profondamente affezionato, ma anche l'autore di numerosi libri di spiritualità.

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Firenze, grande folla ai funerali di don Averardo Dini, il parroco scrittore

Dopo la Messa presieduta dal cardinale Giuseppe Betori, a tratteggiare il ricordo di don Dini è stato il cardinale Silvano Piovanelli, suo coetaneo (nati entrambi nel 1924) e compagno di seminario insieme ad altri preti "celebri" come don Lorenzo Milani, don Danilo Cubattoli, don Renzo Rossi. Piovanelli ha ricordato l'ordinazione, ricevuta dal cardinale Elia Dalla Costa nel 1948, poi gli anni trascorsi alla parrocchia di Barberino di Mugello. Nel 1966 il trasferimento, che don Averardo spiegava così ai suoi parrocchiani: «Il nostro arcivescovo mi ha trasferito in una parrocchia  della periferia di Firenze, San Piero in Palco,  una parrocchia gravemente colpita dall’alluvione … La partenza porta una lacerazione interiore. Ma il prete non è prete per se stesso, ma per la Chiesa e al vescovo, quando è stato consacrato, ha promesso obbedienza».

Parlando della sua nuova parrocchia, ha ricordato ancora Piovanelli, si esprimeva così: “Questa chiesa di San Piero in Palco è costruita come unico edificio avendo dinanzi una grande piazza alberata – la più grande del quartiere – sempre animata dai bambini che giocano sotto gli occhi vigili delle mamme o dei nonni.  Questa vastità della piazza l’ho sempre percepita  come una finestra aperta sul mondo. Pur ingolfato nei problemi dei parrocchiani, non ho mai dimenticato i problemi del mondo. Pur avendo coscienza della propria piccolezza abbiamo cercato – nel limite del nostro possibile – di respirare l’aria della mondialità”.

A San Piero in Palco sarebbe rimastoquasi quarant'anni: un cammino che ha visto crescere la «Casa della Gioventù», circolo parrocchiale punto di riferimento per intere generazioni, l'attività teatrale da cui sono nati attori e registi professionisti. Anni che hanno visto sbocciare vocazioni religiose, anni di feconda attività culturale. Nel 2004, quando lasciò la parrocchia, raccontava così questo momento: «Quanto è difficile portarsi addosso la parola di “emerito”! È una parola questa un po’ sciccosa ed io preferisco considerarmi “rottamato”, come si usa dire nel gergo fiorentino. Sì: digerire il Vangelo che ci chiama “servi inutili” non è per niente facile! La gente mi è vicina e quando mi incontra per la strada mi saluta più di prima, con affettuosità e con riconoscenza. è una cosa meravigliosa e mi dà tanta gioia».

L'altro volto di don Averardo Dini è quello del giornalista (iscritto all'Albo dal 1982): è stato uno degli ideatori e fondatori del settimanale «Toscana Oggi», nato per raccogliere sotto una unica testata regionale i vari settimanali diocesani della Toscana. Nei suoi numerosi libri ha proposto meditazioni sui personaggi della Bibbia, sui santi, sule figure della Chiesa fiorentina a lui più care.

Da scrittore, ha voluto lasciare per scritto il suo ultimo saluto, letto in chiesa da don Simone Pifizzi, prete nato e cresciuto a San Piero in Palco. «Aiuta, Signore, i miei parrocchiani - ha lasciato scritto don Averardo - a non piangere per la mia morte, ma a sorridere con me, perché sono arrivato finalmente tra le tue braccia, da sempre desiderate. Aiuta, signore, i miei parrocchiani a dimenticare il mio nome e il mio volto e a ricordare sempre la tua parola che, con gioioso amore, ho a loro annunziato».

Al termine della liturgia funebre c'è stato anche il saluto dei nipoti e di uno dei parrocchiani "storici" di San Piero in Palco, che hanno ricordato le parole scritte nelle lettere che don Averardo ogni anno indirizzava ai parrocchiani durante la benedizione delle famiglie. «Quando giocavo a calcio - ha ricordato il nipote - mi facevano battere i rigori, dicendo hai lo zio prete, un aiutino te lo darà. In realtà un aiuto lo hai dato davvero a me e a tanti della mia generazione, a crescere imparando a tirare senza aver paura i rigori della vita».

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