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Francesco: «I conventi vuoti non sono nostri, ma per i rifugiati»

Visitando martedì pomeriggio il Centro Astalli di Roma, Francesco ha rivolto un appello molto concreto, direttamente a religiosi e religiose: "I conventi vuoti non servono alla Chiesa per trasformarli in alberghi e guadagnare i soldi". E poi ha chiesto a Roma di farsi città dell'accoglienza. A mensa con 400 rifugiati, l'ascolto delle testimonianze e la visita alla Chiesa del Gesù dove riposa padre Pedro Arrupe.

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La visita del Papa al centro Astalli (Foto Sir)

Papa Francesco prosegue il viaggio accanto agli immigrati e ai rifugiati. Dopo averli incontrati sul molo di Lampedusa ora li va a trovare nei luoghi di arrivo nelle città dove ricevono solidarietà, per vedere con i propri occhi come vivono, quali sono le loro difficoltà, come li accolgono gli europei. E per lanciare un'altra volta, in continuità con la visita a Lampedusa dell'8 luglio, un monito forte contro l'indifferenza, invitando tutti a «sporcarsi le mani». Con un appello molto concreto, rivolto direttamente a religiosi e religiose: «I conventi vuoti non servono alla Chiesa per trasformarli in alberghi e guadagnare i soldi. I conventi vuoti non sono nostri, sono per la carne di Cristo che sono i rifugiati». E tre parole d'ordine, riprese dal programma dei gesuiti per i rifugiati: «Servire, accompagnare, difendere», a partire da Roma, che «dovrebbe essere la città che permette di ritrovare una dimensione umana», mentre molti «sono costretti a vivere in situazioni disagiate». È stato questo il senso profondo della visita privata di oggi pomeriggio alla mensa del Centro Astalli di Roma dove ha incontrato circa 400 rifugiati (leggi). Papa Francesco è poi andato alla Chiesa del Gesù, dove ha deposto un cestino di fiori sulla tomba di padre Pedro Arrupe, il fondatore del Servizio dei gesuiti per i rifugiati, diffuso in tutto il mondo.

A mensa con 400 rifugiati e nella Chiesa del Gesù. Il Papa è arrivato al Centro Astalli verso le 15.30 nella sua Focus blu, senza scorta, tra folle di romani e turisti «armati» di telefonini. È entrato nella mensa insieme al cardinale vicario di Roma Agostino Vallini, e si è intrattenuto con una ventina di rifugiati da Etiopia, Afghanistan, Somalia, Pakistan, Colombia, Congo, tutti con storie drammatiche alle spalle, di fuga da persecuzioni e guerre. Poi ha pregato nella cappellina del centro e salutato i medici e i pazienti dell'ambulatorio. Qualcuno gli ha offerto il mate, la bevanda tipica argentina, che ha bevuto con piacere. Nella vicina Chiesa del Gesù ha ascoltato le parole di padre Giovanni La Manna, presidente del Centro Astalli, che lo ha ringraziato perché «la sua testimonianza e il suo essere qui con noi ci ricorda l'importanza di essere disponibili con quanti nella vita hanno già pagato un prezzo altissimo, dovendo lasciare tutto e affrontando una fuga che troppe volte li espone alla morte». Papa Francesco, ha confidato poi padre La Manna, gli ha telefonato due volte per organizzare personalmente la visita, già concordata prima di Lampedusa.

Due testimonianze da Siria e Sudan. Quindi la parola è passata a due testimoni, due storie particolarmente toccanti. Carol, fuggita dalla Siria un anno fa, insegnante: «I giovani e i bambini per tanti anni sono stati la mia ragione di vita - ha detto -. Ho sempre pensato che l'insegnamento e l'educazione fossero una via per la pace. Ma ogni strada di pace e libertà nel mio Paese sembra essere cancellata per sempre. I nostri ragazzi sono stati tutti arruolati o uccisi in una guerra per noi senza senso. Ce li stanno ammazzando tutti. Siamo un Paese senza futuro». Carol ha concluso con un appello accorato: «Abbiamo bisogno che la comunità internazionale faccia in modo che il popolo siriano smetta di soffrire per una guerra che non vuole e non capisce». Adam, 33 anni, rifugiato sudanese, ha raccontato di quando in guerra ha perso le sorelle di 4 e 6 anni, morte tra le fiamme, e di quando, costretto ad arruolarsi, si è trovato il nemico di fronte: «Era mio fratello maggiore. Ho lanciato per terra il fucile e ho cominciato a correre, a scappare. La mia fuga è finita in Italia». Ha poi chiesto al Papa di aiutarli a fermare il massacro dei morti nel Mediterraneo, impegnandosi per «fare del nostro meglio per essere integrati in Italia».

Un discorso importante. «È stato un discorso importante», ha commentato in conferenza stampa il portavoce vaticano padre Federico Lombardi: «Papa Francesco in soli sei mesi di pontificato ha già fatto due atti molto forti sul problema dei rifugiati, Lampedusa e oggi Roma. E ha ribadito alcuni inviti molto concreti: non aver paura delle differenze, tenere viva la speranza, servire i bisognosi, considerare i poveri come maestri privilegiati per la conoscenza di Dio, mettere a disposizione dei rifugiati le case e i conventi vuoti».

Fonte: Sir
Francesco: «I conventi vuoti non sono nostri, ma per i rifugiati»
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