Vita Chiesa
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Francesco, udienza: la Chiesa non è una élite e deve essere sempre aperta

Dire che la Chiesa è «popolo di Dio» vuol dire che «Dio non appartiene in modo proprio ad alcun popolo, perché è Lui che ci chiama, ci convoca, ci invita a fare parte del suo popolo». Lo ha spiegato il Papa, nella catechesi dell'udienza generale di oggi, alla quale hanno partecipato circa 70mila persone in una piazza san Pietro assolata.

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«Questo invito - ha detto Papa Francesco - è rivolto a tutti, senza distinzione, perché la misericordia di Dio vuole la salvezza per tutti». Gesù, ha ricordato il Santo Padre, «non dice agli apostoli e a noi di formare un gruppo esclusivo, di élite. Gesù dice: andate e fate discepoli tutti i popoli». Di qui l'attualità delle parole di San Paolo: «Nel popolo di Dio, nella Chiesa, non c'è più giudeo né greco, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù». A questo punto, il Papa ha lanciato un forte appello: «Vorrei dire anche a chi si sente lontano da Dio e dalla Chiesa, a chi è timoroso o indifferente, a chi pensa di non poter più cambiare: il Signore chiama anche te a far parte del suo popolo e lo fa con grande rispetto e amore!».

«Pregare per quelli con cui siamo arrabbiati, che bel passo! Lo facciamo oggi?». Con  queste parole il Papa ha instaurato una sorta di dialogo «a braccio» con i fedeli, scandito dagli applausi entusiasti della folla. La «legge del popolo di Dio», ha ricordato Papa Francesco, «è la legge dell'amore, amore a Dio e amore al prossimo secondo il comandamento nuovo che ci ha lasciato il Signore». Un amore, però, che «non è sterile sentimentalismo o qualcosa di vago, ma che è il riconoscere Dio come unico Signore della vita e, allo stesso tempo, l'accogliere l'altro come vero fratello, superando divisioni, rivalità, incomprensioni, egoismi», perché «le due cose vanno insieme». «Quante gelosie, invidie, ipocrisie» ci sono oggi fra di noi, ha proseguito il Papa, sempre fuori testo, citando come esempio «i posti di lavoro»: «Tutti noi abbiamo simpatie e abbiamo non simpatie. Che bello, invece, essere l'uno all'altro come fratelli veri!». E ancora: Tutti siamo un po' arrabbiati. Che bello dire al Padre: io sono arrabbiato con questo fratello, ti prego per questo fratello». «Quanto cammino dobbiamo ancora fare per vivere in concreto questa nuova legge, quella dello Spirito Santo che agisce in noi, quella della carità, dell'amore!», le parole del Papa.

«Dio è più forte! Lo diciamo insieme tutti? Dio è più forte». Papa Francesco chiama, e il suo popolo risponde: così, dalla folla dei fedeli in piazza san Pietro, si è levato un coro unanime: «Dio è più forte!». È il secondo momento di «dialogo a braccio» tra il Papa e i fedeli, che ha scandito l'udienza di oggi. Lo spunto del Papa: «Attorno a noi, basta aprire un giornale, vediamo che la presenza del male c'è, il diavolo agisce. Ma vorrei dire a voce alta: Dio è più forte! E vorrei aggiungere che la realtà a volte buia, segnata dal male, può cambiare, se noi per primi vi portiamo la luce del Vangelo soprattutto con la nostra vita». Poi l'esempio concreto, preso dal mondo del calcio: «Se in uno stadio, pensiamo qui a Roma all'Olimpico, o al San Lorenzo a Buenos Aires, in una notte buia, una persona accende una luce, si intravvede appena, ma se gli oltre settantamila spettatori accendono ciascuno la propria luce, lo stadio si illumina». «Facciamo che la nostra vita sia una luce di Cristo», l'invito del Papa, salutato da un applauso: «Insieme porteremo la luce del Vangelo all'intera realtà».

«La Chiesa deve essere aperta, perché tutti possano venire. Dobbiamo aprire le porte per annunciare il Vangelo». Con questo invito, pronunciato a braccio, il Papa ha concluso la catechesi dell'udienza generale di oggi, dedicata al tema della Chiesa come «popolo di Dio», sulla scorta del Concilio. «Essere Chiesa, essere popolo di Dio, secondo il grande disegno di amore del Padre - ha detto il Papa - vuol dire essere il fermento di Dio in questa nostra umanità, vuol dire annunciare e portare la salvezza di Dio in questo nostro mondo, che spesso è smarrito, bisognoso di avere risposte che incoraggino, che diano speranza, che diano nuovo vigore nel cammino». Di qui l'auspicio che «la Chiesa sia luogo della misericordia e della speranza di Dio, dove ognuno possa sentirsi accolto, amato, perdonato e incoraggiato a vivere secondo la vita buona del Vangelo».

Quattro rabbini alla fine dell'udienza generale hanno potuto salutare papa Francesco. Tra loro c'era anche il rabbino Abraham Skorka, di Buenos Aires, con il quale papa Bergoglio ha scritto il libro «Sobre el cielo y la tierra». I rabbini stanno partecipando a Castel Gandolfo (Roma) a un seminario di dialogo ebraico-cristiano promosso dal Movimento dei Focolari scegliendo come tema di riflessione «l'Imitatio Dei» («l'immagine di Dio»), concetto centrale nelle Sacre Scritture e fondamento di una comune visione dell'uomo. Al simposio ci sono rabbini di Argentina, Uruguay, Stati Uniti e Italia e questa mattina una loro piccola delegazione ha potuto personalmente salutare papa Francesco al termine dell'udienza generale del mercoledì. «Ci ha salutato - racconta Hodara Rafael, rabbino di Montevideo - con la sua solita spontaneità». Ha fatto domande sul simposio e poi congedandosi ha chiesto ai rabbini: «Pregate per me». «Ha rivolto a noi - dice il rabbino Rafael - la stessa richiesta che fece il primo giorno del suo pontificato».

Fonte: Sir
Francesco, udienza: la Chiesa non è una élite e deve essere sempre aperta
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