Vita Chiesa
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La povertà come ideale di vita per opporsi alla miseria

L’associazione Emmaus, fondata dall'Abbé Pierre, ha scelto l’Italia per la prossima assemblea mondiale. Comunità e cooperative  che si impegnano contro quelle realtà d’ingiustizia  e sofferenza disumana  che Papa Francesco continuamente denuncia, perché la vita dei poveri non dipenda  dalle «briciole» dei ricchi

Percorsi: Emmaus - Povertà
Povertà (Foto Sir)

Emmaus Internazionale ha scelto l’Italia per un importante avvenimento. 430 Comunità e Gruppi Emmaus, sparsi nei quattro continenti, si riuniranno in Assemblea mondiale, a Jesolo dal 18 al 23 aprile prossimo con questa prospettiva: «Emmaus: valori comuni, azioni per domani».

Dal programma, proprio come avvio, quasi per «scaldare» i motori, è previsto un dibattito sulla miseria, con il contributo di Joséphine Ouédraogo, sociologa del Burkina Faso, più volte Ministra.

Riflettere su realtà come Miseria - Ricchezza - Povertà, penso faccia bene a tutti.

Lasciamoci provocare da alcune frasi dell’Abbé Pierre:  «Ogni Uomo si rende conto che l’ideale di Povertà che Emmaus propone come scelta di vita, tocca l’essenza stessa di quanto gli è necessario,  sia per il suo corpo che per la sua anima… Qui sono in causa tutti gli equivoci e le illusioni che gli Uomini hanno accumulato attorno alle nozioni più essenziali, quali la felicità e la ricchezza, la povertà e la miseria, il possesso e il servizio. E tutto gira attorno al concetto di povertà, per cui è questa la prima nozione da chiarire.

Anzitutto, strappandola dalla confusione con la realtà della miseria. Lasciando infatti che si stabilisca una falsa identificazione fra miseria e povertà, assicuriamo a noi stessi la facilità di poterci sottrarre alle esigenze, certamente ardue ma necessarie, della povertà.

Essere miserabili significa non poter essere “Uomini”, mentre accettare volontariamente la povertà è proprio il contrario. La povertà è la condizione che permette, per se stessi e per tutta la comunità umana, di poter essere tutti pienamente “Persone”.

La povertà consiste nel rifiuto di essere felici senza gli altri. Io penso che molto spesso, in questo equivoco che mette insieme, come sinonimi, povertà e miseria, si spegne la luce che ci è stata portata dallo Spirito nelle beatitudini».

Come deve essere allora concretamente una simile povertà volontaria, assolutamente opposta alla miseria, per aprire le sorgenti della gioia per tutti? «Essa è, anzitutto, volontà di "non avere di più per sé", ma per poter servire di più, affinché tutti, possiamo "essere di più".

In secondo luogo, è volontà di non nascondere nulla dell’uso che si fa di quanto si possiede.  Si tratta di una perfezione che difficilmente si raggiunge e difficilmente si conserva integralmente, ma sì deve avere il coraggio di riconoscerlo…».

La povertà è volontà di impegnarsi in ogni modo per servire per primi i più sofferenti, direttamente o indirettamente, e di servire, prima di sé, chiunque soffra più di noi. Le Comunità Emmaus, in tutto il mondo, hanno questo ideale di vita: Essere poveri che donano! Non che donano l’elemosina, ma che donano la presenza e l’esempio, sostenendo, rialzando, formando. Poveri, contagiosi di vero amore.

Solo questo tipo di povertà è in grado di guarire la società, eliminando la vergogna dei miserabili che mancano del necessario e quella dei privilegiati che sono falsamente felici senza gli altri.»

Penso al primo comunitario Emmaus: Georges era un assassino, poi fallito suicida... L’Abbé Pierre, nella disperazione del «bisogno», gli dice: «Georges, tu sei libero, se vuoi ucciderti, nulla te lo impedisce... ma prima, non potresti venire a darmi una mano per terminare le case per i senzatetto che sto costruendo illegalmente…?»

Georges accettò la provocatoria, quasi folle, proposta. Girando nelle Comunità Emmaus in Italia e nel mondo, ho avuto più volte la gioia di sentirmi fare da Comunitari anziani, confessioni di questo tenore: «Sono arrivato a Emmaus che sapevo rubare, ubriacarmi, imbrogliare, anche ammazzare… ora sento che sono capace di amare.» La povertà, vissuta con amore, nel servizio ai più miserabili, ai più disperati, fa miracoli, porta al cambiamento, personale e della società in cui viviamo.

E al cambiamento, ci deve portare, necessariamente, lo scandalo della «ricchezza».

Qui, nei nostri paesi «arricchiti», ma anche nei paesi «impoveriti» e «saccheggiati» del Sud del mondo. Riprendo alcune frasi dalla recente, provocatoria omelia di Papa Francesco al Centro di Studi Superiori di Ecatepec in Messico: La prima tentazione per degradarci «è la ricchezza, impossessandoci di beni che sono stati dati per tutti, utilizzandoli solo per me o per i miei»... «È procurarci il pane con il sudore altrui, o persino con la vita altrui... ricchezza che sa di dolore, amarezza, sofferenza.»

La realtà d’ingiustizia e di sofferenza disumana che Papa Francesco continuamente denuncia, personalmente l’ho potuta constatare incontrando le Comunità Emmaus in Asia, Africa, America Latina, ed anche in Europa. Così come ho visto e gioito degli sforzi e dei risultati che i poveri, uniti in comunità, cooperative, associazioni di base etc. stanno concretizzando un po’ ovunque, perché la loro vita non dipenda più dalle «briciole» che cadono dalla tavola delle «eccedenze» o delle «buone azioni» dei ricchi.

E per (non) finire, non contento delle varie campagne mondiali «contro la povertà», «contro la miseria ladra», sto pensando di proporre alle Comunità Emmaus del mondo, in occasione della prossima Assemblea mondiale, una campagna di pressione per rendere illegale la ricchezza!

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