Vita Chiesa
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Paolo VI, il Papa della cultura e della comunicazione

Accelerando l’iter della canonizzazione, Papa Francesco ha sicuramente rilanciato la figura esile ma imponente di Paolo VI - il «Papa della vita e di "Avvenire"» - che, dopo il carisma di dolcezza e bontà di Giovanni XXIII, ha diretto con sapienza, fermezza e saggezza il Concilio Vaticano II, avviandone la difficile attuazione.

Paolo VI

Il primo Pontefice che si è fatto pellegrino , viaggiando nei cinque Continenti e che, con il riordino e l’internazionalizzazione della Curia romana, ha valorizzato e dato impulso alle Chiese locali e all’ecumenismo. Il Grande Timoniere - e questo è l’aspetto che voglio qui sottolineare nella mia testimonianza su quella stagione  - che ha aperto la Chiesa al mondo della Cultura ed ha dato una spinta positiva ai Media, alla Comunicazione sociale, come evidenzia la ricostruzione di un fresco, interessante e prezioso volume del vicedirettore della Sala Stampa Vaticana Angelo Scelzo.

Trovo difficile parlare di questo «gigante del Novecento»  senza pensare alle radici della sua formazione umana e spirituale, che si erano cristallizzate in Europa in quegli anni, dopo la seconda guerra mondiale. Ricordo soltanto Maritain, De Lubac, Guardini, Mazzolari, Rahner, lo stesso Ratzinger, Thomas Merton, i Padri della Chiesa che si andavano riscoprendo, la riforma liturgica maturata fin dall’inizio del secolo XX con lo studio e la ripresa monastica della tradizione benedettina, per non dimenticare  poi il fervore che avevano preso gli studi di esegesi biblica.

È in questo contesto che ha preso slancio  la raffinata sensibilità intellettuale del pontefice bresciano, la sua  attenzione per la stampa, per la radio e la televisione allora entrata in tutte le case. Una tensione che Montini  aveva coltivato fin da giovane. Lui si sentiva giornalista, era figlio di un giornalista perché il padre Giorgio aveva diretto il «Cittadino di Brescia», ma lui stesso scriveva su riviste e periodici,  soprattutto su quelli della FUCI.

Successivamente seguì i giornali cattolici - e più di tutti l’Osservatore Romano -  da Sostituto in Segreteria di Stato. Già in quegli anni ebbe l’idea di allargare l’area di lettura de «L’Italia» di Milano (affidata prima a Pisoni, poi a Lazzati e Chiavazza) e dell’«Avvenire d’Italia» di Bologna, creando edizioni diocesane. Quando divenne arcivescovo del capoluogo lombardo, occupandosene in prima persona e scoprendo così la pesante situazione finanziaria della stampa cattolica (in particolare della testata bolognese,  sostenuta principalmente dalla Santa Sede e portata da Raniero La Valle su posizioni ritenute troppo progressiste) auspicò ben presto una fusione e  la fondazione di un quotidiano nazionale, come strumento di evangelizzazione, di crescita, ma soprattutto di «unità» ecclesiale.

Eletto Papa, Montini realizzò finalmente il suo sogno il 4 dicembre 1968, con la nascita di «Avvenire», una sola anima, articolata in edizioni locali, che nella nostra regione col passare degli anni divennero ben tre, da me coordinate: alla redazione di Firenze si aggiunsero quelle di Prato  e Lucca. La giovane Conferenza episcopale italiana, appena costituita, era riluttante. Il Papa - lo ha recentemente ricordato in una ricerca e sull’Osservatore Romano la storica montiniana Elena Versace - dovette imporsi (quindi era tutt’altro che «amletico e dubbioso»: così soleva screditarlo qualche cronista ateo o radicale) per far diffondere il «suo» quotidiano in tutto il territorio nazionale, pure nel Mezzogiorno dopo la creazione di un moderno centro-stampa a Pompei.

Alla fine la spuntò grazie al supporto di due toscani-doc (e in seguito di monsignor Ersilio Tonini) tanto diversi per carattere quanto simili nella fedeltà al Magistero: il suo «braccio destro» in Vaticano monsignor Giovanni Benelli (che poi nel 1977 inviò «in dono» alla Chiesa fiorentina come cardinale arcivescovo) e il segretario della CEI monsignor Enrico Bartoletti: «Paolo VI - scrive la Versace - in quell’anno tra l’altro fu contestato per l’Humanae vitae come mai era successo a un papa. Anche sulla stampa, e anche nel mondo cattolico subì critiche che lo turbarono tantissimo. Il direttore Angelo Narducci, che dal 1969 guidò Avvenire per 10 anni, disse che il suo giornale in quel periodo aveva fatto un’opera di «controinformazione» rispetto a tutti i media, facendo venir fuori a dispetto della Chiesa del dissenso, come si chiamava allora, la Chiesa del consenso, che non trovava spazio negli organi di stampa e nei mezzi di comunicazione». Strumenti che, nell’ultimo mezzo secolo, si sono moltiplicati e modernizzati grazie anche al decreto conciliare «Inter Mirifica».

Durante tutto il suo pontificato Montini non si è mai stancato di raccomandare agli operatori dell’informazione ed alla stampa cattolica in particolare: «Siate apostoli, con parole ispirate dal Vangelo e dalla Verità: siano severe, siano facili, siano amichevoli, siano divertenti, siano solenni, ma che facciano del bene». Le hanno spesso richiamate Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. E ora anche Papa Francesco, per me particolarmente affine al profilo intellettuale del suo predecessore fatto Beato.

Sicuramente come lui impegnato a riscoprire il volto «missionario» della Chiesa nel dialogo  con il mondo, con la Cultura, con la Scienza, con le diverse fedi religiose, ripartendo - anche per i gravi nuovi problemi della globalizzazione - dal Vangelo. Proprio come il Concilio ha ridisegnato la Chiesa per il terzo millennio.

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