Vita Chiesa
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Papa Francesco a Televisa: «Ho la sensazione che il mio pontificato sarà breve»

È un’intervista ad ampio raggio quella rilasciata da Papa Francesco, nel secondo anniversario della sua elezione al soglio pontificio, alla televisione messicana Televisa e che oggi l’Osservatore Romano pubblica integralmente. 

Papa Francesco durante il viaggio di ritorno dalla Gmg in Brasile

Tanti i temi trattati, dal dramma dell’immigrazione, al narcotraffico, dalle ingiustizie del sistema economico alle attese del Sinodo per la famiglia. E ha parlato anche di come è cambiata la sua vita.

«Evidentemente la migrazione oggigiorno è molto legata alla fame, alla mancanza di lavoro, alla tirannia di un sistema economico che mette al centro il dio denaro e non la persona. E allora si scarta la gente», ha detto il Papa a Televisa. «Mi rallegro - ha aggiunto - che l’Europa stia rivedendo la sua politica migratoria. L’Italia è stata molto generosa, e voglio dirlo. Il sindaco di Lampedusa si è messa totalmente in gioco, anche a costo di trasformare l’isola da terra di turismo a terra di ospitalità. Con quello che comporta il non guadagnare soldi. Ci sono cioè gesti eroici».

Il Pontefice ha parlato anche del problema del narcotraffico, con un riferimento al Messico: «Morelia, tutta quell’area, è una zona di grande sofferenza dove anche le organizzazioni di narcotrafficanti non scherzano, ossia sanno fare il loro lavoro di morte, sono messaggeri di morte, sia per la droga sia per ‘pulire’ quelli che si oppongono alla droga». E «quarantatré studenti in qualche modo stanno chiedendo non dico vendetta, ma giustizia, di venir ricordati». Per questo «rispondo forse a una curiosità: ho voluto fare cardinale l’arcivescovo di Morelia perché sta in un punto rovente. È un uomo che sta in una zona molto calda, è una testimonianza di uomo cristiano, di grande sacerdote».

«L’unica cosa che mi piacerebbe è poter uscire un giorno, senza che nessuno mi riconosca, e andare in una pizzeria e mangiarmi una pizza», ha detto il Papa nell’intervista. Il Pontefice ha ammesso: «Credo che la mia grande penitenza siano i viaggi. Non mi piace viaggiare. Sono molto attaccato all’habitat, è una nevrosi». Anche quando veniva a Roma subito andava via: «Ora non mi dispiace. Qui c’è gente molto buona. Il fatto di vivere qui mi aiuta molto».

Poi una confidenza: «Ho la sensazione che il mio pontificato sarà breve. Quattro o cinque anni. Non so, o due o tre. Beh, due sono già passati. È come una sensazione un po’ vaga. Le dico, forse no. È come la psicologia di chi gioca e allora crede che perderà per non restare poi deluso. E se vince è contento. Non so che cos’è. Ma ho la sensazione che Dio mi ha messo qui per una cosa breve, niente di più... Ma è una sensazione. Per questo lascio sempre aperta la possibilità». E a proposito della Curia: «Credo che questa sia l’ultima corte che rimane in Europa». Questo «bisogna cambiare: abbandonare quello che ancora ha della corte ed essere un gruppo di lavoro, al servizio della Chiesa, al servizio dei vescovi. Questo evidentemente implica una conversione personale», «cominciando dal Papa ovviamente, che è il primo a doversi convertire».

«Il denaro è sempre traditore. Il diavolo entra dal portafoglio, sempre. Sant’Ignazio diceva che c’erano tre scalette, tre gradini. Il primo è la ricchezza: il diavolo ti mette i soldi nel portafoglio. Il secondo è la vanità e il terzo è l’orgoglio e la superbia. E da lì tutti gli altri peccati», ha detto ancora alla televisione messicana Televisa. «Quando arrivi a quel livello di orgoglio sei capace di qualsiasi cosa. Lo abbiamo visto nei dittatori, nei tiranni, quelli che si approfittano degli altri, gli sfruttatori. Oggi la tratta delle persone è organizzata da gente con molti soldi: sono questi che io attacco», ha precisato. Ma «quello che mi indigna di più è il salario ingiusto perché uno si arricchisce a scapito della dignità, che viene negata alla persona». La povertà, ha ricordato, «è al centro del Vangelo. La bandiera della povertà è evangelica. L’hanno rubata i marxisti perché noi non la usavamo. La tenevamo nel museo. Sono venuti, l’hanno rubata e l’hanno usata». Facendo riferimento ai santi sociali di fine Ottocento, come don Bosco, il Pontefice ha osservato: «Non è solo una questione di denaro. È promuovere. Da qui l’importanza dell’educazione. E delle opportunità di lavoro».

E rispondendo a un domanda sul Sinodo sulla famiglia ha detto: «Credo che ci sono aspettative smisurate». Per il Pontefice, un indice della crisi della famiglia sono anche i giovani che «non vogliono sposarsi o convivono. Non lo fanno per protesta, ma perché oggi sono così». Di qui la necessità di affrontare «preparazione al matrimonio, accompagnamento di coloro che convivono, accompagnamento di coloro che si sposano e conducono bene la loro famiglia, accompagnamento di quelli che hanno avuto un insuccesso nella famiglia e hanno una nuova unione». Ma come integrare nella vita della Chiesa le «famiglie replay«? «Che vadano in chiesa. Allora semplificano e dicono: ‘Ah, daranno la comunione ai divorziati’. Con questo non si risolve nulla». C’è piuttosto «bisogno d’integrare. Se credono, anche se vivono in una situazione definita irregolare e la riconoscono e l’accettano e sanno quello che la Chiesa pensa di questa condizione, non è un impedimento. Quando parliamo d’integrare intendiamo tutto questo». Inoltre, «abbiamo un problema molto serio che è quello della colonizzazione ideologica sulla famiglia». Questa colonizzazione ideologica «distrugge la famiglia. Per questo credo che dal Sinodo usciranno cose molto chiare, molto rapide, che aiuteranno in questa crisi familiare che è totale».

Fonte: Sir
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