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Papa Francesco al Corpo Diplomatico: «L'Europa accolga gli immigrati»

«Non si può mai uccidere in nome di Dio»: «Solo una forma ideologica e deviata di religione può pensare di rendere giustizia nel nome dell’Onnipotente, deliberatamente massacrando persone inermi, come è avvenuto nei sanguinari attentati terroristici dei mesi scorsi in Africa, Europa e Medio Oriente». È l’ammonimento del Papa, nel discorso (testo integrale) rivolto oggi al Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede in cui ha affrontato soprattutto l'emergenza delle migrazioni.

L'udienza del Papa al Copo diplomatico pe rlos cambio di auguri (Foto Sir)

Come ricorda una nota della Sala stampa vaticana, sono 180 gli Stati che attualmente intrattengono relazioni diplomatiche con la Santa Sede. Ad essi vanno aggiunti l’Unione Europea e il Sovrano Militare Ordine di Malta, come anche la Missione Permanente dello Stato di Palestina.

La fede promuove la pace. «Ogni esperienza religiosa autenticamente vissuta non può che promuovere la pace», ha esordito Francesco: «Ce lo ricorda il Natale che abbiamo da poco celebrato», dove «il mistero dell’Incarnazione ci mostra il vero volto di Dio, per il quale potenza non significa forza e distruzione, bensì amore; giustizia non significa vendetta, bensì misericordia». «È in questa prospettiva – ha spiegato Francesco – che ho inteso indire il Giubileo straordinario della misericordia, inaugurato eccezionalmente a Bangui nel corso del mio viaggio apostolico in Kenya, Uganda e Repubblica Centroafricana». «In un Paese lungamente provato da fame, povertà e conflitti, dove la violenza fratricida degli ultimi anni ha lasciato ferite profonde negli animi, lacerando la comunità nazionale e generando miseria materiale e morale – ha spiegato il Papa – l’apertura della Porta Santa della cattedrale di Bangui ha voluto essere un segno di incoraggiamento ad alzare lo sguardo, a riprendere il cammino e a ritrovare le ragioni del dialogo. Laddove il nome di Dio è stato abusato per commettere ingiustizia, ho voluto ribadire, insieme con la comunità musulmana della Repubblica Centroafricana, che chi dice di credere in Dio dev’essere anche un uomo o una donna di pace».

«La misericordia è stato come il filo conduttore che ha guidato i miei viaggi apostolici già nel corso dell’anno passato», ha detto il Papa, che nel discorso ha idealmente ripercorso i viaggi internazionali compiuti nel 2015, iniziando dalla visita a Sarajevo, «città profondamente ferita dalla guerra nei Balcani e capitale di un Paese, la Bosnia ed Erzegovina, che riveste uno speciale significato per l’Europa e per il mondo intero». «Quale crocevia di culture, nazioni e religioni si sta sforzando, con esiti positivi, di costruire sempre nuovi ponti, di valorizzare ciò che unisce e di guardare alle differenze come opportunità di crescita nel rispetto di tutti», ha proseguito Francesco: «Ciò è possibile mediante un dialogo paziente e fiducioso, che sa far propri i valori della cultura di ciascuno e accogliere il bene proveniente dalle esperienze altrui». Poi il viaggio in Bolivia, Ecuador e Paraguay, «dove ho incontrato popoli che non si arrendono dinanzi alle difficoltà e affrontano con coraggio, determinazione e spirito di fraternità le numerose sfide che li affliggono, a partire dalla diffusa povertà e dalle disuguaglianze sociali», le parole del Papa. Nel corso del viaggio a Cuba e negli Stati Uniti d’America, infine, Francesco ha «potuto abbracciare due Paesi che sono stati lungamente divisi e che hanno deciso di scrivere una nuova pagina della storia, intraprendendo un cammino di ravvicinamento e di riconciliazione».

Famiglia minacciata. Oggi la famiglia è «minacciata dai crescenti tentativi da parte di alcuni per ridefinire la stessa istituzione del matrimonio mediante il relativismo, la cultura dell’effimero, una mancanza di apertura alla vita». Questo l'allarme del Papa che citando il viaggio a Philadelphia, quello in Sri Lanka e nelle Filippine e il Sinodo dei vescovi ha enumerato le «numerose sfide che la famiglia deve affrontare in questo tempo» e ha ribadito «l’importanza della famiglia, che è la prima e più importante scuola di misericordia, nella quale si impara a scoprire il volto amorevole di Dio e dove la nostra umanità cresce e si sviluppa». «C’è oggi una diffusa paura dinanzi alla definitività che la famiglia esige e ne fanno le spese soprattutto i più giovani, spesso fragili e disorientati, e gli anziani che finiscono per essere dimenticati e abbandonati», la denuncia del Papa. Al contrario, «dalla fraternità vissuta in famiglia, nasce la solidarietà nella società, che ci porta ad essere responsabili l’uno dell’altro». Ciò è possibile, per Francesco, «solo se nelle nostre case, così come nelle nostre società, non lasciamo sedimentare le fatiche e i risentimenti, ma diamo posto al dialogo, che è il migliore antidoto all’individualismo così ampiamente diffuso nella cultura del nostro tempo».

Vincere la paura degli immigrati. «Riflettere con voi sulla grave emergenza migratoria che stiamo affrontando, per discernerne le cause, prospettare delle soluzioni, vincere l’inevitabile paura che accompagna un fenomeno così massiccio e imponente, che nel corso del 2015 ha riguardato soprattutto l’Europa, ma anche diverse regioni dell’Asia e il nord e il centro America». È questo lo scopo, e il tema centrale, del discorso del Papa al Corpo Diplomatico, in cui ha denunciato: «Uno spirito individualista è terreno fertile per il maturare di quel senso di indifferenza verso il prossimo, che porta a trattarlo come mero oggetto di compravendita, che spinge a disinteressarsi dell’umanità degli altri e finisce per rendere le persone pavide e ciniche». «Non sono forse questi i sentimenti che spesso abbiamo di fronte ai poveri, agli emarginati, agli ultimi della società?», ha detto Francesco: «E quanti ultimi abbiamo nelle nostre società! Tra questi, penso soprattutto ai migranti, con il loro carico di difficoltà e sofferenze, che affrontano ogni giorno nella ricerca, talvolta disperata, di un luogo ove vivere in pace e con dignità».

Umanità in cammino. «Spesso questi migranti non rientrano nei sistemi internazionali di protezione in base agli accordi internazionali», ha poi denunciato il Papa, ricordando che il Signore accompagna «ogni persona, soprattutto chi è in una situazione di fragilità come quella di chi cerca rifugio in un Paese straniero». «Tutta la Bibbia ci narra la storia di un’umanità in cammino, perché l’essere in movimento è connaturale all’uomo», ha proseguito, spiegando che «la sua storia è fatta di tante migrazioni, talvolta maturate come consapevolezza del diritto ad una libera scelta, sovente dettata da circostanze esteriori». «Dall’esilio dal paradiso terrestre fino ad Abramo in marcia verso la terra promessa, dal racconto dell’Esodo alla deportazione in Babilonia – ha osservato Francesco – la Sacra Scrittura narra fatiche e dolori, desideri e speranze, che sono simili a quelli delle centinaia di migliaia di persone in marcia ai nostri giorni, con la stessa determinazione di Mosè di raggiungere una terra nella quale scorra latte e miele, dove poter vivere liberi e in pace». «Oggi come allora – la denuncia del Papa – udiamo il grido di Rachele che piange i suoi figli perché non sono più. È la voce delle migliaia di persone che piangono in fuga da guerre orribili, da persecuzioni e violazioni dei diritti umani, o da instabilità politica o sociale, che rendono spesso impossibile la vita in patria. È il grido di quanti sono costretti a fuggire per evitare le barbarie indicibili praticate verso persone indifese, come i bambini e i disabili, o il martirio per la sola appartenenza religiosa». Anche oggi, per il Papa, occorre ascoltare «la voce di quanti fuggono dalla miseria estrema, per l’impossibilità di sfamare la famiglia o di accedere alle cure mediche e all’istruzione, dal degrado senza prospettive di alcun progresso, o anche a causa dei cambiamenti climatici e di condizioni climatiche estreme». La fame, inoltre, è «ancora una delle piaghe più gravi del nostro mondo, con milioni di bambini che ogni anno muoiono a causa di essa».

No alla cultura dello scarto. «Occorre un impegno comune che rovesci decisamente la cultura dello scarto e dell’offesa della vita umana, affinché nessuno si senta trascurato o dimenticato e altre vite non vengano sacrificate per la mancanza di risorse e, soprattutto, di volontà politica». È l’appello del Papa, che ha poi ammonito: «È grave assuefarci a queste situazioni di povertà e di bisogno, ai drammi di tante persone e farle diventare normalità». Per Francesco, è l’indifferenza il frutto di quella «cultura dello scarto» che «mette in pericolo la persona umana, sacrificando uomini e donne agli idoli del profitto e del consumo». Oggi, il suo monito, «le persone non sono più sentite come un valore primario da rispettare e tutelare, specie se povere o disabili, se non servono ancora – come i nascituri -, o non servono più – come gli anziani». «Siamo diventati insensibili ad ogni forma di spreco, a partire da quello alimentare, che è tra i più deprecabili, quando ci sono molte persone e famiglie che soffrono fame e malnutrizione», il grido d’allarme del Papa, che ha auspicato che «il Primo Vertice Umanitario Mondiale, convocato nel maggio prossimo dalle Nazioni Unite, possa riuscire, nel triste quadro odierno di conflitti e disastri, nel suo intento di mettere la persona umana e la sua dignità al cuore di ogni risposta umanitaria».

Fermare la tratta di esseri umani. Un altro appello rivolto dal Papa ai diplomatici è stato quello «a fermare il traffico di persone, che mercifica gli esseri umani, specialmente i più deboli e indifesi». Il Papa sottolineatoo come «rimarranno sempre indelebilmente impresse nelle nostre menti e nei nostri cuori le immagini dei bambini morti in mare, vittime della spregiudicatezza degli uomini e dell’inclemenza della natura». «Chi poi sopravvive e approda ad un Paese che lo accoglie porta indelebilmente le cicatrici profonde di queste esperienze, oltre a quelle legate agli orrori che sempre accompagnano guerre e violenze», ha assicurato Francesco, secondo il quale anche oggi «sentiamo la voce di Giuda che suggerisce di vendere il proprio fratello». «È l’arroganza dei potenti che strumentalizzano i deboli, riducendoli ad oggetti per fini egoistici o per calcoli strategici e politici», ha ammonito sulla scorta della Genesi. Poi il riferimento alle condizioni concrete dei migranti: «Laddove è impossibile una migrazione regolare, i migranti sono spesso costretti a scegliere di rivolgersi a chi pratica la tratta o il contrabbando di esseri umani, pur essendo in gran parte coscienti del pericolo di perdere durante il viaggio i beni, la dignità e perfino la vita». Di qui l’appello a fermare la tratta.

Il pianto dei cristiani. Sono «molti» i migranti «che non lascerebbero mai il proprio Paese se non vi fossero costretti»: tra questi, il Papa ha citato i «numerosi cristiani che sempre più massicciamente hanno abbandonato nel corso degli ultimi anni le proprie terre, che pure hanno abitato fin dalle origini del cristianesimo». Nel discorso al Corpo Diplomatico, Francesco ha fatto notare che «anche oggi ascoltiamo il pianto di quanti farebbero volentieri ritorno nei propri Paesi, se vi trovassero idonee condizioni di sicurezza e di sussistenza». «Anche qui – ha proseguito – il mio pensiero va ai cristiani del Medio Oriente desiderosi di contribuire, come cittadini a pieno titolo, al benessere spirituale e materiale delle rispettive nazioni».

Sciagure che si potevano evitare. «Gran parte delle cause delle migrazioni si potevano affrontare già da tempo. Si sarebbero così potute prevenire tante sciagure o, almeno, mitigarne le conseguenze più crudeli». È l’analisi del Papa, che riguardo al fenomeno migratorio ha affermato che «anche oggi, e prima che sia troppo tardi, molto si potrebbe fare per fermare le tragedie e costruire la pace». «Ciò significherebbe però – ha precisato – rimettere in discussione abitudini e prassi consolidate, a partire dalle problematiche connesse al commercio degli armamenti, al problema dell’approvvigionamento di materie prime e di energia, agli investimenti, alle politiche finanziarie e di sostegno allo sviluppo, fino alla grave piaga della corruzione». Sul tema della migrazione, inoltre, bisogna «stabilire progetti a medio e lungo termine che vadano oltre la risposta di emergenza», i quali – ha spiegato Francesco – dovrebbero da un lato aiutare effettivamente l’integrazione dei migranti nei Paesi di accoglienza e, nel contempo, favorire lo sviluppo dei Paesi di provenienza con politiche solidali, che però non sottomettano gli aiuti a strategie e pratiche ideologicamente estranee o contrarie alle culture dei popoli cui sono indirizzate».

Gli sbarchi e il sistema di accoglienza. «I massicci sbarchi sulle coste del Vecchio Continente sembrano far vacillare il sistema di accoglienza, costruito faticosamente sulle ceneri del secondo conflitto mondiale e che costituisce ancora un faro di umanità cui riferirsi», ha detto ancora il Papa, che nel discorso al Corpo Diplomatico ha rivolto un «pensiero speciale all’Europa», che «nel corso dell’ultimo anno è stata interessata da un imponente flusso di profughi – dei quali hanno trovato la morte nel tentativo di raggiungerla – che non ha precedenti nella sua storia recente, nemmeno al termine della seconda guerra mondiale». «Di fronte all’imponenza dei flussi e agli inevitabili problemi connessi – la fotografia di Francesco – sono sorti non pochi interrogativi sulle reali possibilità di ricezione e di adattamento delle persone, sulla modifica della compagine culturale e sociale dei Paesi di accoglienza, come pure sul ridisegnarsi di alcuni equilibri geo-politici regionali. Altrettanto rilevanti sono i timori per la sicurezza, esasperati oltremodo dalla dilagante minaccia del terrorismo internazionale».

In Europa spirito umanistico a rischio. «L’attuale ondata migratoria sembra minare le basi di quello spirito umanistico che l’Europa da sempre ama e difende», il grido d’allarme del Papa, secondo il quale «non ci si può permettere di perdere i valori e i principi di umanità, di rispetto per la dignità di ogni persona, di sussidiarietà e di solidarietà reciproca, quantunque essi possano costituire, in alcuni momenti della storia, un fardello difficile da portare». Per il Papa l’Europa, «aiutata dal suo grande patrimonio culturale e religioso», ha «gli strumenti per difendere la centralità della persona umana e per trovare il giusto equilibrio fra il duplice dovere morale di tutelare i diritti dei propri cittadini e quello di garantire l’assistenza e l’accoglienza dei migranti». È al nostro Continente, ha sottolineato Francesco, che «molti migranti provenienti dall’Asia e dall’Africa vedono un punto di riferimento per principi come l’uguaglianza di fronte al diritto e valori inscritti nella natura stessa di ogni uomo, quali l’inviolabilità della dignità e dell’uguaglianza di ogni persona, l’amore al prossimo senza distinzione di origine e di appartenenza, la libertà di coscienza e la solidarietà verso i propri simili».

Il grazie alle nazioni che accolgono. Il Papa ha poi espresso «gratitudine per tutte le iniziative prese per favorire una dignitosa accoglienza delle persone, quali, fra gli altri, il Fondo Migranti e Rifugiati della Banca di Sviluppo del Consiglio d’Europa, nonché per l’impegno di quei Paesi che hanno mostrato un generoso atteggiamento di condivisione». A questo proposito Bergoglio ha citato le «nazioni vicine alla Siria, che hanno dato risposte immediate di assistenza e di accoglienza, soprattutto il Libano, dove i rifugiati costituiscono un quarto della popolazione complessiva, e la Giordania, che non ha chiuso le frontiere nonostante ospitasse già centinaia di migliaia di rifugiati». Senza dimenticare, però, «gli sforzi di altri Paesi impegnati in prima linea, tra i quali specialmente la Turchia e la Grecia». «Una particolare riconoscenza desidero esprimere all’Italia – le parole di Francesco – il cui impegno deciso ha salvato molte vite nel Mediterraneo e che tuttora si fa carico sul suo territorio di un ingente numero di rifugiati». Di qui l’auspicio che «il tradizionale senso di ospitalità e solidarietà che contraddistingue il popolo italiano non venga affievolito dalle inevitabili difficoltà del momento, ma, alla luce della sua tradizione plurimillenaria, sia capace di accogliere e integrare il contributo sociale, economico e culturale che i migranti possono offrire». Per il Papa, «è importante che le nazioni in prima linea nell’affrontare l’attuale emergenza non siano lasciate sole, ed è altrettanto indispensabile avviare un dialogo franco e rispettoso tra tutti i Paesi coinvolti nel problema – di provenienza, di transito o di accoglienza – affinché, con una maggiore audacia creativa, si ricerchino soluzioni nuove e sostenibili». No, quindi, a «soluzioni perseguite in modo individualistico dai singoli Stati», sì invece alla consapevolezza che «le migrazioni costituiranno un elemento fondante del futuro del mondo più di quanto non l’abbiano fatto finora e che le risposte potranno essere frutto solo di un lavoro comune, che sia rispettoso della dignità umana e dei diritti delle persone». La persona, allora, va rimessa «al centro delle decisioni politiche a tutti i livelli», a partire dall’Agenda di Sviluppo adottata nel settembre scorso dalle Nazioni Unite per i prossimi 15 anni.

Isolare il fondamentalismo. «Solamente un’azione politica comune e concordata potrà contribuire ad arginare il dilagare dell’estremismo e del fondamentalismo, con i suoi risvolti di matrice terroristica, che mietono innumerevoli vittime tanto in Siria e in Libia, come in atri Paesi, quali Iraq e Yemen». Ne è convinto il Papa, che nella parte finale del discorso al Corpo Diplomatico ha fatto presente come «nell’affrontare la questione migratoria non si potranno tralasciare i risvolti culturali connessi, a partire da quelli legati all’appartenenza religiosa». «L’estremismo e il fondamentalismo trovano un terreno fertile non solo in una strumentalizzazione della religione per fini di potere, ma anche nel vuoto di ideali e nella perdita d’identità – anche religiosa –, che drammaticamente connota il cosiddetto Occidente», ha ammonito Francesco, secondo il quale «da tale vuoto nasce la paura che spinge a vedere l’altro come un pericolo ed un nemico, a chiudersi in sé stessi, arroccandosi su posizioni preconcette». Il fenomeno migratorio pone, dunque, «un serio interrogativo culturale, al quale non ci si può esimere dal rispondere». L’accoglienza può essere, quindi, «un’occasione propizia per una nuova comprensione e apertura di orizzonte, sia per chi è accolto, il quale ha il dovere di rispettare i valori, le tradizioni e le leggi della comunità che lo ospita, sia per quest’ultima, chiamata a valorizzare quanto ogni immigrato può offrire a vantaggio di tutta la comunità».

Segni positivi e negativi. «Il 2015 ha visto la conclusione di importanti intese internazionali, le quali fanno ben sperare per il futuro». Nella parte finale del suo discorso al Corpo Diplomatico, uno dei più lunghi del pontificato, il Papa ha citato tra gli esempi positivi il cosiddetto «accordo sul nucleare iraniano», auspicando che «contribuisca a favorire un clima di distensione nella Regione, come pure al raggiungimento dell’atteso accordo sul clima nel corso della Conferenza di Parigi». «Un’intesa significativa», quest’ultima, che per Francesco «rappresenta un importante risultato per l’intera comunità internazionale e mette in luce una forte presa di coscienza collettiva circa la grave responsabilità che ciascuno, individui e nazioni, ha di custodire il creato». «È ora fondamentale che gli impegni assunti non rappresentino solo un buon proposito, ma costituiscano per tutti gli Stati un effettivo obbligo a porre in essere le azioni necessarie per salvaguardare la nostra amata Terra, a beneficio dell’intera umanità, soprattutto delle generazioni future», l’augurio del Papa, che ha definito invece «preoccupante l’esperimento militare condotto nella politica coreana». «Auspico che le contrapposizioni lascino spazio alla voce della pace e alla buona volontà di cercare intese», le parole di Francesco, che tra le «tensioni» internazionali ha citato anche i «gravi contrasti sorti nella regione del Golfo Persico».

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