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Papa Francesco, premio Carlo Magno: «Questa è l'Europa che sogno»

«Sogno un’Europa giovane, capace di essere ancora madre». Ha concluso così Papa Francesco il suo lungo discorso (testo integrale) - una specie di trattato sull'Europa - in occasione del premio Carlo Magno, che ha ricevuto oggi in Vaticano. Un lungo discorso sulla missione dell'Europa che oggi appare appannata o tradita.

Papa Francesco nel suo discorso in occasione del premio Carlo Magno

Prima del Papa erano intervenuti il sindaco di Aquisgrana, Marcel Philipp, il  presidente del Comitato direttivo dell’Associazione per l’assegnazione del premio internazionale Carlo Magno d’Aquisgrana, Jurgen Linde e le tre cariche dell'Unione: Martin Schulz, presidente del Parlamento europeo, Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione europea e Donald Tusk, presidente del Consiglio europeo.

Schulz (presidente del Parlamento europeo): questione profughi è cruciale per l'Europa. La «questione dei profughi» per l’Europa è «una sfida epocale», ha detto Martin Schulz, presidente del Parlamento europeo, nel suo intervento alla cerimonia di consegna del Premio Carlo Magno a Papa Francesco. «L’integrazione europea si fonda sulla consapevolezza che quando in passato ci siamo combattuti ci sono state tragiche conseguenze per tutti, mentre quando siamo rimasti uniti tutti ne hanno tratto beneficio», ha esordito Schulz, secondo il quale «oggi rischiamo di dissipare questa eredità, in quanto le forze centrifughe delle crisi tendono a dividerci piuttosto che a unirci più strettamente. Gli egoismi nazionali, la rinazionalizzaizone e il particolarismo nazionale si stanno espandendo». «Era dalla seconda guerra mondiale che non vedevamo così tante persone in fuga in tutto il mondo», ha detto il presidente del Parlamento europeo a proposito dei profughi. E ancora: «Dimenticando completamente la storia, 25 anni dopo la caduta della cortina di ferro alcuni vogliono costruire in Europa nuovi muri e recinzioni, mettendo a repentaglio una delle più grandi conquiste europee, la libertà di circolazione. Le persone che fuggono dalla brutalità dello Stato islamico o dalle bombe di Assad non si fermeranno certo di fronte a muri o fili spinati». «L’Europa sta attraversando una crisi di solidarietà e i valori comuni su cui si fonda stanno vacillando», il grido d’allarme di Shulz: «È pertanto giunto il momento di lottare per l’Europa. Tutti gli europei sono chiamati a mobilitarsi a favore dell’Europa».

Juncker (Commissione europea), «l’Europa è la professione vivente della dignità umana». «L’Europa è la professione vivente della dignità umana, della convivenza tra gli uomini e la pace sociale». Ne è convinto Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione europea, che durante la cerimonia di consegna del Premio Carlo Magno ha fatto notare come l’Europa «è più di un’articolazione di istituzioni, indicatori e processi, più di una comunità a finalità economica. È l’unione delle forze: per l’umanità, per una pace che comincia nel quotidiano», tramite una «collaborazione tra le persone che supera le frontiere e va ben oltre qualsiasi Trattato». Per Juncker, il Papa è un esempio di «coraggio» e di «forza», che ci ricorda con la testimonianza concreta – come a Lesbo – che «la costituzione europea mantiene intatta la sua vocazione: essere un’opera di pacificazione per l’Europa stessa e oltre i suoi confini. Perché le sventure del mondo riguardano anche noi. Perché un mondo più stabile significa un’Europa più forte».

Tusk (Consiglio europeo), serve Europa «ospedale da campo» più che «fortezza». Oggi abbiamo bisogno di un’Europa come «ospedale da campo, piuttosto che una fortezza», ha detto Donald Tusk, presidente del Consiglio europeo, durante la cerimonia di consegna del Premio Carlo Magno. Citando l’esempio di Papa Francesco, Tusk ha fatto notare che i credenti e i non credenti hanno bisogno «di una Chiesa inclusiva e non esclusiva, una Chiesa che rinunci all’opulenza per sostenere i poveri, una Chiesa radicale nell’amore che lasci a Dio il compito di giudicare. Una Chiesa che abbia fiducia negli uomini e nella loro libertà, anziché nell’onnipotenza e onniscienza delle istituzioni, una Chiesa che, anziché condannare, porti la speranza a vite spezzate. Una Chiesa che ispiri solo sentimenti positivi e mai, in nessun luogo, paura, disprezzo o rabbia». Poi l’accenno alla prossima Giornata mondiale della gioventù, in programma a luglio a Cracovia, e la triplice battuta: «La Polonia è e rimarrà in Europa. Siamo stati e saremo europei. L’Europa è un articolo di fede».

Il premio Carlo Magno 2016 è stato assegnato a Papa Francesco «in tributo al suo straordinario impegno a favore della pace, della comprensione e della misericordia in una società europea di valori», ha detto Jurgen Linde, consegnato nelle mani del Papa intorno alle 12.25. «Sua Santità – ha detto Linden – è una voce della coscienza che ci sollecita a porre sempre l’uomo al centro del nostro operato. In quanto altissima autorità morale ci ricorda, come ammonitore e mediatore, che in Europa abbiamo il compito e il dovere – sulla scorta degli ideali dei padri fondatori – di dare concreta realizzazione ai principi di libertà, diritto e democrazia, solidarietà e salvaguardia del Creato».

L'Europa «nonna». «Nel Parlamento europeo mi sono permesso di parlare di Europa nonna», ha ricordato il Papa, che nel suo discorso (testo integrale) ha ribadito la sua impressione di «un’Europa stanca e invecchiata, non fertile e vitale, dove i grandi ideali che hanno ispirato l’Europa sembrano aver perso forza attrattiva; un’Europa decaduta che sembra abbia perso la sua capacità generatrice e creatrice». «Un’Europa – ha ammonito Francesco – tentata di voler assicurare e dominare spazi più che generare processi di inclusione e trasformazione; un’Europa che si va ‘trincerando’ invece di privilegiare azioni che promuovano nuovi dinamismi nella società; dinamismi capaci di coinvolgere e mettere in movimento tutti gli attori sociali (gruppi e persone) nella ricerca di nuove soluzioni ai problemi attuali, che portino frutto in importanti avvenimenti storici; un’Europa che lungi dal proteggere spazi si renda madre generatrice di processi».

Cosa ti è successo, Europa? «Che cosa ti è successo, Europa umanistica, paladina dei diritti dell’uomo, della democrazia e della libertà? Che cosa ti è successo, Europa terra di poeti, filosofi, artisti, musicisti, letterati? Che cosa ti è successo, Europa madre di popoli e nazioni, madre di grandi uomini e donne che hanno saputo difendere e dare la vita per la dignità dei loro fratelli?». Sono gli interrogativi al centro del discorso pronunciato dal Papa (testo integrale); uno dei discorsi più lunghi del pontificato, che per i toni e i contenuti acquista la fisionomia di una sorta di «trattato». «La creatività, l’ingegno, la capacità di rialzarsi e di uscire dai propri limiti appartengono all’anima dell’Europa», ha esordito Francesco: «Nel secolo scorso, essa ha testimoniato all’umanità che un nuovo inizio era possibile: dopo anni di tragici scontri, culminati nella guerra più terribile che si ricordi, è sorta, con la grazia di Dio, una novità senza precedenti nella storia». «Le ceneri delle macerie non poterono estinguere la speranza e la ricerca dell’altro, che arsero nel cuore dei Padri fondatori del progetto europeo», ha ammonito il Papa: «Essi gettarono le fondamenta di un baluardo di pace, di un edificio costruito da Stati che non si sono uniti per imposizione, ma per la libera scelta del bene comune, rinunciando per sempre a fronteggiarsi. L’Europa, dopo tante divisioni, ritrovò finalmente sé stessa e iniziò a edificare la sua casa». Nell’Europa «famiglia di popoli», «lodevolmente diventata nel frattempo più ampia, in tempi recenti sembra sentire meno proprie le mura della casa comune, talvolta innalzate scostandosi dall’illuminato progetto architettato dai Padri», la denuncia del Papa, secondo il quale «quell’atmosfera di novità, quell’ardente desiderio di costruire l’unità paiono sempre più spenti; noi figli di quel sogno siamo tentati di cedere ai nostri egoismi, guardando al proprio utile e pensando di costruire recinti particolari». Tuttavia, «sono convinto che la rassegnazione e la stanchezza non appartengono all’anima dell’Europa e che anche le difficoltà possono diventare promotrici potenti di unità», l’incoraggiamento di Francesco.

Trasfusione di memoria. Per «aggiornare l’Europa», serve «una trasfusione di memoria». Il Papa ha messo in circuito virtuoso il passato e il presente del nostro Continente. Citando Elie Wiesel, lo scrittore sopravvissuto ai campi di sterminio nazisti, ha teorizzato che oggi «è necessario fare memoria, prendere un po’ di distanza dal presente per ascoltare la voce dei nostri antenati». La memoria, ha spiegato Francesco, «non solo ci permetterà di non commettere gli stessi errori del passato, ma ci darà accesso a quelle acquisizioni che hanno aiutato i nostri popoli ad attraversare positivamente gli incroci storici che andavano incontrando». «La trasfusione della memoria – la tesi del Papa – ci libera da quella tendenza attuale spesso più attraente di fabbricare in fretta sulle sabbie mobili dei risultati immediati che potrebbero produrre una rendita politica facile, rapida ed effimera, ma che non costruiscono la pienezza umana». L’esempio da seguire è quello dei padri fondatori dell’Europa, che «seppero cercare strade alternative, innovative in un contesto segnato dalle ferite della guerra». In sintesi, «ebbero l’audacia non solo di sognare l’idea di Europa, ma osarono trasformare radicalmente i modelli che provocavano soltanto violenza e distruzione. Osarono cercare soluzioni multilaterali ai problemi che poco a poco diventavano comuni». «L’Europa non si farà in un colpo solo», ha ricordato Francesco citando la frase di Robert Shuman considerata «l’atto di nascita della prima comunità europea».

Tornare ai progetti dei Padri fondatori. «Proprio ora, in questo nostro mondo dilaniato e ferito, occorre ritornare a quella solidarietà di fatto, alla stessa generosità concreta che seguì il secondo conflitto mondiale, perché la pace mondiale non potrà essere salvaguardata senza sforzi creatori che siano all’altezza dei pericoli che la minacciano». È la ricetta del Papa per l’Europa, sulla scorta dell’audacia di uno dei suoi padri fondatori, Robert Schuman. «I progetti dei Padri fondatori, araldi della pace e profeti dell’avvenire, non sono superati», ha ammonito Francesco nel discorso per il conferimento del Premio Carlo Magno: «Ispirano, oggi più che mai, a costruire ponti e abbattere muri. Sembrano esprimere un accorato invito a non accontentarsi di ritocchi cosmetici o di compromessi tortuosi per correggere qualche trattato, ma a porre coraggiosamente basi nuove, fortemente radicate». Da Alcide De Gasperi il Papa ha mutuato lo stile da adottare per «aggiornare» l’Europa: «Tutti egualmente animati dalla preoccupazione del bene comune delle nostre patrie europee, della nostra Patria Europa, ricominciare, senza paura un lavoro costruttivo che esige tutti i nostri sforzi di paziente e lunga cooperazione». Solo questa «trasfusione della memoria», dunque, «ci permette di ispirarci al passato per affrontare con coraggio il complesso quadro multipolare dei nostri giorni, accettando con determinazione la sfida di aggiornare l’idea di Europa».

C'è bisogno di un nuovo umanesimo europeo. «Un’Europa capace di dare alla luce un nuovo umanesimo basato su tre capacità: la capacità di integrare, la capacità di dialogare e la capacità di generare». Il Papa nel suo lungo discorso ha auspicato un’idea di Europa che veda «la città come un luogo di convivenza tra varie istanze e livelli», capace di rifuggire «quella tendenza riduzionistica che abita in ogni tentativo di pensare e sognare il tessuto sociale». «La bellezza radicata in molte delle nostre città si deve al fatto che sono riuscite a conservare nel tempo le differenze di epoche, di nazioni, di stili, di visioni», l’analisi di Francesco: «Basta guardare l’inestimabile patrimonio culturale di Roma per confermare ancora una volta che la ricchezza e il valore di un popolo si radica proprio nel saper articolare tutti questi livelli in una sana convivenza». «I riduzionismi e tutti gli intenti uniformanti, lungi dal generare valore, condannano i nostri popoli a una crudele povertà: quella dell’esclusione», ha ammonito il Papa: «E lungi dall’apportare grandezza, ricchezza e bellezza, l’esclusione provoca viltà, ristrettezza e brutalità. Lungi dal dare nobiltà allo spirito, gli apporta meschinità». «L’identità europea è, ed è sempre stata, un’identità dinamica e multiculturale», ha ricordato Francesco: «Le radici dei nostri popoli, le radici dell’Europa si andarono consolidando nel corso della sua storia imparando a integrare in sintesi sempre nuove le culture più diverse e senza apparente legame tra loro».

La sfida dell'integrazione. «Il tempo ci sta insegnando che non basta il solo inserimento geografico delle persone, ma la sfida è una forte integrazione culturale». Ne è convinto il Papa, che nel discorso per il conferimento del Premio Carlo Magno ha consegnato ai politici «questo lavoro fondamentale e non rinviabile», a partire dalla consapevolezza che – come si legge nell’Evangelii gaudium – «il tutto è più delle parti» e dalla capacità di «lavorare per allargare lo sguardo». «Siamo invitati a promuovere un’integrazione che trova nella solidarietà il modo in cui fare le cose, il modo in cui costruire la storia», l’invito di Francesco: «Una solidarietà che non può mai essere confusa con l’elemosina, ma come generazione di opportunità perché tutti gli abitanti delle nostre città – e di tante altre città – possano sviluppare la loro vita con dignità». In questo modo, «la comunità dei popoli europei potrà vincere la tentazione di ripiegarsi su paradigmi unilaterali e di avventurarsi in colonizzazioni ideologiche», riscoprendo «l’ampiezza dell’anima europea, nata dall’incontro di civiltà e popoli, più vasta degli attuali confini dell’Unione e chiamata a diventare modello di nuove sintesi e di dialogo». «Il volto dell’Europa non si distingue infatti nel contrapporsi ad altri, ma nel portare impressi i tratti di varie culture e la bellezza di vincere le chiusure», l’ammonimento del Papa, che ha citato Konrad Adenauer per spiegare come «senza questa capacità di integrazione» il futuro dell’Occidente è compromesso.

Il dialogo per ricostruire il tessuto sociale. «Se c’è una parola che dobbiamo ripetere fino a stancarci – ha detto ancora il Papa, come secondo requisito del «nuovo umanesimo» europeo -  è questa: dialogo». «Siamo invitati a promuovere una cultura del dialogo cercando con ogni mezzo di aprire istanze affinché questo sia possibile e ci permetta di ricostruire il tessuto sociale», l’indicazione di fondo: «La cultura del dialogo implica un autentico apprendistato, un’ascesi che ci aiuti a riconoscere l’altro come un interlocutore valido; che ci permetta di guardare lo straniero, il migrante, l’appartenente a un’altra cultura come un soggetto da ascoltare, considerato e apprezzato». «La pace sarà duratura nella misura in cui armiamo i nostri figli con le armi del dialogo, insegniamo loro la buona battaglia dell’incontro e della negoziazione», ha assicurato Francesco: «In tal modo potremo lasciare loro in eredità una cultura che sappia delineare strategie non di morte ma di vita, non di esclusione ma di integrazione». Di qui la proposta di inserire la «cultura del dialogo in tutti i curriculi scolastici come asse trasversale delle discipline», per «inculcare nelle giovani generazioni un modo di risolvere i conflitti diverso da quello a cui li stiamo abituando». Oggi, per il Papa, si devono realizzare «coalizioni non più solamente militari o economiche ma culturali, educative, filosofiche, religiose»: «Coalizioni che mettano in evidenza che, dietro molti conflitti, è spesso in gioco il potere di gruppi economici. Coalizioni capaci di difendere il popolo dall’essere utilizzato per fini impropri». «Armiamo la nostra gente con la cultura del dialogo e dell’incontro», l’esortazione.

Il lavoro per tutti, specie per i giovani. «Se vogliamo pensare le nostre società in un modo diverso, abbiamo bisogno di creare posti di lavoro dignitoso e ben remunerato, specialmente per i nostri giovani». Protagonisti dell’ultimo dei tre verbi necessari a declinare il futuro dell’Europa – «generare» – sono i giovani, che all’interno del nostro Continente «hanno un ruolo preponderante», ha detto il Papa. I giovani, ha ammonito Francesco, «non sono il futuro dei nostri popoli, sono il presente; sono quelli che già oggi con i loro sogni, con la loro vita stanno forgiando lo spirito europeo». «Non possiamo pensare il domani senza offrire loro una reale partecipazione come agenti di cambio e di trasformazione. Non possiamo immaginare l’Europa senza renderli partecipi e protagonisti di questo sogno», il grido del Papa, che si chiede: «Come possiamo fare partecipi i nostri giovani di questa costruzione quando li priviamo di lavoro; di lavori degni che permettano loro di svilupparsi per mezzo delle loro mani, della loro intelligenza e delle loro energie? Come pretendiamo di riconoscere ad essi il valore di protagonisti, quando gli indici di disoccupazione e sottoccupazione di milioni di giovani europei è in aumento? Come evitare di perdere i nostri giovani, che finiscono per andarsene altrove in cerca di ideali e senso di appartenenza perché qui, nella loro terra, non sappiamo offrire loro opportunità e valori?».

Da un'economia liquida a una sociale. Per elaborare «nuovi modelli economici più inclusivi ed equi, non orientati al servizio di pochi, ma al beneficio della gente e della società» bisogna passare «da un’economia liquida a un’economia sociale». Ne è convinto il Papa, che ha citato l’esempio dell’economia sociale di mercato, «incoraggiata anche dai miei predecessori» per invocare la necessità di «passare da un’economia che punta al reddito e al profitto in base alla speculazione e al prestito a interesse ad un’economia sociale che investa sulle persone creando posti di lavoro e qualificazione». «Dobbiamo passare da un’economia liquida, che tende a favorire la corruzione come mezzo per ottenere profitti – le parole di Francesco – a un’economia sociale che garantisce l’accesso alla terra, al tetto per mezzo del lavoro come ambito in cui le persone e le comunità possano mettere in gioco molte dimensioni della vita: la creatività, la proiezione nel futuro, lo sviluppo delle capacità, l’esercizio dei valori, la comunicazione con gli altri, un atteggiamento di adorazione». «Al di là degli interessi limitati delle imprese e di una discutibile razionalità economica», bisogna quindi «perseguire quale priorità l’obiettivo dell’accesso al lavoro per tutti», come si legge nella Laudato si’. «Se vogliamo mirare a un futuro che sia dignitoso, se vogliamo un futuro di pace per le nostre società, potremo raggiungerlo solamente puntando sulla vera inclusione», ha ribadito il Papa, secondo il quale il passaggio da un’economia liquida a un’economia sociale «non solo darà nuove prospettive e opportunità concrete di integrazione e inclusione, ma ci aprirà nuovamente la capacità di sognare quell’umanesimo, di cui l’Europa è stata culla e sorgente».

Il ruolo della Chiesa e del dialogo ecumenico. «Alla rinascita di un’Europa affaticata, ma ancora ricca di energie e di potenzialità, può e deve contribuire la Chiesa», perché «solo una Chiesa ricca di testimoni potrà ridare l’acqua pura del Vangelo alle radici dell’Europa». Nell’ultima parte del discorso il Papa si è soffermato sul «compito» della Chiesa per il nostro continente, che «coincide con la sua missione: l’annuncio del Vangelo, che oggi più che mai si traduce soprattutto nell’andare incontro alle ferite dell’uomo, portando la presenza forte e semplice di Gesù, la sua misericordia consolante e incoraggiante». «Dio desidera abitare tra gli uomini, ma può farlo solo attraverso uomini e donne che, come i grandi evangelizzatori del continente, siano toccati da Lui e vivano il Vangelo, senza cercare altro», il percorso indicato da Francesco, secondo il quale «il cammino dei cristiani verso la piena unità è un grande segno dei tempi, ma anche l’esigenza urgente di rispondere all’appello del Signore perché tutti siano una sola cosa».

«L'Europa che sogno». «Con la mente e con il cuore, con speranza e senza vane nostalgie, come un figlio che ritrova nella madre Europa le sue radici di vita e di fede, sogno un nuovo umanesimo europeo, un costante cammino di umanizzazione, cui servono memoria, coraggio, sana e umana utopia». È il paragrafo finale del discorso del Papa per il conferimento del Premio Carlo Magno, in cui «sognare» è il verbo ricorrente insieme ad «osare». «Sogno un’Europa giovane, capace di essere ancora madre», le parole di Francesco: «Una madre che abbia vita, perché rispetta la vita e offre speranze di vita. Sogno un’Europa che si prende cura del bambino, che soccorre come un fratello il povero e chi arriva in cerca di accoglienza perché non ha più nulla e chiede riparo. Sogno un’Europa che ascolta e valorizza le persone malate e anziane, perché non siano ridotte a improduttivi oggetti di scarto. Sogno un’Europa, in cui essere migrante non sia delitto bensì un invito ad un maggior impegno con la dignità di tutto l’essere umano. Sogno un’Europa dove i giovani respirano l’aria pulita dell’onestà, amano la bellezza della cultura e di una vita semplice, non inquinata dagli infiniti bisogni del consumismo; dove sposarsi e avere figli sono una responsabilità e una gioia grande, non un problema dato dalla mancanza di un lavoro sufficientemente stabile. Sogno un’Europa delle famiglie, con politiche veramente effettive, incentrate sui volti più che sui numeri, sulle nascite dei figli più che sull’aumento dei beni. Sogno un’Europa che promuove e tutela i diritti di ciascuno, senza dimenticare i doveri verso tutti. Sogno un’Europa di cui non si possa dire che il suo impegno per i diritti umani è stata la sua ultima utopia».

Fonte: Sir
Papa Francesco, premio Carlo Magno: «Questa è l'Europa che sogno»
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