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Papa Francesco: udienza, il futuro «non sarà di chi costruisce armi, ma di chi semina fraternità»

Davanti ad 8mila persone, in Aula Paolo VI, Papa Francesco nell'udienza generale di oggi ha parlato del suo recente viaggio in Myanmar e Bangladesh, della solidarietà ai profughi Rohingya, delle Suore di Madre Teresa incontrate. Preoccupazione per la decisione di Trump di spostare l'ambasciata Usa a Gerusalemme.

Papa francesco nell'Aula Paolo VI (Foto Sir)

«Un grande dono di Dio». Così il Papa ha definito il viaggio in Myanmar e Bangladesh, compiuto nei giorni scorsi. Davanti agli 8mila fedeli presenti oggi in Aula Paolo VI, Francesco ha ringraziato «per ogni cosa, specialmente per gli incontri che ho potuto avere». Poi la «gratitudine alle autorità dei due Paesi e ai rispettivi vescovi, per tutto il lavoro di preparazione e per l’accoglienza riservata a me e ai miei collaboratori» e un «grazie» sentito «alla gente birmana e a quella bengalese, che mi hanno dimostrato tanta fede e tanto affetto». «Per la prima volta un successore di Pietro visitava il Myanmar, e questo è avvenuto poco dopo che si sono stabilite relazioni diplomatiche tra questo Paese e la Santa Sede», ha fatto notare il Papa, spiegando che con il suo 21° viaggio apostolico ha voluto «esprimere la vicinanza di Cristo e della Chiesa a un popolo che ha sofferto a causa di conflitti e repressioni, e che ora sta lentamente camminando verso una nuova condizione di libertà e di pace». «Un popolo in cui la religione buddista è fortemente radicata, con i suoi principi spirituali ed etici, e dove i cristiani sono presenti come piccolo gregge e lievito del Regno di Dio», la fotografia di Francesco: «Questa Chiesa, viva e fervente, ho avuto la gioia di confermare nella fede e nella comunione, nell’incontro con i vescovi del Paese e nelle due celebrazioni eucaristiche».

Il futuro «non sarà di chi costruisce armi, ma di chi semina fraternità», ha detto il Papa, ripercorrendo le tappe del suo viaggio. «Le persecuzioni a causa della fede in Gesù sono normali per i suoi discepoli», ha detto Francesco citando la prima messa a Yangon. La seconda, invece, era dedicata ai giovani, «segno di speranza». «Nei volti di quei giovani, pieni di gioia, ho visto il futuro dell’Asia», ha proseguito il Papa riferendosi al momento conclusivo del viaggio in Myanmar: «Un futuro che sarà non di chi costruisce armi, ma di chi semina fraternità. E sempre in segno di speranza ho benedetto le prime pietre di 16 chiese, del seminario e della nunziatura». «Oltre alla Comunità cattolica, ho potuto incontrare le Autorità del Myanmar, incoraggiando gli sforzi di pacificazione del Paese e auspicando che tutte le diverse componenti della nazione, nessuna esclusa, possano cooperare a tale processo nel rispetto reciproco», le parole di Francesco: «In questo spirito, ho voluto incontrare i rappresentanti delle diverse comunità religiose presenti nel Paese. In particolare, al Supremo Consiglio dei monaci buddisti ho manifestato la stima della Chiesa per la loro antica tradizione spirituale, e la fiducia che cristiani e buddisti possano insieme aiutare le persone ad amare Dio e il prossimo, rigettando ogni violenza e opponendosi al male con il bene».

Dialogo con l'Islam. «La popolazione del Bangladesh è in grandissima parte di religione musulmana, e quindi la mia visita – sulle orme di quelle del beato Paolo VI e di san Giovanni Paolo II – ha segnato un ulteriore passo in favore del rispetto e del dialogo tra il cristianesimo e l’islam». È il bilancio della seconda tappa del suo 21° viaggio apostolico internazionale, in Bangladesh. «Alle Autorità del Paese – ha detto il Papa – ho ricordato che la Santa Sede ha sostenuto fin dall’inizio la volontà del popolo bengalese di costituirsi come nazione indipendente, come pure l’esigenza che in essa sia sempre tutelata la libertà religiosa». In particolare, «ho voluto esprimere solidarietà al Bangladesh nel suo impegno di soccorrere i profughi Rohingya affluiti in massa nel suo territorio, dove la densità di popolazione è già tra le più alte del mondo», ha proseguito il Papa a proposito del momento culminante del viaggio, di cui «uno degli eventi più significativi e gioiosi» è stata la Messa celebrata nello storico parto di Dacca e dall’ordinazione di 16 sacerdoti. «Sia in Bangladesh come anche in Myanmar e negli altri Paesi del sudest asiatico, grazie a Dio le vocazioni non mancano, segno di comunità vive, dove risuona la voce del Signore che chiama a seguirlo», l’omaggio del Papa: «Ho condiviso questa gioia con i vescovi del Bangladesh, e li ho incoraggiati nel loro generoso lavoro per le famiglie, per i poveri, per l’educazione, per il dialogo e la pace sociale. E ho condiviso questa gioia con tanti sacerdoti, consacrate e consacrati del Paese, come pure con i seminaristi, le novizie e i novizi, nei quali ho visto dei germogli della Chiesa in quella terra».

Il sorriso delle Suore di Madre Teresa. «A Dacca abbiamo vissuto un momento forte di dialogo interreligioso ed ecumenico, che mi ha dato modo di sottolineare l’importanza dell’apertura del cuore come base della cultura dell’incontro, dell’armonia e della pace». Sono le parole dedicate dal Papa all’incontro con i leader religiosi svoltosi nel giardino dell’arcivescovado. In Bangladesh, inoltre, il Papa ha visitato la Casa Madre Teresa, «dove la santa alloggiava quando si trovava in quella città, e che accoglie moltissimi orfani e persone con disabilità. Là, secondo il loro carisma, le suore vivono ogni giorno la preghiera di adorazione e il servizio a Cristo povero e sofferente». «Mai esce dalle loro labbra il sorriso», l’omaggio a braccio alle suore di Madre Teresa: «sono suore che pregano tanto, che abbracciano e continuamente con il sorriso. È una bella testimonianza, le ringrazio tanto». Anche in Bangladesh l’ultimo appuntamento «è stato con i giovani bengalesi, ricco di testimonianze, canti e danze». «Ma come danzano bene questi bengalesi, sanno danzare bene!», ha esclamato Francesco ancora a braccio: «Una festa che ha manifestato la gioia del Vangelo accolto da quella cultura; una gioia fecondata dai sacrifici di tanti missionari, di tanti catechisti e genitori cristiani. All’incontro erano presenti anche giovani musulmani e di altre religioni: un segno di speranza per il Bangladesh, per l’Asia e per il mondo intero».

Preoccupazione per il Medio Oriente. «Non posso tacere la mia profonda preoccupazione per la situazione che si è creata negli ultimi giorni e, nello stesso tempo, rivolgere un accorato appello affinché sia impegno di tutti rispettare lo status quo della città, in conformità con le pertinenti risoluzioni delle Nazioni Unite». Sono le parole del Papa, pronunciate al termine dell’udienza di oggi, prima dei saluti ai fedeli di lingua italiana che come di consueto concludono l’appuntamento del mercoledì con i fedeli. «Gerusalemme è una città unica, sacra per gli ebrei, i cristiani e i musulmani, che in essa venerano i luoghi santi delle rispettive religioni, ed ha una vocazione speciale alla pace», ha ricordato Francesco, auspicando che «tale identità sia preservata e rafforzata a beneficio della Terra Santa, del Medio Oriente e del mondo intero e che prevalgano saggezza e prudenza, per evitare di aggiungere nuovi elementi di tensione in un panorama mondiale già convulso e segnato da tanti e crudeli conflitti».

«Sono stato molto toccato dall’incontro con i rifugiati Rohingya e ho chiesto loro di perdonarci per le nostre mancanze e per il nostro silenzio, chiedendo alla comunità internazionale di aiutarli e di soccorrere tutti i gruppi oppressi e perseguitati presenti nel mondo». Oltre che nella catechesi, il Papa ha citato i Rohingya anche durante i saluti ai pellegrini di lingua araba, salutando in particolare quelli provenienti dalla Giordania, dalla Terra Santa e dal Medio Oriente. «Chi non soffre con il fratello sofferente, anche se è diverso da lui per razza, per religione, per lingua o per cultura, deve interrogarsi sulla sincerità della sua fede e sulla sua umanità», il monito di Francesco, che durante i saluti ai fedeli di lingua italiana, oltre al gruppo dei profughi siro-iracheni residenti in Italia, ha salutato «i preti, le suore e i laici provenienti dal Myanmar e dal Bangladesh, che sono qui presenti per restituire la mia recente visita nei loro paesi di origine. Grazie!». Salutando, poco prima, i fedeli polacchi, il Papa si è rivolto in particolare «a coloro che si sono impegnati per donare e portare in piazza San Pietro questo bellissimo albero di Natale. Grazie tante!». «Domenica prossima in Polonia si celebrerà la Giornata di preghiera e di aiuto alla Chiesa dell’Est», ha ricordato inoltre Francesco: «Affido a Dio quest’opera, segno della sollecitudine per il sostegno dei fedeli e dei pastori dei Paesi confinanti». Non è mancato un saluto ai genitori dei bambini affetti da leucemia o tumore, così come agli imprenditori cattolici italiani e gli Amici di Raoul Follereau Italia.

Fonte: Sir
Papa Francesco: udienza, il futuro «non sarà di chi costruisce armi, ma di chi semina fraternità»
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