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Papa in Cile: Messa al Campus Lobito, non c’è gioia se si chiudono le porte

«Questa terra, abbracciata dal deserto più arido del mondo, sa vestirsi a festa». È il saluto del Papa al nord del Cile, ultima tappa della sua visita nel Paese. Nell’omelia della Messa al Campus Lobito (testo integrale), un’ampia spianata di 20 ettari situata sul mare a 20 chilometri a sud di Iquique, Francesco ha elogiato i «cari fratelli del nord cileno» per come sanno «vivere la fede e la vita in un clima di festa».

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Papa Francesco, Messa a Iquique

«Vengo come pellegrino a celebrare con voi questo modo bello di vivere la fede», le sue parole: «Le vostre feste patronali, i vostri balli religiosi – che si prolungano per una settimana –, la vostra musica, i vostri vestiti fanno di questa zona un santuario di pietà popolare. Perché non è una festa che rimane chiusa all’interno del tempio, ma riesce a rivestire a festa tutto il villaggio», proprio come ha fatto Maria nell’episodio delle nozze di Cana, al centro del Vangelo di oggi. «Voi sapete celebrare – l’omaggio del Papa – cantando e danzando la paternità, la provvidenza, la presenza amorosa e costante; genera atteggiamenti interiori raramente osservati altrove al medesimo grado: pazienza, senso della croce nella vita quotidiana, distacco, apertura agli altri, devozione».

Dopo essersi congedato dalla nunziatura apostolica di Santiago, Francesco è decollato verso Iquique, dopo aver salutato individualmente 20 persone del Comitato organizzatore. Al suo arrivo all’aeroporto internazionale «Diego Aracena» di Iquique, il Papa è stato accolto da mons. Guillermo Patricio Vera Soto, vescovo della città, dal presidente della Regione e dal sindaco. Poi il trasferimento in auto al Campus Lobito, dove dopo un giro in papamobile tra i fedeli, alle ore 11.30 locali (le 15.30 ora di Roma), ha presieduto la messa per l’integrazione dei popoli in onore di «Nuestra Señora del Carmen», madre e regina del Cile. Per l’occasione la statua della «Virgen de la Tirana», la cui immagine è stata incoronata durante il rito, è stata trasportata dal Santuario al luogo della Messa.

«Maria è la Virgen de la Tirana; la Virgen Ayquina a Calama; la Virgen de las Peñas ad Arica, che passa per tutti i nostri problemi familiari, quelli che sembrano soffocarci il cuore, per accostarsi all’orecchio di Gesù e dirgli: vedi, ‘non hanno vino'». È il ritratto della Madonna, così come emerge dall’episodio delle nozze di Cana, fatto dal Papa, che durante l’omelia della messa a Campus Lobito ha parlato di Maria che «va per i nostri villaggi, per le vie, le piazze, le case, gli ospedali» a cercare il vino, per non rovinare la gioia della festa. «E poi non rimane zitta, si avvicina agli inservienti della festa e dice loro: ‘Qualsiasi cosa vi dica, fatela’», ha fatto notare Francesco sulla scorta del Vangelo di Giovanni. «Maria, donna di poche parole, ma molto concrete, si avvicina anche ad ognuno di noi per dirci solamente: ‘Qualsiasi cosa vi dica, fatela», ha commentato il Papa: «E in questo modo si apre la strada al primo miracolo di Gesù: far sentire ai suoi amici che anch’essi partecipano al miracolo». Perché Cristo «è venuto in questo mondo non per fare la sua opera da solo, ma con noi, con tutti noi, per essere il capo di un grande corpo le cui cellule vive, libere e attive, siamo noi», ha fatto notare Francesco, secondo il quale a Cana «il miracolo comincia quando gli inservienti avvicinano le anfore dell’acqua che erano destinate alla purificazione. Così anche ognuno di noi può cominciare il miracolo, di più, ognuno di noi è invitato a partecipare al miracolo per gli altri».

«Questa terra è terra di sogni, ma facciamo in modo che continui a essere anche terra di ospitalità». È l’invito del Papa per gli abitanti del Nord del Cile, incontrati oggi nella messa a Campus Lobito. «Ospitalità festosa – ha puntualizzato Francesco – perché sappiamo bene che non c’è gioia cristiana quando si chiudono le porte; non c’è gioia cristiana quando si fa sentire agli altri che sono di troppo o che tra di noi non c’è posto per loro». Il riferimento del Papa è a questa «terra di sogni» (questo significa il nome Iquique in aymara), che «ha saputo ospitare gente di diversi popoli e culture che hanno dovuto lasciare i loro cari e partire»: «Una partenza sempre basata sulla speranza di ottenere una vita migliore, ma sappiamo che è sempre accompagnata da bagagli carichi di paura e di incertezza per quello che verrà», l’ha definita Francesco. «Iquique è una zona di immigrati che ci ricorda la grandezza di uomini e donne», l’identikit: «Di famiglie intere che, davanti alle avversità, non si danno per vinte e si fanno strada in cerca di vita. Essi – specialmente quelli che devono lasciare la loro terra perché non hanno il minimo necessario per vivere – sono icone della Santa Famiglia, che dovette attraversare deserti per poter continuare a vivere».

Il grido del povero. «Come Maria a Cana, cerchiamo di imparare ad essere attenti nelle nostre piazze e nei nostri villaggi e riconoscere coloro che hanno una vita ‘annacquata’; che hanno perso – o ne sono stati derubati – le ragioni per celebrare. E non abbiamo paura di alzare le nostre voci per dire: ‘Non hanno vino'». Si è conclusa con questo appello l’omelia dell’ultima messa in Cile. «Il grido del popolo di Dio, il grido del povero, che ha forma di preghiera e allarga il cuore e ci insegna ad essere attenti», le parole di Francesco: «Siamo attenti a tutte le situazioni di ingiustizia e alle nuove forme di sfruttamento che espongono tanti fratelli a perdere la gioia della festa. Siamo attenti di fronte alla precarizzazione del lavoro che distrugge vite e famiglie. Siamo attenti a quelli che approfittano dell’irregolarità di molti migranti, perché non conoscono la lingua o non hanno i documenti in regola. Siamo attenti alla mancanza di casa, terra e lavoro di tante famiglie. E come Maria diciamo con fede: non hanno vino». «Come i servi della festa, portiamo quello che abbiamo, per quanto sembri poco», il consiglio del Papa sulla scorta delle nozze di Cana: «Come loro, non abbiamo paura a dare una mano, e che la nostra solidarietà e il nostro impegno per la giustizia facciano parte del ballo e del canto che possiamo intonare a nostro Signore».

«Approfittiamo anche per imparare e lasciarci impregnare dai valori, dalla sapienza e dalla fede che i migranti portano con sé», l’esortazione rivolta agli immigrati: «Senza chiuderci a quelle ‘anfore’ piene di sapienza e di storia che portano quanti continuano ad arrivare in queste terre. Non priviamoci di tutto il bene che hanno da offrire». «E lasciamo che Gesù possa completare il miracolo – ha concluso Francesco – trasformando le nostre comunità e i nostri cuori in segno vivo della sua presenza, che è gioiosa e festosa perché abbiamo sperimentato che Dio-è-con-noi, perché abbiamo imparato a ospitarlo in mezzo a noi. Gioia e festa contagiosa che ci porta a non escludere nessuno dall’annuncio di questa Buona Notizia».

Fonte: Sir
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