Vita Chiesa
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Papa in Messico, ai vescovi: La Chiesa non lavora nell’oscurità. Narcotraffico è metastasi

«Chinatevi, con delicatezza e rispetto, sull’anima profonda della nostra gente, scendete con attenzione e decifrate il suo misterioso volto». È l’invito del Papa ai vescovi, incontrati nella cattedrale di Città del Messico (discorso integrale).

Il discorso del Papa ai vescovi messicani

«Non potevo non venire!», l’esordio del suo secondo discorso: «Potrebbe il successore di Pietro, chiamato dal lontano sud latinoamericano, fare a meno di posare lo sguardo sulla Vergine Morenita?». «Come fece san Juan Diego e fecero le successive generazioni dei figli della Guadalupana, anche il Papa da tempo nutriva il desiderio di vederla», ha confessato. Partendo dal modo in cui i messicani chiamano familiarmente la Madonna, «Morenita», Francesco ha ricordato che la Madonna di Guadalupe «ci insegna che l’unica forza capace di conquistare il cuore degli uomini è la tenerezza di Dio»: di qui l’importanza del «grembo materno» che «continuamente ha generato» la storia del Messico, attraverso «la familiarità con il dolore e la morte» come «antidoto all’autosufficienza prepotente di quanti credono di poter prescindere da Dio».

«Siate vescovi di sguardo limpido, di anima trasparente, di volto luminoso. Non abbiate paura della trasparenza. La Chiesa non ha bisogno dell’oscurità per lavorare». Ai vescovi del Messico, il Papa ha chiesto di vigilare «affinché i vostri sguardi non si coprano con le penombre della nebbia della mondanità». «Non lasciatevi corrompere dal volgare materialismo né dalle illusioni seduttrici degli accordi sottobanco», l’invito di Francesco dalla cattedrale di Città del Messico: «Non riponete la vostra fiducia nei ‘carri e cavalli’ dei faraoni attuali». E ancora: «Non perdete tempo ed energie nelle cose secondarie, nelle chiacchiere e negli intrighi, nei vani progetti di carriera, nei vuoti piani di egemonia, negli sterili club di interessi o di consorterie». Per il Papa, inoltre, occorre «superare la tentazione della distanza e del clericalismo, della freddezza e dell’indifferenza, del comportamento trionfale e dell’autoreferenzialità», perché «solo una Chiesa capace di proteggere il volto degli uomini che vanno a bussare alla sua porta è capace di parlare loro di Dio. Se non decifriamo le loro sofferenze, se non ci accorgiamo dei loro bisogni, nulla potremo offrire».

Una «metastasi che divora». Così il Papa ha definito il narcotraffico, piaga del Messico stigmatizzata già nel primo discorso alle autorità del Paese. «Offrire un grembo materno ai giovani», la consegna del Papa ai vescovi, incontrati nella cattedrale di Città del Messico. «Mi preoccupano tanti – il grido d’allarme di Francesco – che, sedotti dalla vuota potenza del mondo, esaltano le chimere e si rivestono dei loro macabri simboli per commercializzare la morte in cambio di monete che alla fine tarme e ruggine consumano e per cui i ladri scassinano e rubano». «Vi prego di non sottovalutare la sfida etica e anti-civica che il narcotraffico rappresenta per l’intera società messicana, compresa la Chiesa», l’accorato appello del Papa: «Le proporzioni del fenomeno, la complessità delle sue cause, l’immensità della sua estensione come metastasi che divora, la gravità della violenza che disgrega e delle sue sconvolte connessioni, non permettono a noi, pastori della Chiesa, di rifugiarci in condanne generiche bensì esigono un coraggio profetico e un serio e qualificato progetto pastorale per contribuire, gradualmente, a tessere quella delicata rete umana, senza la quale tutti saremmo fin dall’inizio distrutti da tale insidiosa minaccia». Una lotta, quella al narcotraffico, che per il Papa deve partire dalle concrete situazioni di vita: «Solo cominciando dalle famiglie; avvicinandosi e abbracciando la periferia umana ed esistenziale dei territori desolati delle nostre città; coinvolgendo le comunità parrocchiali, le scuole, le istituzioni comunitarie, la comunità politica, le strutture di sicurezza; solo così si potrà liberare totalmente dalle acque in cui purtroppo annegano tante vite, sia quella di chi muore come vittima, sia quella di chi davanti a Dio avrà sempre le mani macchiate di sangue, per quanto abbia il portafoglio pieno di denaro sporco e la coscienza anestetizzata».

«Il Messico ha bisogno delle sue radici amerinde per non rimanere in un enigma irrisolto», ha detto ancora il Papa ai vescovi del Messico. «Gli indigeni del Messico – le parole di Francesco nella cattedrale di Città del Messico – aspettano ancora che venga loro riconosciuta effettivamente quella identità che vi fa diventare una nazione unica e non solamente una tra le altre». No, dunque, al Messico come «labirinto della solitudine» o terra dei «fondamentalismi»: «Non stancatevi, invece, di ricordare al vostro popolo quanto sono potenti le radici antiche che hanno permesso la viva sintesi cristiana di comunione umana, culturale e spirituale che si è forgiata qui». «Che i vostri sguardi – l’invito del Papa ai presuli – siano capaci di contribuire all’unità del vostro popolo; di favorire la riconciliazione delle sue differenze e l’integrazione delle sue diversità; di ricordare la misura alta che il Messico può raggiungere se impara ad appartenere a se stesso prima che ad altri; di aiutare a trovare soluzioni condivise e sostenibili alle sue miserie; di motivare l’intera nazione a non accontentarsi di meno di quanto si attende dal modo messicano di abitare il mondo». «Senza recuperare, nella coscienza degli uomini e della società, queste radici profonde, anche al lavoro generoso in favore dei legittimi diritti umani», il monito di Francesco, «mancherà la linfa vitale che può venire solo da una sorgente che l’umanità non potrà mai darsi da se stessa».

«Sono milioni i figli della Chiesa che oggi vivono nella diaspora o in transito peregrinando verso il nord in cerca di nuove opportunità», ha fatto notare il Papa, che nella parte finale del suo discorso ai vescovi del Messico ha espresso «apprezzamento per tutto quanto state facendo per affrontare la sfida della nostra epoca rappresentata dalle migrazioni». «Molti di loro – ha proseguito a proposito dei migranti – lasciano alle spalle le proprie radici per avventurarsi, anche nella clandestinità che implica ogni tipo di rischio, alla ricerca della ‘luce verde’ che considerano come loro speranza. Tante famiglie si dividono; e non sempre l’integrazione nella presunta ‘terra promessa’ è così facile come si pensa».

«I vostri cuori siano capaci di seguirli e raggiungerli al di là delle frontiere», la consegna di Francesco: «Rafforzate la comunione con i vostri fratelli dell’episcopato statunitense affinché la presenza materna della Chiesa mantenga vive le radici della loro fede, le ragioni della loro speranza e la forza della loro carità. Testimoniate uniti che la Chiesa è custode di una visione unitaria dell’uomo e non può accettare che l’uomo sia ridotto a mera risorsa umana».

«Non sarà vana la premura delle vostre diocesi nel versare il poco balsamo che possiedono sui piedi feriti di quanti attraversano i loro territori e di spendere per loro il denaro duramente raccolto», ha assicurato.

«Il Papa è sicuro che il Messico e la sua Chiesa arriveranno in tempo all’appuntamento con sé stessi, con la storia, con Dio», l’augurio per il Paese che lo ospita: «Talvolta qualche pietra sulla strada rallenta la marcia e la fatica del tragitto richiederà qualche sosta, ma mai al punto da far perdere la meta. Infatti, può forse arrivare tardi chi ha una Madre che lo aspetta?».

Fonte: Sir
Papa in Messico, ai vescovi: La Chiesa non lavora nell’oscurità. Narcotraffico è metastasi
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