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Papa nel Tempio valdese di Torino: Ribet, «nuovo fratello del nostro percorso»

È arrivato poco prima delle nove, il primo Papa della storia a varcare le soglie di un Tempio Valdese. È iniziata con un appuntamento con la storia la seconda giornata del viaggio del Papa a Torino. Imponente lo spiegamento delle forze dell’ordine davanti al luogo di culto di Corso Vittorio Emanuele, nel quartiere di San Salvario.

Parole chiave: Torino (19)
Papa Francesco accolto nel Tempio Valdese di Torino

All’ingresso del Tempio, Papa Francesco è stato accolto dal pastore Eugenio Bernardini, moderatore della Tavola  Valdese, da Sergio Velluto, presidente del Concistoro della Chiesa Evangelica Valdese di Torino, e dal pastore Paolo Ribet, titolare della Chiesa Evangelica Valdese di Torino. Presenti nel Tempio circa 400 persone, e un pool ristretto di 40 giornalisti.

«Caro fratello Francesco», «nuovo fratello del nostro percorso». Con queste parole il pastore Paolo Ribet ha salutato il primo Papa a varcare un Tempio Valdese a nome della comunità ospitante. «Siamo rimasti lietamente sorpresi quando abbiamo saputo che questo incontro si sarebbe tenuto qui a Torino, nel nostro Tempio», ha esordito, ricordando che la Chiesa di Torino «è la prima nata dopo la concessione dei diritti civili nel 1848, al di fuori da quel ghetto alpino in cui i Valdesi erano stati costretti per secoli. Il Tempio nel quale ci troviamo è stato costruito nel 1853 e non a caso è nel centro della città, in quanto vuole esprimere la forte volontà di presenza di questa comunità nel tessuto della comunità civile». «Nel momento in cui siamo chiamati alla fede, siamo anche esortati a metterci in cammino verso Cristo, che è e rimane al di fuori e al di sopra di noi», ha detto Ribet, secondo il quale oggi dopo 150 anni di scontri è giunto il tempo di «costruire ogni discorso ecumenico nel pieno riconoscimento e nel rispetto reciproco, secondo la prospettiva dell’unità nella diversità». 

«Un avvenimento storico che senza dubbio rappresenta una tappa fondamentale nelle relazioni ecumeniche». Così Oscar Oudri, moderatore della Chiesa Valdese di Rio, di Uruguay e di Argentina, ha definito l’incontro con il «fratello Francesco» nel Tempio Valdese di Torino. «La Chiesa valdese ha la peculiarità di essere una sola Chiesa in due aree geografiche: l’Italia e il Rio de La Plata», ha esordito, ringraziando Dio perché «è passato il tempo delle persecuzioni che ha portato dolore e morte alle nostre comunità ». «Nel Rio de La Plata negli ultimi decenni abbiamo fatto molte cose insieme», ha detto riferendosi all’amicizia che lo lega al Papa: «Per la difesa dei minori, dei giovani e degli anziani, dei popoli originari, delle donne, alla ricerca delle persone scomparse, contro la dittatura e la difesa dell’integrità del creato. Lottando fianco a fianco, imparando dal prossimo, al di là del proprio credo, per migliorare le condizioni di vita dei nostri popoli. E tutto questo ci ha rafforzato». Oudri ha auspicato che il cammino ecumenico «sia libero dalla tentazione del proselitismo, che può offuscare la nostra testimonianza». Infine, la proposta al Papa di «realizzare un evento simile a questo in una delle nostre chiese riformate», nella regione del Rio del La Plata. 

«Entrando in questo Tempio, lei ha varcato una soglia storica, quella di un muro alzatosi oltre otto secoli fa quando il movimento valdese fu accusato di eresia e scomunicato dalla Chiesa romana». È il saluto del pastore Eugenio Bernardini, moderatore della Tavola Valdese, al Papa. L’ecumenismo, ha spiegato accogliendo la definizione che il Papa ha dato nell’Evangelii Gaudium come «diversità riconciliata», è «la fine dell’autosufficienza delle Chiese», chiamate ad affrontare «questioni teologiche ancora aperte», partendo dalla consapevolezza che «ciò che unisce i cristiani raccolti intorno alla mensa di Gesù sono il pane e il vino che Egli ci offre e le sue parole, non le nostre interpretazioni che non fanno parte dell’Evangelo». Tra le urgenze comuni, Bernardini ha segnalato la necessità di «aprire la porta della nostra casa» ai profughi che fuggono dalle guerre.

Fonte: Sir
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