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Ucraina, Shevchuk: incontro Papa e Kirill «pietra miliare» ma Dichiarazione suscita «perplessità»

Sua Beatitudine Svyatoslav Shevchuk, arcivescovo maggiore della Chiesa ucraina greco-cattolica, ha spiegato oggi ai giornalisti la posizione della sua Chiesa sulla Dichiarazione firmata a Cuba da Papa Francesco e il Patriarca Kirill.

Parole chiave: Kirill (21)
La conferenza stampa di Svyatoslav Shevchuk, arcivescovo maggiore della Chiesa ucraina greco-cattolica

L’abbraccio tra Papa Francesco e il Patriarca Kirill è una «cosa sacra». Il loro incontro a Cuba segna «una pietra miliare nel cammino ecumenico». Quanto è successo è «opera dello Spirito Santo che apre sempre orizzonti a noi sconosciuti». È la Dichiarazione comune che è stata sottoscritta dal Santo Padre e dal Patriarca Kirill a suscitare «perplessità» e «dolore» soprattutto nei paragrafi in cui si parla di «uniati» e della situazione in Ucraina. Così Sua Beatitudine Svyatoslav Shevchuk, arcivescovo maggiore della Chiesa ucraina greco-cattolica, incontrando oggi a Roma i giornalisti per parlare della Dichiarazione di Cuba. Un testo – dice – che «ha suscitato dolore nel popolo ucraino. Mi sono sentito in coscienza di rispondere alla mia gente che si è sentita scoraggiata e disorientata». D’altronde – sottolinea l’arcivescovo – il dialogo si fa, dicendo «tutto quello che pensiamo con franchezza».

Riguardo alla Dichiarazione, Shevchuk parla di un «testo prolifero» che «corre il rischio di non essere chiaro perché quando si pretende di dire tutto, alla fine si fallisce». Non piace soprattutto il termine «uniati» che si utilizza nel testo. L’arcivescovo fa notare che viene usato con fini «dispregiativi» dalle Chiese ortodosse per indicare le Chiese orientali cattoliche e questo «per noi è offensivo». Anche il termine «comunità religiosa» lascia perplessi perché è «restrittivo» in quanto «noi – sottolinea Shevchuk – siamo parte integrale della comunione cattolica» e «la comunione con il Santo Padre è vitale». «Il Signore ci ha resuscitato 25 anni fa» con il ritorno della democrazia in Ucraina e il crollo del regime comunista. «Dobbiamo superare questo tipo di linguaggio».

Ma la realtà, per fortuna, è diversa e lo sguardo oggi è rivolto al futuro. «In questi anni di libertà e indipendenza – dice l’arcivescovo – in Ucraina abbiamo imparato non solo a coesistere pacificamente cattolici, protestanti e ortodossi ma a collaborare insieme. Si tratta di un processo più avanzato di quello che risulta nei paragrafi della Dichiarazione». «Quale cammino comincia per noi con questo incontro? Noi – garantisce Shevchuk – vogliamo camminare insieme ai nostri fratelli ortodossi. Vogliamo costruire non solo la pace o la coesistenza pacifica. Vogliamo l’unità della Chiesa».

L'arcivescovo ha anche annunciato che la settimana prossima si terrà a Roma la seduta del Sinodo permanente della Chiesa greco-cattolica di Ucraina e i vescovi saranno ricevuti in udienza da Francesco per «manifestare la nostra comunione piena e visibile con il Papa». L’arcivescovo ricorda che l’8 marzo prossimo ricorrono i 70 anni dello «pseudo-Sinodo» di Leopoli che nel 1946 decise forzatamente di sopprimere la Chiesa greco-cattolica ucraina costringendola alla clandestinità e «dando inizio al nostro martirio». Per questo, sottolinea l’arcivescovo, l’incontro dei vescovi greco-cattolici ucraini con Papa Francesco la prossima settimana a Roma «avrà un peso più forte». Riguardo alla Dichiarazione firmata a Cuba, Shevchuk dice che al Papa i vescovi non chiederanno spiegazioni «perché i figli non fanno così con un Padre» e perché «non ci serve alcuna spiegazione. Ci serve comunione e cammino da percorrere per il futuro».

Sua Beatitudine ha anche risposto ad una domanda sulla possibilità di una visita di Papa Francesco in Ucraina ricordando che sia la Chiesa greco-cattolica sia la Chiesa latina di Ucraina hanno presentato una lettera di invito un anno fa e lo stesso ha fatto il presidente ucraino sia per iscritto sia nel corso della sua udienza a Roma. «Sappiamo – ha detto Shevchuk – che il Santo Padre ha ricevuto le lettere ma non ha ancora risposto. Ma parlare di un incontro imminente o addirittura di date, è prematuro».

Prima di lasciare l’Argentina, Svyatoslav Shevchuk ha donato a Papa Bergoglio una piccola icona da viaggio raffigurante la «Madonna della Tenerezza». Nel dargliela gli ha detto: «Sarò sempre con lei». E Bergoglio, che stava attraversando un periodo difficile per i rapporti tra la Chiesa e lo Stato, gli ha chiesto: «Prega per me». Lo ha raccontato oggi ai giornalisti lo stesso  Svyatoslav Shevchuk. «Ricordando questi momenti personali – dice oggi Shevchuk – penso che il Papa ci invita ad abbassare i toni. Non si può fare un dialogo gridando. Non si può ascoltare l’altro, quando si ascolta solo se stessi. Si alza la voce quando si pensa che l’interlocutore non ascolti. Penso che per noi tutti sarà una prova. Abbiamo cominciato un dialogo o no? Se continueremo a parlare con voci dure, penso che il dialogo si fermi. Io ho grande paura che il più grande ostacolo per il cammino ecumenico, è la strumentalizzazione della religione per scopi politici». «I cristiani possono dialogare, ascoltarsi, perdonarsi, fare la pace e fare insieme un cammino verso l’unità piena e visibile soltanto quando saranno liberi dalla geopolitica, dalla sottomissione ad un potere temporale, liberi dalla follia dei potenti di questo mondo».

«Da un anno i mezzi di comunicazione non parlano più della guerra in Ucraina e sembra che non esista più». Si scusa per la «commozione» ma quando parla della guerra nella regione orientale del Donbass Sua Beatitudine Svyatoslav Shevchuk, non riesce a non incrinare la voce. «L’Ucraina – ha detto oggi incontrando i giornalisti a Roma – è vittima di un’aggressione straniera». «La guerra – aggiunge l’arcivescovo – continua ogni giorno. Ogni giorno entrano in Ucraina cannoni, carri armati, soldati russi. Ogni giorno si spara sulla linea. Ogni giorno si contano feriti e morti». Shevchuk rende conto anche delle conseguenze che la guerra ha lasciato sul terreno. «Secondo le stime dell’Onu – dice -, sono 2 milioni gli sfollati interni al Paese e di questi mezzo milione sono bambini. Si contano decine di migliaia di morti e non solo tra i soldati ma anche tra i civili. La guerra è una ferita che sanguina ancora».

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