Vita Chiesa
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Veglia pasquale, card. Betori: Non cediamo alla tentazione di imbalsamare Gesù

Le donne che al mattino presto andarono al sepolcro avevano «un proposito tutto umano: vogliono conservare il corpo di Gesù». «Imbalsamare Gesù, per non perderlo, è una sottile tentazione di sempre, che nasconde però la presunzione di essere noi i padroni di Gesù, coloro che lo possiedono e ne possono disporre». Lo ha detto l’arcivescovo di Firenze, il card. Giuseppe Betori, nell’omelia della Veglia pasquale celebrata in Cattedrale, durante la quale ha anche ricordato la morte delle studentesse in Spagna e le vittime degli attentati di Bruxelles.

Veglia pasquale, card. Betori: Non cediamo alla tentazione di imbalsamare Gesù

Quella dell’imbalsamazione di Gesù, ha proseguito il card. Betori, è «l’immagine di una religiosità chiusa in schemi precostituiti, che si nega di fatto alla libertà di Dio e non accetta di mettersi a rischio affrontandone esiti impensabili». E a questo proposito ha ricordato le parole di Papa Francesco «che mette in guardia da una Chiesa che si atteggia a gelosa proprietaria di un Dio da essa stessa modellato secondo aspettative umane, una Chiesa che fatica a misurarsi con la novità imprevedibile di un Dio che non ha le nostre misure nella fede, nella speranza e nella carità». Il nostro, invece è «un Dio che ci precede e anima la storia e che va riconosciuto dai credenti come attivo nel cuore dell’umanità, presente in ogni espressione di bontà ovunque essa si manifesti. Questo comporta che la Chiesa non tema di diventare “una Chiesa accidentata, ferita e sporca, per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alla proprie sicurezze” (Evangelii gaudium, 49)».

«Anche oggi, all’uomo del nostro tempo, può apparire un vaneggiamento l’annuncio che un crocifisso è risorto - ha proseguito il Cardinale -. Lo diventa in particolare in questi giorni, in cui i nostri cuori sono feriti per la perdita, in un rovinoso incidente sulle strade della Spagna, di nostre care ragazze, in cerca – come è giusto che facciano i giovani – di nuove conoscenze e di più estese esperienze; come pure siamo sopraffatti dallo sgomento per le morti di tanti innocenti, causate da disumani terroristi a Bruxelles, folli che vogliono minare le radici stesse della nostra civiltà bestemmiando il nome di Dio; né possiamo cancellare dagli occhi il lugubre spettacolo di guerre e di miseria che insanguina e opprime tante regioni della terra e provoca il dramma di milioni di profughi che bussano alle nostre porte troppe volte chiuse nell’egoismo; infine, più sottile, ma non pesa meno sulla nostra coscienza il diffondersi nella nostra società di una cultura di morte che, in spregio al valore inalienabile della persona umana, fa vittime tra i più deboli e indifesi, dal grembo materno ai letti della sofferenza».

«Solo l’annuncio che c’è altro oltre la morte, che la morte cioè non è l’ultima parola della vicenda umana e della storia del mondo - ha sottolineato l'Arcivescovo - , può far uscire dalla disperazione e dal non senso». 

Durante la liturgia il cardinale ha anche battezzato 14 adulti di diverse nazionalità oltre a quella italiana, peruviani, albanesi, romeni, una persona svedese e una austriaca. A loro ha dedicato l’ultima parte della sua omelia. «Morire per amore, come Gesù, ci unisce a lui in una vita nuova, dono della gloria del Padre, come ha ricordato l’apostolo Paolo», ha ricordato l’Arcivescovo che ha poi proseguito: «È quanto hanno scoperto questi nostri fratelli e sorelle che nella notte della Pasqua chiedono di diventare una cosa sola con Gesù nel santo Battesimo. Essi ci ricordano che solo in Cristo l’uomo può conoscere il compimento delle sue più autentiche aspirazioni. Di fronte a una umanità che si va disfacendo in un relativismo che brucia la ricerca della verità e l’impegno per il bene, Gesù si propone come un messaggio di vita che non è né illusorio né consolatorio, ma strettamente legato alla realtà, perché fondato sull’esperienza della croce e sulla potenza dell’amore che dà la vita».

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