Vita Chiesa
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Vita consacrata in Toscana. Gioie e difficoltà, prospettive e interrogativi

«La Vita consacrata in Toscana in ascolto e dialogo con i suoi Pastori». È questo il titolo della giornata che si è svolta a Loppiano lunedì 19 febbraio. Durante l’incontro il vescovo di Fiesole Mario Meini, vicepresidente della Cei, ha tenuto una relazione su «Il ruolo profetico della vita consacrata; interrogativi e punti di vista diversi». Pubblichiamo una sintesi del suo intervento.

Un'assemblea di religiose toscane

Ascoltiamo ciò che lo Spirito dice alla Chiesa
Questo intervento ha il compito di evocare alcuni argomenti per favorire un dialogo franco e sereno fra vescovi e religiosi, guardando questioni concrete, che toccano la nostra vita quotidiana. È un invito a mettersi in ascolto gli uni degli altri con umiltà, benevolenza e desiderio sincero di collaborare. «Chi ha orecchio ascolti ciò che lo Spirito dice alla Chiesa», convinti che a volte «lo Spirito santo si serve del più giovane (inesperto) per far comprendere ciò che è utile alla comunità» (alcune note sono attinte molto liberamente da una relazione di mons. J. Carballo, segretario della Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica, alla 23ª Assemblea Generale della Conferenza Spagnola dei Religiosi, nel novembre 2016).

Alcune gioie da condividere
Fra i molti motivi di gioia, mi limito ad elencare alcuni dati che sono sotto gli occhi di tutti: la gratitudine e la stima per la presenza e l’opera dei religiosi, l’apprezzamento per la vita contemplativa femminile nei monasteri, il notevole impulso degli Istituti religiosi alla cooperazione missionaria nel mondo, la vicinanza di molti religiosi/e ai poveri, la ricchezza e varietà dei carismi soprattutto nell’assistenza spirituale e nella cura di malati e anziani, l’accoglienza prudente e fiduciosa di nuove forme di vita religiosa.

Alcuni problemi da considerare insieme
Accanto alle gioie abbiamo anche i problemi. La necessità di un maggior dialogo tra vescovi e religiosi. Una visione funzionale della vita consacrata: si apprezzano i religiosi/e perché servono. La diminuzione delle vocazioni, l’invecchiamento delle persone e il numero talvolta ridottissimo dei componenti delle singole comunità con la conseguente fatica immane per cercar di fare oggi con tre anziani/e quello che prima si faceva con dieci giovani. Anche a motivo di queste reali difficoltà aumenta il rischio di perdere il senso vero della vita comunitaria e dell’identità della vita consacrata. Di conseguenza aumenta anche il rischio delle defezioni dalla vita religiosa. Di natura diversa è la sofferenza per il numero crescente di scuole cattoliche dismesse, o in via di dismissione. Inoltre il concentramento dei religiosi/e nelle città può far sì che in alcune zone si dimentichi del tutto l’esistenza della vita consacrata.

Dal sud e dall’est
Anche in Toscana appare evidente la numerosa presenza di religiosi e soprattutto religiose provenienti in gran parte dall’Africa e soprattutto dall’Asia. Va sempre riaffermato un principio chiaro: la Chiesa è una sola ed è universale e pertanto fra noi nessuno è forestiero. La parola «extracomunitario» non appartiene al lessico della Chiesa. Quanto più una persona è diversa da noi per cultura e tradizione, tanto maggiore è lo scambio reciproco di cui tutti vengono a beneficiare. Anche questo è un segno dei tempi: è bene che la Chiesa e primariamente la vita religiosa si colori del fenomeno migratorio e lo esprima al meglio: molte sorelle e fratelli provenienti dall’Asia e dall’Africa sono una ricchezza straordinaria di spiritualità e di carità, offrono esempi meravigliosi di vita religiosa che ci edificano e ci fanno bene. Spesso sono proprio le comunità religiose a indicare il modo migliore di come si attua una serena e feconda integrazione affettiva, culturale e spirituale. Purtroppo non mancano alcune difficoltà, che chiedono riflessione seria e attenta. Inoltre la presenza di persone consacrate provenienti da altri paesi non deve far associare l’idea che in futuro la vita religiosa nella nostra terra sarà appaltata a persone che vengono da fuori, demotivando il nostro impegno ad una seria proposta vocazionale.

Cosa possiamo fare
Fra il molto che possiamo fare innanzitutto c’è la preghiera: ascolto per comprendere la volontà di Dio e intercessione perché si compia la sua volontà; preghiera comune fra vescovi e superiori/e religiosi/e nelle celebrazioni liturgiche ma anche preghiera occasionale fatta insieme per crescere nella carità fraterna. In secondo luogo c’è l’impegno a favorire nel clero e nelle comunità religiose una ancora più attenta meditazione sul mistero della Chiesa come comunione: la dignità e la libertà di tutti, i doni particolari che lo Spirito Santo offre alle singole persone e varie aggregazioni religiose, la corresponsabilità nell’unica missione, il ministero del vescovo non come semplice coordinatore ma come promotore e garante della comunione e dell’articolazione dei carismi e dei ministeri. È poi importante creare occasioni di incontro e dialogo: un incontro come quello di oggi, incontri più frequenti della commissione mista, incontri «mirati» in occasione di alcune determinate circostanze, incontri informali tra il vescovo e i superiori/e religiosi/e, comunque sempre incontri veri, sinceri, cercati e condotti con animo aperto.

Un’altra urgenza è quella di una fattiva collaborazione nei progetti pastorali, evitando progetti paralleli e costituendo stabilmente nelle programmazioni degli impegni diocesani i superiori/e maggiori, o i loro delegati/e. Particolarmente importanto poi è condividere la revisione delle presenze e dei servizi in vista di una riorganizzazione creativa delle opere, lanciando segnali di nuove forme di presenza religiosa.

Infine un campo di necessaria collaborazione è quello della pastorale vocazionale: o la pastorale vocazionale è unitaria o non è autentica e diventa già alla radice infetta di future incomprensioni.

Alcuni problemi contingenti su cui è necessario un confronto aperto
Innanzitutto il problema della accoglienza dei religiosi che chiedono di diventare preti diocesani, delle singole religiose che cercano una nuova strada, dei piccoli gruppi che, in vario modo, pensano a nuove fondazioni: situazioni che esigono delicatezza e prudenza per un sereno discernimento. Un’altra difficoltà è data in taluni casi dalla destinazione delle case religiose. Infine l’attuazione saggia e onesta del principio «chi lavora ha diritto alla sua ricompensa», da dover applicare nella Chiesa per i religiosi e soprattutto per le religiose: non è facile indicare principi validi per tutte le situazioni, ma è necessario anche a questo riguardo perseguire un dialogo rispettoso fra vescovi e superiori/e religiosi/e.

Rispettare alcune normative vigenti
Infine è doveroso accennare brevemente, ma con estrema chiarezza, ad almeno due questioni nelle quali siamo chiamati a rispettare scrupolosamente le norme indicate dalla Santa Sede e dalla CEI: la collaborazione fra il vescovo e il superiore religioso in eventuali casi di abusi su minori, non solo per cercare dolorosi rimedi, ma prima ancora nella formazione e nella prevenzione; i passaggi di studenti dagli Istituti religiosi ai seminari e viceversa.

L’incontro di oggi sia un piccolo contributo al nostro comune desiderio di cercare l’armonia, praticare la sinergia, metterci in ascolto dello Spirito, dialogare in  umiltà, rispettare le diversità, vivere nella libertà, sperimentare che ci amiamo gli uni gli altri come ci ha amato il Signore.

Vita consacrata in Toscana. Gioie e difficoltà, prospettive e interrogativi
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