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Wojtyla: Lui era carne e spirito, roccia e aria

Spirito e carne, roccia e aria. Questo era Giovanni Paolo II. Almeno nei ricordi di un giornalista a cui a volte capitava di seguirlo, o piuttosto inseguirlo. Di ascoltarlo… In effetti, chiunque può leggere i discorsi di un Papa e farsene la propria personalissima idea.

Percorsi: Giovanni Paolo II
Giovanni Paolo II con un bambino (Foto Sir)

Se un giornalista «segue» un Papa rintanandosi in sala stampa a riassumere i discorsi ufficiali, con tutto il rispetto avrebbe fatto risparmiare il suo giornale restandosene comodo in redazione. No. La mia idea di Giovanni Paolo II si forma soprattutto per alcune cose viste e intuite. Sudandoci sopra. Non sono gli eventi più famosi a cui io, giornalista con base a Milano, non c’ero. Ma questi mi sono rimasti impressi nella memoria e nel cuore, non altri. Perché io quella volta c’ero, e ricordo.

I primi due episodi narrano della gloria di papa Wojtyla, del suo essere roccia e aria. Il terzo è un episodio controverso, finora mai narrato come ve lo narrerò io.

I primi due sono racchiusi in quattro giorni appena. Nell’estate del 1988 Giovanni Paolo II è in vacanza a Lorenzago, in Cadore, ospite nell’essenziale casetta del vescovo di Treviso. In vacanza riposa, prega e cammina, prega camminando e cammina pregando, fate voi. Passano i giorni e il suo sorriso si allarga, le rughe del viso si distendono. Lo guardi e dici: che bel Papa! Una giornata, durante la vacanza, è sempre dedicata a un evento pubblico. Così il 17 luglio si reca in Val di Fiemme a ricordare le 268 vittime della tragedia di Stava, dove tre anni prima l’argine di un invaso aveva ceduto travolgendo tutto.

Siamo in pochi al cimitero di Tesero. Il Papa cammina tra le tombe. Ben 71 ricordano vittime mai riconosciute. Si ferma davanti alla lapide commemorativa e a una croce di ferro. E a quel punto non si inginocchia, no, ma «precipita» sulle ginocchia. Che cosa disse potremo averlo dimenticato. Che cosa fece, no. Le parole volano, o rimangono sepolte nei libri. I gesti rimangono. Quel pomeriggio, Wojtyla appoggiò la fronte alla pietra e afferrò con la mano destra il braccio destro della croce. No, non afferrò: si aggrappò. Si fuse a quel marmo e a quella croce. Divenne roccia e terra. E il tempo si fermò, racchiuso in un assordante silenzio, in una preghiera fatta di roccia e di carne. Lo spirito si fuse con la carne, l’aria si rapprese nella roccia, Wojtyla era leggero come la brezza e capace di abbracciare la terra tutta intera. Furono minuti eterni in cui papa Wojtyla, a chi seppe guardare con gli occhi e con il cuore, svelò la verità su di sé.

Passano alcuni giorni. La sera del 20 luglio il portavoce Navarro Valls, sorridente e sornione, viene a raccontare la giornata del Papa alla magra pattuglia di cronisti ospiti della sala comunale. A quei tempi i vaticanisti non seguivano le vacanze, l’incombenza toccava agli inviati. Navarro dice: oggi il Papa è stato in cima al monte Peralba. Avevo sempre con me la cartina dei rifugi e trovo immediatamente la cima. Un sobbalzo: 2694 metri di quota con un tratto di sentiero attrezzato. Possibile? Sembrava un’enormità, una simpatica esagerazione. Così propongo ai colleghi: domattina andiamo a controllare il libro di vetta e vediamo se davvero, come dice Navarro, l’ha firmato. Va da sé che mi ritrovai da solo, all’alba, a prendere la via di Sappada, raggiungere le fonti del Piave, scarpinare fino al rifugio Calvi e poi su, verso la vetta della «montagna candida», a poche centinaia di metri dal confine austriaco, incontrando lungo la strada soltanto un parroco bellunese curioso quanto me. Dal Calvi erano 500 metri di dislivello, con un tratto attrezzato, abbastanza pericoloso. E il libro di vetta? All’alba, ma sul serio, se l’era preso Giulio Galler, il gestore del rifugio, per salvarlo dalle mani dell’inevitabile ladruncolo. Scrissi il pezzo sul posto, dettandolo al radiotelefono del rifugio. E finii gloriosamente in una prima pagina mai tanto sudata.

E il Papa? Seppi, molti anni dopo, che le guide tentarono di dissuaderlo. Il pericolo era reale. Ma lui niente. Lo imbragarono e accompagnarono con il batticuore. Una foto famosa, di lui in giacca a vento bianca, con il viso che scoppia di gioia, fu scattata proprio là, in cima al Peralba. Roccia e aria, carne e spirito, la fatica che eleva, i sassi e il sudore. Questo era Wojtyla, caparbio e dolce, capace di insondabile spiritualità proprio perché consapevole e amico del proprio corpo, della terra, della roccia, dell’aria nei polmoni.

Un Papa… «completo», capace di ascoltare e comprendere gli uomini, nei loro slanci più nobili come nelle loro miserie, proprio perché non ignorava che siamo fatti di carne e spirito, inscindibilmente legati.

E il terzo episodio?

Giovanni Paolo II fu il primo Papa mediatico. Nelle sue dimensioni e nella sua forza, unico. Aveva la stoffa dell’attore e l’incontro fisico con la gente lo inebriava, specialmente con i giovani. Con lui in tv, audience e share balzavano all’insù. E fu così che la sera di sabato 9 settembre 1995 si arrivò a EurHope, il grande raduno dei giovani sulla spianata di Montorso, ai piedi di Loreto. E alla grande svolta. Fino a quel giorno, le telecamere erano state ospiti docili e discrete del Papa, il quale poteva permettersi di tirare per le lunghe, improvvisare, cantare, accompagnando perfino la musica con il bastone che lo aiutava a camminare dopo l’operazione all’anca, com’era accaduto pochi mesi prima, alla Gmg di Manila.

Insomma di fare come gli pareva. Ma quella sera a Montorso erano previsti dei collegamenti con alcuni luoghi-simbolo di guerra e pace, odio e riconciliazione. «Cari giovani – disse il Papa ai circa 400 mila pellegrini – respingete le ideologie ottuse e violente; tenetevi lontani da ogni forma di nazionalismo esasperato e di intolleranza». Frase che sarebbe bene ripetere e ripetere, in vista delle imminenti elezioni europee… La Rai svolse un servizio che solo lei poteva. Realizzò quei collegamenti: Belfast, Sarajevo, la Collina delle croci in Lituania… Ma chiese qualcosa in cambio. Due suoi conduttori. Tempi certi, fedeli a un rigido palinsesto (visto con i miei occhi) proprio come in un programma televisivo. Quella sera il Papa non improvvisò. La svolta: non era la Rai ospite del Papa, ma il Papa ospite della Rai. Che vendette la serata agli inserzionisti, sapendo che avrebbe stravinto il sabato sera televisivo. Il Papa, in un certo senso, diventava un «prodotto tv». Giusto? Sbagliato? Non è la domanda giusta. Senza la Rai, la veglia sarebbe stata più povera. Però i 400 mila giovani pellegrini furono, di fatto, dei «figuranti» a uno show di Raiuno. Né giusto né sbagliato. L’importante era compiere quella scelta in modo limpido e consapevole. E purtroppo, quando confidai queste riflessioni a un funzionario vaticano, dovetti subire una dura reprimenda. Non erano cose da scrivere. Infatti non le scrissi. Fino a oggi. Le scrivo qui per la prima volta, dopo 19 anni. Perché papa Wojtyla forse sapeva, forse si rese conto, forse giudicò che quel prezzo fosse da pagare per raggiungere tanti giovani in tutta Europa. O forse no. E il Papa che non aveva paura di essere e mostrarsi «carne e spirito, roccia e aria», finì per qualche ora «comprato e venduto». Giusto o sbagliato non si sa; si sa solo che lui ne venne fuori benissimo. Ma nell’era di papa Francesco, della verità e della trasparenza, forse è il momento di parlarne.

Wojtyla: Lui era carne e spirito, roccia e aria
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