Donald Trump

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Grande preoccupazione tra i leader religiosi per le frasi del presidente Usa Donald Tump che nell’incontro di giovedì scorso, con un gruppo bipartisan di legislatori chiamati a discutere un pacchetto di leggi sulla riforma dell’immigrazione, si è espresso con dichiarazioni d’intolleranza nei confronti di Haiti, di alcune nazioni africane e di altri Paesi che godono uno status di protezione umanitaria.

L’Assemblea generale dell’Onu ha approvato a larghissima maggioranza la risoluzione presentata da Yemen e Turchia che condanna il riconoscimento di Gerusalemme capitale di Israele da parte dell’amministrazione Trump. Anche la delegazione della Santa Sede è intervenuta nel dibattito chiedendo il rispetto della particolare natura della Città santa.

Dalla decisione di Trump di spostare l'ambasciata Usa a Gerusalemme, alla sconfitta militare dell'Isis, dalla situazione in Siria all'avvicinamento anti-Iran di Arabia Saudita e Israele. Ne parliamo con Riccardo Redaelli, docente di geopolitica all'Università Cattolica di Milano. «Il futuro non promette nulla di buono».

Il vescovo Frank J. Dewane, presidente della Commissione per la giustizia e lo sviluppo umano della Conferenza episcopale statunitense, ha richiamato l’attenzione di Trump sul disegno di legge varato dal Congresso che di fatto «aumenterà le tasse a coloro che hanno i redditi più bassi e contemporaneamente le ridurrà ai ricchi», non tenendo conto dei poveri.

«Riaffermiamo la nostra chiara posizione nel chiedere il mantenimento dello Status Quo della città santa fino a quando non sarà stato raggiunto un giusto accordo di pace tra israeliani e palestinesi sulla base di negoziati e della legge internazionale». A chiederlo, nel loro messaggio natalizio, sono i patriarchi e i capi delle Chiese di Gerusalemme.

Chi in questi giorni ha detto che Gerusalemme è la capitale di Israele da tremila anni non conosce la sua storia. Venti volte assediata, due volte distrutta e ricostruita, conquistata e poi persa da sei imperi, dai babilonesi agli inglesi, è inoltre, ancora e soprattutto oggi, città della guerra e della pace, emblema della possibile divisione e riunificazione degli uomini.

Vescovi e capi delle Chiese presenti nel Regno Hascemita di Giordania hanno invitato i propri fedeli a prendere parte ad una marcia silenziosa con le candele per esprimere pubblicamente la comune disapprovazione rispetto alla decisione presa dall’Amministrazione degli Stati Uniti d’America di trasferire la propria ambasciata in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme.

Da Taybeh, unico villaggio interamente cristiano della Cisgiordania, arriva la risposta all'annuncio di Trump: preghiera e silenzio. «Siamo palestinesi di fede cristiana. Disapproviamo la decisione del presidente Usa. Gerusalemme è città santa per le tre religioni. In gioco vi è anche la sopravvivenza della comunità cristiana della Cisgiordania», le parole del parroco Johnny Abu Khalil.

In un comunicato, diffuso ieri dalla Sala stampa vaticana, la Santa sede esprime grande preoccupazione per le prospettive di pace del Medio Oriente, minacciate dalla decisione unilaterale di Donald Trump di spostare l'ambasciata Usa a Gerusalemme, riconoscendone così lo status di capitale israeliana.