Palestina

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Nella delegazione dei vescovi dell’«Holy land Coordination» (Hlc), il Coordinamento di Terra Santa, composto da presuli provenienti da Europa, Nord-America e Sud-Africa, anche l'arcivescovo Riccardo Fontana che ha spiegato al Sir il senso della visita in Terra santa dal 13 al 18 gennaio.

L’Assemblea generale dell’Onu ha approvato a larghissima maggioranza la risoluzione presentata da Yemen e Turchia che condanna il riconoscimento di Gerusalemme capitale di Israele da parte dell’amministrazione Trump. Anche la delegazione della Santa Sede è intervenuta nel dibattito chiedendo il rispetto della particolare natura della Città santa.

Dalla decisione di Trump di spostare l'ambasciata Usa a Gerusalemme, alla sconfitta militare dell'Isis, dalla situazione in Siria all'avvicinamento anti-Iran di Arabia Saudita e Israele. Ne parliamo con Riccardo Redaelli, docente di geopolitica all'Università Cattolica di Milano. «Il futuro non promette nulla di buono».

«Riaffermiamo la nostra chiara posizione nel chiedere il mantenimento dello Status Quo della città santa fino a quando non sarà stato raggiunto un giusto accordo di pace tra israeliani e palestinesi sulla base di negoziati e della legge internazionale». A chiederlo, nel loro messaggio natalizio, sono i patriarchi e i capi delle Chiese di Gerusalemme.

Chi in questi giorni ha detto che Gerusalemme è la capitale di Israele da tremila anni non conosce la sua storia. Venti volte assediata, due volte distrutta e ricostruita, conquistata e poi persa da sei imperi, dai babilonesi agli inglesi, è inoltre, ancora e soprattutto oggi, città della guerra e della pace, emblema della possibile divisione e riunificazione degli uomini.

Vescovi e capi delle Chiese presenti nel Regno Hascemita di Giordania hanno invitato i propri fedeli a prendere parte ad una marcia silenziosa con le candele per esprimere pubblicamente la comune disapprovazione rispetto alla decisione presa dall’Amministrazione degli Stati Uniti d’America di trasferire la propria ambasciata in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme.

Da Taybeh, unico villaggio interamente cristiano della Cisgiordania, arriva la risposta all'annuncio di Trump: preghiera e silenzio. «Siamo palestinesi di fede cristiana. Disapproviamo la decisione del presidente Usa. Gerusalemme è città santa per le tre religioni. In gioco vi è anche la sopravvivenza della comunità cristiana della Cisgiordania», le parole del parroco Johnny Abu Khalil.

«Ogni soluzione unilaterale non può essere considerata una soluzione. Gerusalemme, infatti, è un tesoro dell’intera umanità. La discussione su Gerusalemme non può essere ridotta semplicemente a disputa territoriale e sovranità politica, precisamente perché Gerusalemme è un unicum, è patrimonio del mondo intero, ha una vocazione universale che parla a miliardi di persone nel mondo, credenti e non». Così il Patriarcato latino di Gerusalemme commenta la decisione del presidente Usa, Donald Trump, di riconoscere Gerusalemme capitale dello Stato di Israele.

Questo passo «distrugge tutti gli sforzi che sono stati fatti per raggiungere la pace» e segna «l’uscita degli Stati Uniti dai negoziati del processo di pace». È quanto afferma Mahmoud Abbas, presidente dell’Autorità palestinese, in una dichiarazione trasmessa in televisione ieri sera, dopo l’annuncio di Trump: «È tempo di riconoscere Gerusalemme capitale di Israele».