Matteo Renzi

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Le primarie del Pd restituiscono a Matteo Renzi la guida del partito. I risultati (ancora non definitivi) lo attestano al 71,1%, con il ministro della giustizia, Andrea Orlando al 21,1% e il governatore della Puglia, Michele Emiliano al 7,8%. In Toscana Renzi ha sfiorato l'80%, ma i votanti si sono quasi dimezzati rispetto al 2013. A livello nazionale il dato della partecipazione è di 2 milioni, un milione in meno del 2013.

La grave crisi esplosa all’interno del Pd segna, con ogni probabilità, la fine di un ciclo. Anche se dovesse, a sorpresa, rientrare tutto (domani come tra un anno) è chiaro che quanto accaduto lascerà più di un segno. Soprattutto lascerà quello che è stato il principale partito italiano degli ultimi anni trasformato in un cumulo di macerie, con il fallimento sostanziale di un progetto che affonda le radici nella stentata nascita della cosidetta Seconda Repubblica.

La storia politica italiana, sostiene Cartocci, dimostra che «paradossalmente le insufficienze della sinistra producono innovazione politica perché il vuoto che viene lasciato viene riempito da qualcun altro». È accaduto così anche nella prima metà del secolo scorso e, in tempi a noi vicini, prima con Berlusconi e adesso con il Movimento 5 stelle.

La ragione profonda del sorprendente risultato del referendum è raccolta nelle pagine di un libro che nessuno ha fatto in tempo a leggere prima di andare al seggio. Si tratta dell’Annuario del Censis, che dipinge un ceto medio impoverito e spaventato, giovani incerti sul domani, un risparmio che cresce perché si ha paura di investire e tanto lavoro di bassa qualità.