Parlamento

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Il nuovo sistema si applicherà a tutti i parlamentari, a quelli in carica, a quelli che verranno eletti in futuro e, soprattutto, a quelli che hanno concluso il mandato in precedenza, che quindi vedranno ricalcolati i rispettivi trattamenti economici, con decurtazioni che potrebbero essere anche molto rilevanti. Dopo il sì della Camera serve però quello del Senato.

Il rinvio dell’approvazione della legge sullo «ius culturae» (o «ius soli temperato») è una «melina» che «non convince, non rassicura e dà da pensare». È quanto scrive il direttore di «Avvenire», Marco Tarquinio, in un editoriale nel quale rileva che «non è affatto una bella notizia, anzi è una notizia che riempie di tristezza, l’incapacità dichiarata del Parlamento della Repubblica di completare prima della cosiddetta ‘pausa estiva’ l’iter della legge».

«Dopo anni di rinvii l’Italia si è finalmente dotata di una legge che introduce il reato di tortura nel nostro codice penale, cosa che dobbiamo salutare positivamente; peccato si debba ancora una volta parlare di occasione mancata, visti i punti deboli della legge così come più volte abbiamo evidenziato». Così Massimo Corti, presidente di Acat Italia (Azione dei cristiani per l’abolizione della tortura), all’indomani dell’approvazione della legge sul reato di tortura da parte della Camera dei deputati.

Se ne discuterà di nuovo a settembre. In quel frangente la concomitanza con la legge di bilancio – passaggio cruciale dell'ultimo scorcio della legislatura – non sembrerebbe proprio il miglior viatico per un confronto positivo tra le forze politiche. Viceversa, potrebbe giovare la considerazione che a quel punto il tema delle elezioni anticipate sarebbe materialmente fuori gioco...

La legge sullo «ius soli» è «un argomento molto importante in cui decidiamo il nostro futuro» e non si può affrontare come se fosse «in un ring» attraverso modalità da «far west». «Una classe politica che urla è il modo migliore per dimostrare che non sta cercando il bene comune»: lo ha detto oggi a Roma il card. Francesco Montenegro, arcivescovo di Agrigento e presidente di Caritas italiana, durante la presentazione del Rapporto immigrazione 2016 Caritas/Migrantes.

I bambini e i ragazzi nati in Italia e quelli che hanno frequentato almeno 5 anni di scuola «hanno il diritto di sentirsi cittadini italiani». Lo ribadisce mons. Guerino Di Tora, vescovo ausiliare di Roma, presidente della Fondazione Migrantes e della Commissione episcopale Cei per le migrazioni, in un’intervista al Sir sul dibattito politico in corso sull’approvazione della legge per dare la cittadinanza italiana a chi nasce (ius soli) e studia (ius culturae) in Italia.

Nel campo del processo penale, in particolare, c’è chi fa risalire addirittura al 1999 il precedente intervento normativo non settoriale. Questo per dare la misura della portata della legge, che come tutti i provvedimenti complessi e con uno spettro così ampio è stata oggetto di valutazioni differenziate, anche radicalmente, non solo a livello politico ma anche da parte dei commentatori.