Papa Francesco

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«I magi esprimono il ritratto dell’uomo credente, dell’uomo che ha nostalgia di Dio; di chi sente la mancanza della propria casa, la patria celeste. Riflettono l’immagine di tutti gli uomini che nella loro vita non si sono lasciati anestetizzare il cuore». È il ritratto al centro dell’omelia del Papa per la festa dell’Epifania, celebrata oggi nella basilica di San Pietro.

Una nuova cultura vocazionale che sappia leggere con coraggio la realtà con le sue fatiche e le resistenze ma che sia capace anche di sognare in grande. E’ ciò che il Papa ha chiesto agli 800 partecipanti al Convegno promosso dall’Ufficio nazionale per la pastorale delle vocazioni della Cei, incontrati in Aula Paolo VI. Il Pontefice ha insistito su ciò che serve oggi per essere guide credibili ed entrare in sintonia coi giovani che vivono la vocazione: privilegiare la via dell’ascolto, ma soprattutto raccontare con gioia e verità la bellezza dell’essere innamorati di Dio, mantenendo fede a questo primo amore.

Nessun sermone ma parole dettate dal cuore. Papa Francesco ha scelto di non leggere un testo scritto ma di riflettere sui concetti che Raffaele e la sua famiglia, terremotati di Amatrice, e don Luciano parroco di tanti paesi tra Norcia e Preci, hanno espresso in Aula Paolo VI nell’udienza concessa dal Pontefice ai terremotati di quelle zone. Ricostruire è stata la parola più ripetuta: ricostruire con il dolore, ricominciare senza lasciarsi andare, non con un vuoto ottimismo – ha detto il Papa – ma con la speranza. Speranza che sono mani che scavano e salvano ma anche silenzio dinanzi alle ferite della terra e della vita.

Bisogna riportare dentro le comunità cristiane una nuova «cultura vocazionale», sapendo raccontare la bellezza dell'essere innamorati di Dio. E’ l’appello del Papa nel discorso consegnato ai circa 800 partecipanti al Convegno Cei di pastorale vocazionale, ricevuti in udienza stamani in Aula Paolo VI.

«Ricostruire i cuori prima delle case». Così il Papa ai circa 7mila terremotati del Centro Italia ricevuti questa mattina nell'Aula Paolo VI in Vaticano. Francesco, in un discorso tutto a braccio, ha parlato della sofferenza, del rispetto, delle ferite di chi ha pianto la scomparsa dei propri cari e ha perso ogni cosa, tranne la speranza. Prima del suo intervento, la testimonianza di un parroco e di un terremotato.

“Per parlare di speranza a chi è disperato, bisogna condividere la sua disperazione; per asciugare una lacrima dal volto di chi soffre, bisogna unire al suo il nostro pianto. Solo così le nostre parole possono dare un po’ di speranza. E se non posso dire parole nel pianto, meglio il silenzio e la carezza”. Così Papa Francesco ha parlato della delicatezza necessaria davanti al dolore degli altri, nella catechesi della prima udienza generale del 2017, tenuta in Aula Paolo VI.
Proseguendo le riflessioni sulla speranza cristiana, il Pontefice ha contemplato la figura di Rachele, donna della Bibbia “che ci parla – ha detto – della speranza vissuta nel pianto”.

Al termine dell'udienza generale di oggi il Papa ha lanciato un appello sulla condizione delle carceri: «Ieri sono giunte dal Brasile le notizie drammatiche del massacro avvenuto nel carcere di Manaus, dove un violentissimo scontro tra bande rivali ha causato decine di morti. Esprimo dolore e preoccupazione per quanto accaduto. Invito a pregare per i defunti, per i loro familiari, per tutti i detenuti di quel carcere e per quanti vi lavorano. E rinnovo l’appello perché gli istituti penitenziari siano luoghi di rieducazione e di reinserimento sociale, e le condizioni di vita dei detenuti siano degne di persone umane».

«Davanti alla tragedia della perdita dei figli, una madre non può accettare parole o gesti di consolazione, che sono sempre inadeguati, mai capaci di lenire il dolore di una ferita che non può e non vuole essere rimarginata. Un dolore proporzionale all’amore». Lo ha detto il Papa, che ha dedicato la prima udienza generale del 2017 a Rachele, «una figura di donna che ci parla della speranza vissuta nel pianto», sposa di Giacobbe e madre di Giuseppe e Beniamino, morta nel dare alla luce il suo secondogenito. «Ogni madre sa tutto questo», ha proseguito il Papa.

«Le madri sono l’antidoto più forte contro le nostre tendenze individualistiche ed egoistiche, contro le nostre chiusure e apatie». Ne è convinto il Papa, che nell’omelia della Messa celebrata ieri nella basilica di San Pietro ha affermato che «una società senza madri sarebbe non soltanto una società fredda, ma una società che ha perduto il cuore, che ha perduto il sapore di famiglia».