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Donatello e Verrocchio, capolavori riscoperti

Esposti al Museo dell’Opera del Duomo a Firenze il magnifico busto in terracotta raffigurante San Lorenzo, riconosciuto come opera di Donatello, e un rilievo attribuito al Verrocchio con  la «Decollazione di San Giovanni Battista», a cui forse lavorò Leonardo da Vinci. (scheda mostra)

L'altare d'argento con San Giovanni decollato (Foto Opera del Duomo)

Il 20 ottobre si è inaugurata al Museo dell’Opera del Duomo a Firenze una piccola ma importante mostra: due sculture della collezione di Peter Silverman e Kathleen Onorato: un busto raffigurante San Lorenzo e un rilievo con la Decollazione di San Giovanni Battista, ambedue di terracotta. Il San Lorenzo, recentemente riconosciuto da Francesco Caglioti come un’opera originale di Donatello, presenta il martire paleocristiano come un giovane chierico bello e sereno, invitando il raffronto con opere donatelliane che similmente mettono in rapporto la bellezza giovanile maschile e l’eroica fiducia in Dio, e tra queste alcune statue conservate al Museo stesso, ricco di capolavori di questo maestro.

Assai più diretto il rapporto con l’Opera del Duomo del rilievo con la Decollazione del Battista, che ha le stesse dimensioni e la stessa composizione della scena raffigurante questo soggetto commissionata a Andrea Verrocchio per l’Altare d’argento, un’opera letteralmente identitaria del patrimonio del Museo, realizzata tra il 1366-1483 da più artisti, tra cui, nell’ultima fase lavorativa, Antonio Pollaiolo e Andrea Verrocchio, i massimi esponenti della scultura fiorentina dell’epoca e grandi rivali tra loro. Poter collocare il rilievo Silverman nella stessa sala del Museo che ospita sia l’Altare d’argento (con la versione definitiva della Decollazione e con la storia realizzata per l’altare dal Pollaiolo, la Natività del Battista), sia coeve opere del Pollaiolo per lo stesso programma incentrato su Giovanni Battista - la Croce d’argento e i ventisette ricami del Parato di San Giovanni, con analoghe scene della vita del Precursore - è davvero un’occasione di studio e di confronto unica.

Al di là delle questioni filologiche, poi, il San Lorenzo di Donatello e la Decollazione verrocchiesca hanno un suggestivo rapporto storico con il Museo dell’Opera. Questi splendidi esempi della scultura fiorentina del Quattrocento entrano a far parte di collezioni nord-europee - il San Lorenzo in quella dei Principi di Liechentstein, il rilievo verrocchiesco come proprietà di un diplomatico dell’Impero austro-ungarico - negli stessi anni in cui a Firenze viene fondato il Museo dell’Opera del Duomo: le date esatte, che si susseguono quasi a tamburo battente, sono: 1889 (l’acquisizione da parte del Principe Giovanni II di Liechtenstein del San Lorenzo); 1891 (la fondazione del Museo dell’Opera); e 1894 (la prima pubblicazione del rilievo verrocchiesco). L’attuale mostra permette, cioè, di evocare, ad appena un anno dal radicale rinnovamento del Museo dell’Opera, la situazione in cui esso nacque nel tardo Ottocento: l’emergenza culturale di una vera e propria emorragia di opere italiane verso l’Europa d’oltralpe, seguita nel Novecento dalla loro immissione nel mercato d’arte mondiale.

Affascinante l’iter storico del busto donatelliano, recentemente ricostruito dallo studioso Caglioti. Verosimilmente modellato intorno al 1440, il San Lorenzo era destinato al timpano della porta maggiore della pieve di Borgo San Lorenzo, cittadina a nord di Firenze, e rimase nella collocazione originaria sino al tardo XIX secolo, fra l’altro generando una copia seicentesca conservata all’interno della pieve. Poi, nell’estate del 1888, fu adocchiato dall’antiquario fiorentino Stefano Bardini, che riuscì a impossessarsi dell’opera che venderà l’anno dopo al principe Giovanni II di Liechtenstein, sostituendolo con la copia che tuttora si vede nel timpano del portale della pieve.

Lo scambio dell’antico San Lorenzo con la copia moderna non fu reso pubblico all’epoca, ma nel 1915 il successore del pievano dell’epoca annoterà che «questo busto, a causa del suo deterioramento, so che venne radicalmente restaurato sotto il vicario spirituale di questa chiesa Canonico Vittorio del Corona circa l’anno 1888. Il colore attuale gli fu dato - identico al primo colore - da Dino Chini nel 1906». L’originale donatelliano era dunque policromo, mentre la copia sostitutiva fornita dal Bardini era ridotta alla monocromia (anche come tattica estraniante, per occultare il fatto che non era più l’originale), per essere poi tinteggiato nel 1906, presumibilmente sulla base della copia seicentesca all’interno della pieve. L’originale, invece, rinfrescate le antiche tracce di policromia nei laboratori del Bardini, portò questa veste ottocentesca fino all’arrivo nella collezione Silverman, quando il colore moderno venne rimosso.

La storia del rilievo verrocchiesco resta ancora da scrivere invece, anche se vari elementi documentari ne indicano le linee portanti. Nell’anno 1477 una deliberazione dell’ente committente, la corporazione fiorentina dei mercanti detta «Arte di Calimala», menziona specificamente sia disegni che modelli che gli artisti chiamati a realizzare le ultime «storie» per l’Altare d’argento del Battistero di San Giovanni - Pollaiolo e Verrocchio - dovranno presentare, e Giorgio Vasari parlerà di «alcune cose di terra nel che [Verrocchio] era eccellente […] come si vede nei modelli delle storie che fece per l’altare di San Giovanni». Così, come osserva lo studioso Alessandro Vezzosi nel catalogo della mostra del Museo dell’Opera, l’ipotesi che il rilievo Silverman sia un modello preparatorio riconducibile allo stesso Verrocchio ha una plausibilità storica; esso - il rilievo in terracotta - , molto più della Decollazione in argento finalmente realizzata per l’Altare, possiede le qualità «pittoriche» tipiche della scultura verrocchiesca: i contorni non lineari ma sfumati, quasi atmosferici, e la modellatura «chiaroscurale» che tanto influiranno sull’arte dell’alunno del Verrocchio, Leonardo da Vinci.

Ma c’è di più, perché se consideriamo il rilievo Silverman la traduzione plastica di un concetto precedentemente elaborato dal Verrocchio in forma di schizzo o bozzetto in cera e poi affidato, per l’ulteriore sviluppo, a collaboratori da lui formati, l’apparente compresenza di più mani nel rilievo di terracotta diventa comprensibile. In uno scenario del genere diventa ipotizzabile anche l’intervento di Leonardo!

Se poi, tra tante ipotesi, vogliamo indicare una figura d’impronta «vinciana» nel rilievo, quella dovrebbe essere il giovane col vassoio, che nel rilievo ha una morbidezza formale e, con la testa inclinata in avanti, un pathos psicologico, ben diversi da quanto si vede nella corrispondente figura in argento. Questo giovane col vassoio databile tra il 1477-1480 potrebbe rivelarsi un tassello nel percorso che condusse Leonardo dall’angolosità adolescenziale del suo angelo nel Battesimo di Cristo verrocchiesco degli Uffizi alle forme più ampie e al movimento più fluido dell’angelo della Madonna delle Rocce del Louvre, e da questo poi al San Filippo del Cenacolo, e infine al San Giovanni Battista del Louvre. Oltre a gettare una luce essenziale sulla genesi della Decollazione dell’Altare d’Argento, cioè, questa figura affascinante potrebbe essere un anello finora mancante nella nostra comprensione di uno dei maggiori maestri della storia dell’arte mondiale, Leonardo da Vinci, alunno e talvolta collaboratore di Andrea Verrocchio.

*Direttore, Museo del’Opera del Duomo di Firenze

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