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Dal n. 31 del 7 settembre 2003

8 settembre '43: la breve illusione di pace

«La pace, la pace», l'8 settembre 1943 alla notizia dell'armistizio tra l'Italia e gli alleati il grido unanime si leva nelle strade d'Italia. Anche a Piombino si hanno le stesse scene di entusiasmo: ovunque bandiere tricolori, civili e militari si mischiano in un abbraccio fraterno, per tutti è finito un incubo, o almeno sembra.
DI ENNIO CICALI

di Ennio Cicali
«La pace, la pace», l'8 settembre 1943 alla notizia dell'armistizio tra l'Italia e gli alleati il grido unanime si leva nelle strade d'Italia. Anche a Piombino si hanno le stesse scene di entusiasmo: ovunque bandiere tricolori, civili e militari si mischiano in un abbraccio fraterno, per tutti è finito un incubo, o almeno sembra. La situazione è contraddittoria, le notizie che arrivano dal resto d'Italia non promettono niente di buono, la conferma si ha nel tardo pomeriggio del 9 quando arriva in porto un convoglio tedesco: una corvetta, due cacciatorpediniere, un piroscafo da carico armato, ventuno mezzi da sbarco equipaggiati con cannoni. Poco dopo il primo scontro: soldati tedeschi disarmano le sentinelle a guardia del porto. La reazione italiana è immediata, le mitragliere aprono il fuoco provocando la ritirata dei tedeschi.

La notte trascorre nella confusione: ordini e contrordini si susseguono, la mattina seguente i tedeschi chiedono l'aiuto degli operai per rifornire le navi in porto. Richiesta accolta in un primo momento dal comandante militare della zona, generale Cesare Maria de Vecchi, uno dei «quadrunviri» che ha portato il fascismo al potere, rimasto inspiegabilmente al suo posto dopo il 25 luglio. In effetti, la mossa tedesca prelude all'occupazione della città, cosa che appare subito chiara alla popolazione. Il Comitato antifascista, costituito dopo la caduta del fascismo, oppone un netto rifiuto: i tedeschi devono lasciare il porto entro le 21 del 10, nessuno deve collaborare con loro. Intanto, si cerca di convincere i comandanti dei reparti dell'esercito a organizzare la difesa e armare la popolazione.
Nonostante l'inerzia dei massimi capi militari, alcuni ufficiali organizzano un sistema difensivo che vede fianco a fianco militari e civili, ai quali si aggiungono successivamente una quarantina di carri armati, privi di munizioni per i cannoni ma solo con pochi nastri di proiettili per le mitragliere.

Alle 21 del 10 settembre una cannonata tedesca spegne il proiettore che illumina il porto per accertarsi che i tedeschi lascino l'approdo: da parte italiana entrano in azione le batteria situate in diversi punti della zona. Contemporaneamente comincia anche a terra uno scontro con i reparti tedeschi.

La «battaglia di Piombino» è cominciata. Dopo alcune ore di combattimento, che vede la partecipazione straordinariamente compatta di operai, cittadini e soldati, la squadra navale tedesca è ormai distrutta: un caccia saltato in aria, uno gravemente danneggiato, un piroscafo di medio e uno di piccolo tonnellaggio carichi di viveri armi e munizioni affondati, sette chiatte da sbarco affondate e altre danneggiate, rilevante e imprecisato il numero dei morti tedeschi, oltre duecento i prigionieri sbarcati con l'intenzione di danneggiare gli stabilimenti Ilva. Da parte italiana si contano tre morti e una decina di feriti.
Nella battaglia il parroco, don Ivo Micheletti, ha raccolto e curato, durante tutta la notte, i feriti che arrivano all'ospedale.

A questo punto il generale De Vecchi, che si trova a Massa Marittima, ordina di rilasciare i prigionieri. Inizialmente i difensori si oppongono, ma poi vista l'inutilità di continuare la lotta mentre il resto d'Italia è invaso dai tedeschi, anche Piombino è costretta ad arrendersi. All'alba del 12 settembre le truppe tedesche occupano la città, uccidendo un marinaio.

Il 13 settembre sui muri di Piombino appare un manifesto del comando germanico: chiunque detenga armi o si opponga alle truppe tedesche sarà fucilato. Si conclude un giorno di storia per Piombino e per la resistenza italiana.
Si resiste invece all'isola d'Elba presidiata da diecimila soldati e marinai italiani. Dopo che il 10 settembre è stato respinto un attacco tedesco, la popolazione spera in un convinto impegno da parte del comando. Speranza che col passare dei giorni si affievolisce sempre più, mentre i cittadini invano continuano a chiedere armi. Il 16 settembre, poco prima di mezzogiorno, aerei tedeschi bombardano Portoferraio. La città è ridotta a un cumulo di macerie, molti sono i morti e i feriti. Il giorno successivo i tedeschi occupano l'isola.

Si è combattuto invece al passo della Futa dove una compagnia di paracadutisti e una di bersaglieri si è opposta alle colonne corazzate tedesche. Poco hanno potuto i fucili italiani contro i carri armati.

Alcuni paracadutisti riusciranno a raggiungere l'Italia del sud. Dieci mesi dopo torneranno per partecipare alla liberazione della Toscana con lo Squadrone F, il 1° Squadrone da ricognizione «Folgore».

Piombino, isola d'Elba, passo della Futa, sono alcuni degli episodi che in Toscana segnarono l'8 settembre. Un giorno che sembrava portare la pace ed era invece la premessa di tante tragedie.

Fu un pratese a firmare la tregua
A firmare l'Armistizio il 3 settembre 1943 fu il generale Giuseppe Castellano, nato a Prato sebbene di famiglia siciliana. Il protocollo ufficiale riporta in calce i nomi e i gradi di coloro che lo sottoscrissero. Si legge: «Per il comandante in capo delle forze alleate: generale Walter B. Smith, nato a Indianapolis il 5-10-1895. Per il capo del governo italiano: generale Giuseppe Castellano, nato a Prato il 12-9-1893».

Il suo nome rimarrà legato a quel documento – forse una capitolazione più che un armistizio – che cambiò, nel bene e nel male, le sorti dell'Italia e, con esso, quelle del secondo conflitto mondiale.Castellano non è figura molto conosciuta, al di fuori degli storici, eppure ebbe un ruolo fondamentale nelle vicende di quell'estate drammatica di 60 anni fa. Fu uno dei protagonisti prima dell'operazione segreta che condusse all'arresto di Mussolini, poi delle trattative che portarono all'Armistizio.

Per i meriti acquisiti nella Grande guerra e in Jugoslavia, Castellano era stato nominato generale, il più giovane d'Italia. Il 10 agosto il Capo di Stato Maggiore generale Ambrosio inviò Castellano in missione segreta a Lisbona, per intavolare trattative segrete con gli Alleati al fine di giungere ad un armistizio. Le vicende, ancora in parte controverse per gli storici, furono poi ricostruite dallo stesso Castellano in «Come firmai l'armistizio di Cassibile», pubblicato da Mondadori nel 1945, come poi anche in «La guerra continua» e «Roma kaputt». Nonostante l'amicizia instauratasi con il generale Eisenhower, terminata la guerra Castellano finì in ombra e nel 1947, a soli 54 anni, fu messo a riposo. Le critiche non gli mancarono. Anzi. Resta tuttavia il fatto che in un momento tragico in cui tutti, a cominciare dal Re, facevano a gara a passarsi la «patata bollente» delle decisioni, Castellano seppe assumersi le proprie responsabilità e affrontare rischi enormi. Ritiratosi a vita privata, Castellano presiedette per lunghi anni una catena di alberghi e di terme. Morì a Porretta Terme il 31 luglio 1977. I suoi parenti vivono tuttora a Prato.
G.R.

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