Cultura & Società
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A scuola l’abito fa il monaco

Dopo le cronache scolastiche piene di notizie «pesanti» e talvolta drammatiche come quelle dei casi di bullismo, con protagonisti allievi e docenti, viene quasi un sospiro di sollievo a vedere tornare l’attenzione su questioni più «leggere» come quella del «dress code» scolastico.

Studenti (Foto Sir)

Leggere, ma capaci ugualmente di suscitare discussioni e reazioni numerose, come succede ogni volta che qualche preside si «impunta» su suggerimenti e divieti relativi agli abiti da indossare o non indossare nelle aule. Il primo caso di quest’anno arrivato sui media riguarda l’istituto comprensivo Leonardo da Vinci, di Milano, dove una circolare invita le famiglie a non mandare a scuola ragazzi e ragazze con pantaloncini, canottiere, bermuda e ogni altro capo di abbigliamento inadeguato al contesto scolastico. Sull’inadeguatezza di alcuni capi di abbigliamento si sono pronunciati anche in passato diversi dirigenti scolastici, mettendo al bando, di volta in volta, le minigonne piuttosto che i jeans stracciati, i capelli blu piuttosto che i piercing, per non dimenticare le infradito e/o i cappellini di ogni fattezza. La scuola, sembrerebbe ovvio, non è una spiaggia, o una discoteca, e di conseguenza ci si deve vestire in modo consono. Ogni volta si sorride di fronte a certe precisazioni. O ci si indigna, magari protestando contro qualche presunta libertà violata. Però il tema si presta ad alcune riflessioni importanti.

Le riflessioni riguardano la percezione dell’importanza della scuola da parte degli alunni, anzitutto, ma anche delle loro famiglie e del personale. È vero che l’abito non fa il monaco, però la dice lunga su come ci si rapporta agli ambienti e alle persone. La scuola dovrebbe restare un ambiente serio anche se non «serioso». Serio perché impegna, nelle relazioni e nelle attività. Dove a ciascuno è chiesta cura, per sé e per gli altri. E questa cura può tradursi anche nell’abbigliamento.

Esistono scuole – all’estero, ma anche in Italia – che impongono addirittura una divisa scolastica. Non solo per marcare il senso di appartenenza ad una istituzione, ma anche per promuovere un’abitudine, atteggiamenti nei riguardi della scuola e dello studio. E in alcuni casi anche per eliminare disparità. Si discuta pure sull’opportunità o meno delle divise scolastiche, certo però vale la pena di riflettere su quello che portano con sé. Ecco allora che il sorriso di fronte al dress code – o ai tanti dress code – diventa un’occasione in più per la «buona scuola», per crescere in consapevolezza.

Una preside qualche anno fa precisava, in una circolare citata a più riprese dai media, che «a scuola le infradito non sono eleganti. In spiaggia, magari, sì. A scuola una minigonna non è elegante. In discoteca, magari, sì. A scuola, un pantalone corto (con eventuali peli sulle gambe, di varia lunghezza, annessi) non è elegante. E non lo è da nessun’altra parte. A scuola, far vedere le ascelle non è elegante. Dal dottore, magari, sì. A scuola, mostrare le proprie mutande mentre si cammina per i corridoi non è elegante. Se si dovesse diventare testimonial di qualcuno, magari, sì». Toni spiritosi e leggeri, ma la lezione è di quelle serie.

A scuola l’abito fa il monaco
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