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Dal n. 4 del 25 gennaio 2004

Barbara, la santa oppressa dall'amore paterno

Se uno entra in una miniera, visita uno scavo di gallerie, entra in depositi di esplosivi, con molta probabilità noterà in disparte un lumino acceso e, avvicinandosi, vi troverà l'immagine di Santa Barbara. Mi disse un minatore: «Vede qui ci sono tutte le prevenzioni e le sicurezze, ma con quella mi sento più sicuro». La bella figura di fanciulla rimane fortemente legata in certe zone della religiosità tradizionale e negli usi calendariali, anche se, per la riforma del calendario liturgico del 1969, la sua festa, che si celebrava il 4 di dicembre, è lasciata solo ai culti locali.
DI CARLO LAPUCCI

Barbara, la santa oppressa dall'amore paterno

di Carlo Lapucci
Se uno entra in una miniera, visita uno scavo di gallerie, entra in depositi di esplosivi, con molta probabilità noterà in disparte un lumino acceso e, avvicinandosi, vi troverà l'immagine di Santa Barbara. Mi disse un minatore: «Vede qui ci sono tutte le prevenzioni e le sicurezze, ma con quella mi sento più sicuro».

La bella figura di fanciulla rimane fortemente legata in certe zone della religiosità tradizionale e negli usi calendariali, anche se, per la riforma del calendario liturgico del 1969, la sua festa, che si celebrava il 4 di dicembre, è lasciata solo ai culti locali.

Invocata nelle Litanie dei Santi, titolare di molte e importanti chiese e parrocchie, faceva parte anche dei cosiddetti Quattordici Santi Adiuvanti, serie che raccoglie i principali Santi protettori che avevano una festa comune il giorno 8 agosto, anche questa ricorrenza soppressa dalla riforma. Dati i criteri informatori del nuovo calendario liturgico, Barbara ha un'antica e solida tradizione di culto, manca invece di consistente documentazione che la individui in una precisa figura storica, per cui il rifiuto di mantenerla nel novero dei santi accreditati storicamente, è giustificato. Si hanno diverse narrazioni della sua passio, greche e latine, dalle quali si ricavano dati contrastanti. Il suo martirio si dice avvenuto sotto diversi imperatori: Massimino Trace (235-238), Massimiano (286-305), Massimino Daia (308-313).

Anche sul luogo d'origine non c'è accordo: si parla di Nicomedia, Antiochia, Heliopolis in Paflagonia. Alcune redazioni latine vorrebbero addirittura che fosse originaria della Toscana, e così si legge nel Martirologio di Adone. Il culto e la tradizione, diffusi in Oriente e Occidente, fanno pensare a una figura vissuta in Egitto, sulla fine del III secolo, martirizzata per la fede, sulla quale gli agiografi hanno riversato le migliori risorse della loro fantasia, rendendone molto incerti i contorni.

Purtroppo oggi gli scienziati del religioso fanno peggio dei vecchi agiografi: annientano senza alcuna prova quello che la tradizione conserva, sia pure vagamente, di eventi e persone che non possono essere nati tutti dal nulla. Su un recente repertorio di santi si legge: «Ma l'intera leggenda è chiaramente falsa e Barbara non è mai esistita». Noi sappiamo per esperienza che al contrario la leggenda è la spia di qualche dato reale e diciamo che probabilmente una figura storica di giovane martire sta dietro alla saga di questa Santa, ma non è possibile identificarla con sicurezza.
Ci interessa tuttavia ben di più analizzare cosa ha rappresentato Barbara nella comunità cristiana e cosa ha significato nella passata spiritualità il culto di questa Santa.

La leggenda
Le notizie, che non è possibile districare dalla leggenda, vogliono che Santa Barbara fosse originaria di Nicomedia, o di altra città. Che sia nata in Toscana pare poco probabile, mancando altre indicazioni. Assai avvenente, fu oggetto di una sorta di adorazione da parte del padre, di nome Dioscuro, che volle sottrarla ai numerosi pretendenti dai quali era richiesta in sposa. Per questo il ricchissimo genitore fece costruire una bellissima e sicura torre, circondata da un grande giardino con terme e verzieri, e vi rinchiuse la figlia. Barbara, convertitasi al Cristianesimo, nella torre che aveva due finestre, ne fece aprire una terza per ricordare il mistero della SS. Trinità, sul quale meditava continuamente. Quindi, segnato con una croce il marmo che cedette come creta molle, prese nelle piscina il battesimo.

Dioscuro, saputo che la figlia aveva abbracciato la religione di Cristo e conosciuta le ragione delle tre finestre, montò in grande furore aggredendo Barbara, la quale gli manifestò il suo proposito di non sposarsi e di non amare altro che il Signore.

Il padre allora mutò il grande amore per la figlia in un odio anche più grande e non esitò a tentare di ucciderla, ma la fanciulla sfuggì attraverso i muri che si aprirono davanti a lei come tendaggi. Altre versioni devote vogliono che un fulmine distruggesse la torre, liberandone Barbara, la quale fuggì nei boschi nascondendosi nella fenditura di una roccia. Un pastore la vide e, per avere un compenso dal ricco signore, ne rivelò il nascondiglio e le sua pecore furono tramutate tutte in locuste. Fattala prigioniera, il padre la percosse, la trascinò per i capelli e la consegnò nelle mani del prefetto Marciano, denunciandola come cristiana, perché fosse torturata e giustiziata.

Vedendola così giovane e bella, il rappresentante dell'Imperatore consigliò prima il padre di ritirare la denuncia, ottenendone un rifiuto, quindi invitò Barbara a sacrificare agli dèi, ma fu tutto inutile. Allora Barbara fu vestita di panni irti di spine che le lacerarono tutto il corpo, e battuta con nervi di bue che la fecero sanguinare, ma nella notte ebbe una visione e Cristo stesso la rese sana e intatta come se non avesse ricevuto alcuna offesa.

Di nuovo Marciano, istigato dal padre furibondo, la sottopose alla fustigazione, ma le verghe, toccando le sue carni, si mutarono tutte in bellissime penne di pavone. Un seguito di torture diverse ed efferate tormentarono il corpo della fanciulla: lastre di ferro roventi, pettini di ferro, taglio delle mammelle, come a Santa Apollonia, ma nulla riuscì a piegare la sua volontà. Si tentò allora la via dell'ignominia e della vergogna, denudandola completamente e menandola straziata per le vie della città, ma le preghiere di Barbara ottennero che uno splendore abbagliante rivestisse completamente il suo corpo impedendo che fosse visto da alcuno.

Marciano la condannò al taglio della testa e Dioscuro chiese ed ottenne d'essere lui in carnefice di sua figlia ed eseguì la sentenza ma, come il bel capo della fanciulla cadde a terra un fuoco celeste piombò dalle nubi e incenerì completamente il corpo del padre crudele.
Fu l'imperatore Giustino a trasportare le reliquie della Santa dall'Egitto a Costantinopoli e di là i veneziani le trasferirono a Venezia, nel 1009, nella Chiesa di San Giovanni Evangelista a Torcello. Il suo culto si diffuse in Italia molto nel VI secolo con l'occupazione bizantina e quindi attraverso le Crociate. Nella Chiesa di Santa Maria Antiqua, nel Foro romano si trova un'immagine della Santa risalente all'VIII secolo.

Il simbolo e l'esempio
Abituati a leggere la vita dei santi ponendo l'accento sull'aspetto religioso, ponendo l'accento sull'aspetto convenzionale, si perde spesso di vista quello umano, che cui è strettamente legato. Anche in Barbara, se si vede solo l'inflessibile eroina della fede che rifiuta con forza sovrumana l'abiura, si perde d'occhio il suo vero dramma, che è in rapporto con il problema della fede: il contrasto col padre. Non c'è dubbio che questa ragazza è alle prese con un genitore affetto da forti turbe psichiche, legato alla figlia da un amore insano, sul quale Freud avrebbe da dire la sua. La figura della madre non ha rilevanza alcuna. Il dramma di Barbara è un amore paterno torbido e possessivo, di cui si hanno purtroppo non rari casi, che arriva a distruggerla, piuttosto che perderne il controllo e lasciarla alla propria vita e alla libertà.

La leggenda insiste molto su questo aspetto della tragedia, fino a far passare come benevolo addirittura Marciano, il prefetto imperiale, spesso la figura più losca e bieca nei processi dei martiri. Fuori dalle esagerazioni della leggenda non è infrequente il caso di amore possessivo di genitori verso i figli, che chiudono nella torre cieca del loro amore insano. Non a caso Barbara segna proprio in questa torre terribile il segno della sua fede, l'unica sua salvezza: le tre finestre. Le sante martiri di solito affermano insieme alla fede la loro dignità di esseri umani e di donne. Schiacciate da forze preponderanti, riaffermano prima di tutto il loro diritto a essere quello che sono, ad agire secondo la propria volontà, a non piegarsi alla violenza e alla forza. Questo era tanto più difficile in un tempo in cui la donna era completamente sotto la tutela o il dominio dell'uomo o del capo della famiglia, per cui opporsi al padre significava perdere ogni protezione, combattere da sole contro il mondo intero.

Molto moderna è questa figura se viene liberata dagli orpelli devozionali: fa della sua prigione uno strumento di meditazione, rifiuta un mondo ostile e malvagio, fugge di casa, si rifugia fuori da una vita comoda e agiata, contrasta la follia del padre e infine subisce il martirio con dignità. A una forza segreta così decisa, che riposa nelle tenere membra di una fanciulla, si addicono bene sia il fulmine che il fuoco, che non conoscono ostacoli.

Molto rappresentata nell'arte
Frequentissima è l'immagine di Barbara nelle rappresentazioni devote, in trittici, polittico, raffigurazioni del Paradiso. Molto venerata in Oriente gode di grande popolarità in Occidente, dove molte donne portano ancora questo nome.

Oltre all'immagine nella Chiesa di Santa Maria Antiqua, nel Foro romano dell'VIII secolo, Barbara si trova raffigurata da molti grandi pittori. Nella Cappella Suardi di Trescore Lorenzo Lotto ha rappresentato il ciclo dei fatti salienti della sua vita. Splendida è la figura di Barbara della scuola del Botticelli, che si trova nella Pinacoteca di Lucca. Forse anche più bella è Barbara incoronata da due angeli, di Matteo di Giovanni, nella Chiesa di San Domenico a Siena. Cranach la raffigura con la pisside e la torre trinitaria, nel dipinto della Pinacoteca di Dresda. Bellissima anche la figura della Biblioteca Nazionale di Napoli e da ricordare il disegno di Dürer al Museo delle Belle Arti di Anversa.

Gli attributi
La presenza del pavone tra gli attributi di Barbara è da collegarsi alle splendide penne di questo volatile nelle quali si mutarono le verghe che flagellarono il corpo della fanciulla, ma in questo simbolo è racchiuso quello più vertiginoso dell'immortalità richiamato dalla coda del pavone che rappresenta la ruota, l'iride, la bellezza divina e l'immortalità. A questo si collega la torre con il simbolo della Trinità, tema della meditazione della Santa.
Torre con tre finestre
Calice con ostia, o pisside
Saetta
Pavone
Spada della decapitazione
Arma da fuoco
Cannone
Fuoco (che incenerì il padre).

Protettrice della città di Rieti, rimane ancora nel culto popolare per esserne stata un capitolo rilevante nei secoli passati. Si ripete ancora durante i temporali la nota invocazione che abbiamo imparato nell'infanzia:

Santa Barbara benedetta,
liberaci dal tuono e dalla saetta;
Gesù Nazareno,
liberaci dal tuono e dal baleno.

I suoi patrocini sono rilevanti di numero e ancora molto sentiti. Il particolare della passio che narra del padre incenerito da un fulmine la fecero patrona nei pericoli di saette, e invocata contro la morte improvvisa, e nelle attività che hanno contatto col fuoco. La sua immagine che sorregge l'ostia e la pisside, si riferisce proprio alla protezione a subitanea et improvvisa morte: la grazia di morire con i sacramenti e i conforti religiosi.

Con la scoperta della polvere da sparo nel XV secolo divenne patrona di coloro che maneggiavano mine ed armi, in particolare degli artiglieri fino dal 1529. Gli antichi artiglieri dovevano un tempo, nel caricare le bombarde, fare con la palla un segno di croce davanti alla bocca del pezzo invocando il nome di Santa Barbara. Bestemmiare il nome della Santa, con quello della Vergine e di Cristo, comportava nelle armate la pena di tre tratti di corda. Il pericolo incombente sugli artiglieri era l'esplosione della canna dell'arma da fuoco.

Tale protezione è strettamente collegata alla torre intesa come fortezza, casamatta, piazzaforte, polveriera, mura di difesa e per questo diviene protettrice anche di architetti, muratori, fabbricanti di opere d'ingegneria militare.
Fu tanto prestigiosa la sua protezione che il deposito di munizioni, le polveriere soprattutto sulle navi da guerra presero il nome di santabarbara e lo hanno ancora.

I patrocini
Architetti
Artificieri
Artiglieri
Becchini
Campanari
Carpentieri
Custodi di polveriere
Fabbricanti di fortezze e bastioni
Fabbricanti di fuochi d'artificio
Fonditori di metalli
Genio militare
Minatori
Muratori
Ombrellai
Scalpellini
Vigili del fuoco

Protegge inoltre

Dalla morte improvvisa
Dalle tempeste e dai temporali
Dal fuoco
Dai fulmini
Dalle scariche di correnti elettriche

I proverbi
Santa Barbara
piedi al fuoco e guardala.
Per Santa Barbara (4 dicembre) stai intorno al fuoco e guarda la neve. È il periodo in cui arriva il primo freddo e, se l'organismo non è temprato, lo sbalzo di temperatura può provocare dei malanni. Sii cauto nello sfidare il primo freddo.
Se a Santa Barbara piove assai
altri quaranta dì aspetterai.
Viene fatto il giorno di Santa Barbara un pronostico sulla pioggia come quello, più noto, che viene fatto per S. Bibiana, ovvero: Terzo aprilante quaranta dì durante.
Un lungo proverbio passa in rassegna le feste del mese di dicembre. San'Ansano è il martire, patrono di Siena. San Nicola è il grande santo patrono di Bari. Sant'Ambrogio, vescovo di Milano è uno dei Padri della Chiesa. Il dieci è la festa della Traslazione della Santa Casa di Loreto, casa nella quale avrebbe abitato la Sacra Famiglia e miracolosamente trasportata in volo dagli Angeli a Loreto. Il dodici è la vigilia della festa di Santa Lucia, martire. San Tommaso è l'apostolo. Pasqua Santa è il nome con cui si designa il Natale. Alcune indicazioni date da questi versi oggi non sarebbero più valide, infatti la riforma del calendario liturgico ne ha soppresse alcune e spostate altre, ma sono restate nella tradizione.
Il primo di dicembre Sant'Ansano;
il quattro, Santa Barbara beata;
il sei, San Nicolò che vien per via;
il sette, Sant'Ambrogio da Milano;
l'otto, la Concezione di Maria;
per il nove mi cheto;
il dieci, la Madonna di Loreto;
il dodici convien che digiuniamo
perché il tredici c'è Santa Lucia;
il ventun San Tommè la chiesa canta;
il venticinque vien la Pasqua Santa
e poi ci sono i Santi Innocentini;
alla fine di tutto, lesto, lesto,
se ne vien San Silvestro.
Le grandi sante: le precedenti puntate
8. Cecilia, la santa della bellezza spirituale
7. Perpetua e Felicita, le martiri madri
6. Agnese, santa della forza e della mitezza
5. Cristina di Bolsena, la martire fanciulla
4. Mustiola, la santa che camminò sulle acque
3. S. Caterina d'Alessandria tra culto e mito
2. Agata, la Santa del mistero della vita

Barbara, la santa oppressa dall'amore paterno
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Alfredo Viti 08/12/2004 00:00
A proposito del lungo proverbio delle feste di dicembre, ricordo che mio nonno, che me lo raccontava quand'ero bambino, lo faceva più lungo, inserendo anche Santi di atri giorni (quasi tutti, mi pare) e persino fino alla befana ("L'epifania che tutte le feste si porta via"). Per il 13 dicembre, Santa Lucia, inseriva il verso: "La giornata più corta che ci sia".
Siete a conoscenza di eventuali altre elaborazioni del lungo proverbio ?
Grazie.

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