Cultura & Società

Beni culturali tra restauri ed esigenze liturgiche

di Claudio CerretelliRestauri e adeguamenti liturgici dei beni culturali nella diocesi di Prato è il tema del convegno che si terrà nell’intera giornata di martedì 25 maggio presso la Villa Medicea di Artimino (Carmignano – Prato). La giornata è stata promossa dalla diocesi di Prato e dallo studio Demetra Comunicazione in Architettura, di Lecco, che ha organizzato la manifestazione. Il convegno non vuole essere un momento autocelebrativo, ma un’occasione per fare il punto sulla situazione e per ottenere indicazioni utili per le attività future. Non manca però la soddisfazione nel considerare che, malgrado le difficoltà (soprattutto finanziarie) della diocesi di Prato, negli ultimi anni sono stati attuati numerosi interventi di salvaguardia e restauro del patrimonio architettonico diocesano. Va riconosciuto che l’Ufficio beni culturali della Diocesi, grazie alla forte personalità del suo direttore, don Renzo Fantappiè, ha svolto un ruolo importante nel coordinare, indirizzare, talvolta gestire queste iniziative e reperire parte dei necessari finanziamenti. Nonostante la situazione economica non felice per la città, a causa della crisi del tessile, non è fortunatamente venuta meno la sensibilità di enti, istituzioni, aziende e privati a sostegno di interventi su un patrimonio che – proprietà della Diocesi – è però da considerare tesoro dell’intera collettività. Per i finanziamenti, oltre alla Conferenza Episcopale Italiana e allo Stato, un ruolo basilare ha svolto la giovane Provincia di Prato, e importanti per alcune iniziative sono stati i contributi di Soprintendenza, Fondazione Cassa di Risparmio e Comune di Prato. Come riferiva Antonio Paolucci in un convegno del 1993, «la fetta più grossa del Museo Italia» è costituita dai beni storico-artistici affidati alla Chiesa, che coi suoi rappresentanti è la vera custode «dei tesori d’arte e di storia della Nazione»; solo una fattiva collaborazione «può mediare interessi legittimamente diversi, entrambi forti e di alto profilo» di cui sono portatori Stato e Chiesa.Già l’articolo 9 – uno dei fondamentali – della Costituzione italiana indica come impegno della Repubblica la tutela del patrimonio storico e artistico, per la quale è preminente il pubblico interesse, anche rispetto alle prerogative del proprietario (privato o ente pubblico) dei beni. Questo è ribadito anche dalla normativa seguente, fino al testo unico in materia di beni culturali (Dl 29/10/1999 n. 490).

La tutela non va però limitata alla definizione di vincoli, ma deve portare a azioni concrete; più che ripartire tra enti le competenze è necessario sviluppare politiche e interventi organici sul territorio, che portino a una «salvaguardia integrata». Le Diocesi possono cooperare attraverso gli Uffici beni culturali, che pur nei loro limiti oggettivi (di personale e finanziamenti), sono chiamati a esercitare un’azione di raccordo e indirizzo, ma anche a migliorare la conoscenza del patrimonio culturale degli enti ecclesiastici (studio dei documenti, iconografia, progetti di catalogazione), e – quando possibile – a concorrere alla formazione di operatori, interni e esterni, affidabili e competenti.

Oltre alla normativa recente (modifica del Concordato Lateranense; Dpr 26.9.96 n. 571), anche le direttive Cei (14 giugno 1974, 9 dicembre 1992, 31 maggio 1996) vanno nella direzione di questa collaborazione con le istituzioni civili e con le realtà associative, enti e privati che operano nella società italiana. Non sono inoltre mancati richiami a un ruolo più attivo dei cittadini, oltre che da parte dello Stato, dalla Chiesa (Gaudium et spes, 75b), di fronte all’impossibilità di soddisfare tutte le esigenze legate a conservazione, tutela e fruizione del vastissimo patrimonio storico artistico ecclesiastico (per sponsorizzazioni di privati o imprese, però, la defiscalizzazione ha progressivamente perduto buona parte dei suoi vantaggi).

Gli edifici sacri sono luoghi di culto, espressione di una comunità di credenti, ma anche «strumenti della memoria», e segno di una cultura ancora comprensibile a tutti. Questi aspetti – benché non analizzati nel convegno di Artimino – sono stati però importanti per guidare e indirizzare restauri e adeguamenti.

Alcuni di questi interventi, attuati nell’ultimo decennio, saranno presentati nel convegno da don Renzo Fantappiè (tra gli altri quelli di Duomo, Badia di Vaiano, Musei Diocesani, San Domenico, Iolo, San’Ippolito), che evidenzierà i principali problemi e alcune soluzioni adottate.

Un’attenta, costante manutenzione degli edifici sacri (suggerita anche dalle norme Cei del 1974 e 1992) potrebbe ritardare di molto i veri e propri restauri, in genere traumatici e dispendiosi; risulta però sempre più difficile da effettuare. In caso di situazioni più gravi i necessari restauri non dovrebbero essere guidati da puri motivi di estetica, stile o gusto, ma puntare invece sul minimo impatto e sulla compatibilità con le preesistenze. Perciò, soprattutto negli interventi più decisi su strutture antiche, fortemente caratterizzate, ogni scelta dovrà essere frutto di mediazione; parametri e obiettivi dovranno essere ridefiniti in corso d’opera e a volte ridimensionati, adottando soluzioni meno invasive possibile, che non impediscano interventi futuri.

Anche il consolidamento statico, l’adeguamento e messa a norma di impianti (elettrico, di riscaldamento, di sicurezza) presentano alcune difficoltà in strutture antiche, per le quali vanno perseguiti obiettivi congrui, anche se non ottimali.

Tra gli esempi pratesi, in certi casi sono state adottate tecniche non tradizionali, ma già sperimentate, nella soluzione di problemi particolari, come l’uso delle fibre di carbonio per la volta della Cappella del Santissimo Sacramento in Cattedrale, nel trecentesco campanile di San Domenico e nel rafforzamento delle travi lignee sul secondo ordine del chiostro, nello stesso convento.

Alcune ditte che hanno collaborato al convegno presenteranno relazioni tecniche, basate su sopralluoghi effettuati in aree della Diocesi nelle quali è previsto -– e in alcuni casi già avviato – un intervento di restauro, in modo da suggerire possibili soluzioni a problemi specifici: per il complesso di Pizzidimonte (a completamento di un articolato intervento di ristrutturazione e restauro) la pavimentazione, l’impianto di illuminazione e le finiture nella chiesa; per la splendida Badia di Montepiano un’ipotesi di restauro delle superfici lapidee, interessate da un rapido, generale degrado (non solo nelle notevoli parti scultoree del portale). Per il complesso di Sant’Agostino a Prato saranno suggerite soluzioni per il ripristino delle antiche coperture a coppi e embrici, mentre un primo studio sugli intonaci dell’ex refettorio di San Domenico a Prato (passato al Comune dopo il 1866, a lungo utilizzato come palestra e attualmente tornato alla Diocesi) fornirà indicazioni per un possibile recupero dell’importante spazio di origine trecentesca, che potrebbe ritrovare la sua originaria connessione col complesso conventuale e divenire sede di un nuovo Museo di Arte sacra che raccolga importanti donazioni di argenti e suppellettile sacra dal XIII al XIX secolo.

La seconda parte del convegno, coordinata da monsignor Silvano Maggiani, noto liturgista, riguarderà gli adeguamenti liturgici e l’arte contemporanea, con particolare riferimento al Duomo di Prato.Il convegno è stato reso possibile anche grazie all’aiuto di alcuni sponsor privati, e ha ottenuto il patrocinio di Comune e Provincia di Prato, della Soprintendenza di Firenze, Pistoia e Prato, e degli ordini degli architetti delle province di Prato, Pistoia e Firenze.Per informazioni è possibile rivolgersi allo 0341-271900. La schedaRinnovare la forma per celebrare la fededi Giuseppe BilliAdeguamento liturgico. Semplicemente, è il rinnovamento delle espressioni e delle forme per celebrare la fede.La celebrazione ha come soggetto l’uomo, nella sua contemporaneità. In realtà, il soggetto fontale è Dio. Quello causale è l’uomo che «convoca» (secondo 1’etimologia del «celebrare») il massimo della propria consapevolezza e il senso più generoso dei propri rapporti con gli altri e con il mondo.

Così, quando si celebra la gioia e la forza della fede, «tutto» l’uomo partecipa: per quello che è e con quello che ha. Nello stesso tempo, la fede è una «missione», e quindi si presenta a Dio con il suo corredo di un’umanità che manda e che attende. L’importante e cogliere la sensibilità dei tempi, saperli discernere. Gesù l’aveva detto: fate attenzione «ai segni dei tempi» (Mt.16,3). È questo il compito permanente della Chiesa che, nel tempo e nei tempi, annuncia il suo Signore.

Non potendo, anche brevemente, fare un’«excursus» storico, veniamo all’epoca moderna, la nostra, dove le coordinate temporali, in cui l’uomo vive e si riconosce, sono state «sconvolte». In negativo e in positivo.

Sinteticamente, si può dire che il secolo XX è il risultato radicale di un paradosso di segno umanistico: l’uomo si disgrega, nella gloria-ricatto delle scienze (filosofiche e quantistiche) e, nello stesso tempo, si ri-compatta nel progresso delle dinamiche sociali, soprattutto dopo le catastrofi delle ideologie a-tee e dis-umane. In questo scenario, assolutamente rivoluzionato, la Chiesa ha sentito la chiamata di una nuova Pentecoste e si è ritrovata nel Concilio Vaticano II (1962-65). Ne è uscita una Chiesa rifatta, nella «figura», sia interna che nell’aspetto visibile, e nel suo compito pastorale. Completamente. A cominciare dalla Liturgia. Ed è sulla liturgia il primo documento ufficiale: Sacrosanctum Concilium.

Il soffio nuovo dello Spirito, che già era penetrato nell’orizzonte dei grandi «maestri» del pensiero e degli studi biblici, subito si comunicò alle comunità di base, nelle quali si scatenò un eccezionale fenomeno creativo, soprattutto nelle forme liturgiche, perché la Liturgia è la sede più ricca per le esperienze religiose di afflato pasquale. Dalla ricchezza all’abbondanza e alla ridondanza.Così si è assistito ad un accavallarsi di forme espressive: dai testi, ai gesti, ai ritmi musicali e alle modifiche strutturali, degli spazi celebrativi. Sostanzialmente era il Concilio in atto: l’idea popolare di vivere l’esperienza di Chiesa e, poi, di «inventare» un dialogo compatibile con il mondo contemporaneo, in uno scambio di segni espressivi.Ma l’emergenza e la fretta hanno superato quella virtù evangelica che doveva presiedere il tutto: il discernimento. Da più parti, soprattutto da un mondo culturale «lontano», ma non impermeabile all’annuncio cristiano, ci sono venute feroci e amare critiche (vedi, per tutti, U. Galimberti in Orme del sacro).

Così, di fronte a un inarrestabile «fai da te» nel campo liturgico: canzoni, canzonette, estrosità linguistiche e gestuali e, soprattutto, elementi e strutture d’accatto, se non addirittura vandalismi, negli spazi liturgici delle celebrazioni, la Chiesa ha risposto con note, richiami e documenti. Ci sono i documenti e devono diventare, giustamente, «normativi», benché tuttora ci sia una persistenza di gestioni anarchiche e/o autocefale nelle diocesi.

Con tutto ciò ci sono, in Toscana, casi esemplari, o almeno sistemazioni concepite e guidate secondo un’alta concezione artistica, credibile: e nei segni dei tempi, e nello spirito della liturgia conciliare. I casi più notevoli e di importante risonanza critica, sono quelli del Duomo di Prato (con l’americano minimale Robert Morris) e del Duomo di Pisa (con Giuliano Vangi). Di purissima coerenza formale e spirituale è l’intervento a Greve del padre architetto Angelo Polesello. Una visione, abbastanza ampia e documentata si può trovare nelle pagine introduttive della Guida liturgica per le Chiese della Toscana (a cura della Cet) dell’anno 2001-2002.Ecco, allora, la necessità e la novità di convegni, di raduni e di quanto altro serve per ricondurre nel seno di una liturgia, ecclesialmente coerente e condivisa, tutte queste forme liberamente espressive.

Di necessario rilievo sono i convegni rivolti agli operatori nei vari campi dell’azione liturgica. Nel caso dell’adeguamento degli spazi per la nuova liturgia, i referenti sono: in primis i vescovi e la nuova «committenza» (sacerdoti, uffici diocesani, ecc…) e poi i professionisti dei segni e delle strutture: architetti, artisti, artigiani e «dintorni».

Sintetizzando, queste sono le urgenze e le necessità:1. Il Concilio è da «compiere». Sempre validi, attuali e profetici i documenti di riferimento. Giova ricordarli: il Sacrosanctum Concilium (1963); i Principi e le Norme del Messale Romano, 2.a ed. 1983; La progettazione di nuove chiese (1993);L’adeguamento delle chiese secondo la riforma liturgica (1996).2. Una specifica competenza: nella storia, nell’arte e nel vocabolario liturgico.3. Una cura permanente di tutto il patrimonio: antico e recente. Niente va perduto. Tutto armonizzato, ma «alla grande», nella consapevolezza di concorrere ad eventi «sacri» decisivi. Via, quindi, quella superficialità e il kitsch: di banchini-altari, similleggii, arredi dozzinali e quella scialba galleria iconografica. La chiesa deve essere lo spazio del «kalòs-agatòs» che decide dell’incontro col Dio vivo: presente, incarnato e «trasfigurato».

Ma, soprattutto, l’anima di ogni pensiero e di ogni progetto liturgico è la coscienza che si celebra – sempre! – un «atto di fede» totale e finale. Il Cristo – Lui stesso Trinità incarnata – è «hic et nunc» la salvezza. Basta. Quanto poi alla ricaduta e all’influenza su tutto il linguaggio espressivo (letterario, figurativo e musicale), basterebbe ricordare quanto dicevano e scrivevano i primi cristiani, proprio per vivere nella «leggerezza» (simbolica e minimale) l’evento-Cristo che è «Colui che non ha luogo-sito» (chiesa di san Salvatore Chora, Istambul).

Corso di architettura per la liturgiaSi svolge a Firenze dal 24 al 29 maggio e dal 20 al 25 settembre l’ottava edizione del corso di formazione di base per operatori diocesani nel settore liturgico artistico, dal titolo «Architettura per la liturgia», promosso dagli Uffici Cei liturgico e per i beni culturali ecclesiastici, in collaborazione con la diocesi di Firenze. Il corso è indirizzato a laureati in architettura, in ingegneria edile, in storia dell’arte, in storia e conservazione dei beni architettonici e ambientali o a diplomati alle Accademie di Belle arti. Il corso, spiegano i promotori, ha come tema la «Progettazione e adeguamento delle chiese secondo la riforma liturgica» e si articola in due parti, ciascuna delle quali ha la durata di una settimana. Non è ammessa la partecipazione a una sola settimana. I temi del Corso riguardano la formazione di base circa l’arte e l’architettura per la liturgia, le normative canoniche, le procedure e istituzioni ecclesiastiche e civili. «Il corso – informano gli organizzatori – intende avviare i partecipanti a operare negli organismi diocesani con la capacità critica di lavorare insieme su proposte progettuali relative alla costruzione di nuove chiese o all’adeguamento delle chiese esistenti secondo la riforma liturgica, così da poter esprimere valutazioni basate sia sui documenti della Cei in tema di edifici per il culto e di beni culturali, sia su altri parametri interdisciplinari. Il corso si articola in contributi teorici e in laboratori, in cui i partecipanti esaminano progetti di chiese, fatte anche oggetto di visita, e si esercitano a formulare valutazioni in forma discorsiva o grafica evidenziando eventuali punti critici e proponendo soluzioni alternative». Al termine del corso viene rilasciato un attestato. Il corso si svolge presso «Villa Agape», Suore Stabilite nella carità, casa per ferie, via Torre del Gallo 8/10, Firenze (tel. 055/220044; fax 055/2337012). Per informazioni: tel. 06/66398455, fax 06/66398424, unbc@chiesacattolica.it.