Cultura & Società

Cinema e arte per una cultura non di rendita

di Lorella Pellis

Venezia Cinema non è solo passerella di film e di star o presunte tali, ma anche di qualche buona iniziativa. Come quella annunciata da Paolo Cocchi, assessore regionale toscano alla Cultura: nove milioni di euro in due anni per sostenere sceneggiature, film, fiction e documentari ambientati nel nostro territorio, puntando ovviamente sul ritorno d’immagine che garantirebbero. Non solo: sempre da parte di Cocchi è stata anche lanciata l’idea di salvare le sale cinematografiche delle nostre città dallo strapotere delle nuove multisale periferiche. Ed è proprio da queste novità che partiamo per un bilancio a tutto campo con l’assessore sulla politica culturale in Toscana.

Assessore, la Toscana è già una location molto ambita dal cinema, come dimostrano i numerosi film ambientati nella nostra regione anche negli ultimi tempi. Ora c’è questo ulteriore incentivo per venire a girare da noi. Perché dunque questa iniziativa e quali risultati vi attendete? E per quanto riguarda il possibile sostegno alle sale cinematografiche di città, non è che si arrivi troppo tardi?

«L’iniziativa del “fondo cinema” della Regione Toscana si affianca a iniziative simili che molte altre regioni hanno intrapreso in questi ultimi anni perché è evidente che il cinema, oltre ad essere un prodotto culturale e a sviluppare un’attività culturale importante sulla regione, è sempre di più un grande strumento di comunicazione e anche di formazione nell’immagine collettiva globale dell’idea di un territorio. Allora un investimento di nove milioni di euro in due anni per la Regione Toscana, che è già di per sé un set a cielo aperto, rappresenta un’operazione che aiuterà la regione a confermare il suo grande marchio nell’immaginario collettivo nazionale e internazionale. Sulla questione delle multisale penso che le politiche che faremo saranno tardive perché purtroppo la ristrutturazione del mercato cinematografico nella sua filiera produttiva e distributiva è un fatto certamente molto avanzato e bisogna quasi ricominciare da zero perché il tessuto delle sale si è ulteriormente indebolito. Nessuno pensa di abolire i multiplex, che sono una forma di divertimento, ma dobbiamo ragionare in un’ottica di programmazione per far sì che non ci siano solo quelle presenze poiché le spinte del mercato rendono impossibile mantenere aperta una sala che faccia una programmazione differenziata. Tuttavia il pensiero unico cinematografico è qualcosa che noi dovremmo contrastare perché in realtà ancora abbiamo un panorama produttivo cinematografico a livello mondiale che è di straordinaria ricchezza e diversità. Rinunciare a questa diversità vuol dire privare i cittadini di un’opportunità e allora le politiche pubbliche dovrebbero porsi questo problema a partire dalle politiche nazionali. Comunque noi abbiamo previsto una misura di sostegno agli esercenti per il rinnovamento delle attrezzature tecniche che speriamo possa dare un po’ di respiro a questo settore».

Ma non sarebbe più opportuno, a questo proposito, puntare maggiormente a far girare pellicole di qualità e far rinascere momenti educativi come i cineforum in spazi adeguati come le stesse «sale di comunità» parrocchiali o quelle di certe Case del popolo?

«La Regione Toscana e anche molte amministrazioni locali già sono impegnate a sostegno della rete delle sale d’essai. In questi anni però la misura dei sostegni non ha compensato la crisi strutturale di questi luoghi. Credo che dovremmo pensare anche a rinnovare l’offerta di questi luoghi che deve combinarsi con i nuovi gusti del pubblico, con le nuove abitudini di consumo. Ci sono comunque elementi con cui qualunque tipo di impresa di distribuzione cinematografica deve misurarsi: oggi si scaricano i film da internet, si usano i dvd a casa, i luoghi e i momenti in cui si vedono film rispetto a venti, trenta anni fa sono radicalmente cambiati. Quindi se vogliamo mantenere in vita un luogo pubblico di visione di un prodotto culturale che non sia quello imposto dalle grandi catene di distribuzione, credo che dobbiamo anche ripensare i luoghi stessi, le opportunità e i momenti, facendo educazione del pubblico a cominciare dalle scuole, e comunque inseguendo un po’ i gusti del pubblico. Non penso che per rilanciare il cinema di qualità i luoghi dove si vede questo cinema debbano essere gli stessi degli anni Settanta. Noi stiamo per esempio pensando a un progetto di Casa del cinema per Firenze, cioè a un luogo che sia capace di riattrarre pubblico al cinema costruendo anche adeguate politiche di promozione».

Assessore, più in generale cosa vuol dire oggi «fare cultura» in Toscana? Vivere delle rendite del passato o produrre qualcosa di nuovo, di realmente innovativo che spesso, però, si fa fatica a intravedere?

«Il peso del passato nella nostra regione è molto forte e consente spesso un facile sfruttamento. Anche nella cultura ci sono fenomeni di rendita di posizione: come spesso accade quando si riceve dai genitori un’eredità cospicua, c’è sempre il rischio che le generazioni successive piuttosto che pensare a incrementare il patrimonio pensino solo a sfruttarlo. Quando parlo di contemporaneità intendo non solo l’adozione di linguaggi dichiaratamente contemporanei ma l’applicazione delle intelligenze di oggi anche alla valorizzazione del patrimonio del passato. In realtà in Toscana ci sono molte esperienze innovative in tutti i settori, dal teatro al cinema all’arte. Spesso sono esperienze isolate, molto valide ma che non riescono a dialogare, a incontrarsi, a produrre quella visibilità sul dibattito pubblico che solo le grandi iniziative riescono a realizzare. Certamente la Toscana, una regione con 3 milioni e mezzo di abitanti, non può pensare di fare un museo di arte contemporanea in ogni città, dobbiamo pensare a dare visibilità a queste presenze con una politica di sistema. In altre parole, dobbiamo creare nodi in questa rete diffusa che imparino a cooperare fra loro nei diversi settori in maniera tale che, per esempio, i giardini d’arte, che sono una presenza molto importante, costituiscano una sorta di rete che riesca a comunicarsi come un sistema di luoghi e a raggiungere nuovo pubblico».

Non è comunque un momento facile per il sostegno pubblico alla cultura: le fondazioni bancarie hanno meno risorse, lo Stato taglia, gli enti locali chiudono i loro bilanci con sempre maggiori difficoltà. È dei giorni scorsi, inoltre, la sua polemica con il ministro Brunetta secondo cui, come lei stesso ha spiegato, i soldi pubblici a sostegno della cultura sarebbero «in gran parte» non solo «gettati» ma anche «corruttori». La Regione, a questo proposito, può giocare un ruolo di coordinamento perché comunque le risorse non si disperdano in mille rivoli ma siano utilizzate al meglio?

«La battuta di Brunetta è stata molto infelice perché nasce dall’idea, che io non condivido, di uno Stato minimo. Alla fine lo Stato dovrebbe fare il meno possibile perché tutto ciò che fa si trasforma in una corruzione di costumi o deprime la libera iniziativa. Penso che questa sia una visione molto ideologica. Tutti i grandi Paesi fanno grandi politiche pubbliche sulla cultura, sulla formazione, sulla ricerca scientifica, invece si continua a fare una polemica politica molto trita e ormai ricorrente sul fatto che la cultura in Italia è di sinistra e lo Stato dovrebbe tagliare la cultura per tagliare la sinistra. Comunque, il tagliare ulteriormente è sbagliato, dobbiamo semmai riformare, perché se ci sono strozzature nella spesa, se ci sono spese improduttive o scarsa produttività, bisogna intervenire perché essa aumenti ma non smettere di fare politiche della cultura. Questo Governo, di fatto, non sta facendo politiche della cultura. Il momento è difficile per tutti. Tuttavia dovremmo impostare dei bilanci, per così dire di resistenza, di scelte più rigorose ma senza rinunciare alla prospettiva strategica di avere politiche pubbliche che intervengano per rendere fruibili contenuti, forme espressive e linguaggi che, se lasciati alla sola logica del mercato, rapidamente scomparirebbero. Se non ci fosse il sostegno pubblico non ci sarebbe il teatro in Italia. Certamente le risorse private hanno già adesso un ruolo fondamentale, quello che investono le fondazioni bancarie penso che sia già ora più di quello che lo Stato investe almeno nei beni culturali. Occorre perciò che questa tendenza sia agevolata. Bisogna però aiutare i privati a fare scelte integrate nei piani del sistema pubblico. In questo senso, il prossimo accordo di programma quadro che faremo con il Governo vedrà una partecipazione al tavolo delle Fondazioni bancarie, che saranno spinte a intervenire su quei progetti che anche lo Stato e la Regione Toscana ritengono di importanza comune e strategica».

Il suo assessorato sta seguendo anche il progetto sulla «via Francigena», dalle grandi potenzialità turistiche e culturali e di cui la Giunta regionale nei giorni scorsi ha approvato il cosiddetto «master plan». La sua particolarità di antica via di pellegrinaggio sembra aprire le porte a una collaborazione tra Regione e Chiesa, sull’esempio della positiva esperienza del Giubileo. Si sta procedendo adeguatamente in questa direzione?

«Del progetto della Francigena sono molto contento perché in circa due anni e mezzo siamo riusciti a costruire un quadro molto solido e concreto che spero possa portarci in un arco di tempo molto breve ad avere l’intero tracciato Francigeno toscano completamente funzionante, segnalato, servito da una rete di servizi per il pellegrino. Questa progettualità è stata direttamente realizzata dalla Regione Toscana. Però per la prima volta c’è un quadro di accordi istituzionali e anche di progettualità fortemente condiviso. Quindi sono contento perché la Francigena è in primo luogo una grande suggestione culturale, perché invita a una fruizione più riflessiva e più meditata del territorio. Ma la Francigena può essere anche un nuovo prodotto turistico della Toscana, ed è anche un messaggio di sostenibilità del turismo che noi vogliamo dare e anche un invito a conoscere tutta la Toscana. Penso in particolare ai giovani che, con un turismo a basso costo potranno, per motivazioni spirituali, religiose o culturali, fare un’esperienza importante e far amare per i suoi veri valori la Toscana nel mondo».

Siamo quasi a fine legislatura e quindi è tempo di bilanci. Può dirci una scelta, da Lei compiuta alla guida dell’assessorato alla cultura, di cui va particolarmente fiero, e qual è invece il suo più grande rimpianto? Inoltre, la scelta di tenere insieme in un unico assessorato cultura e turismo, terme e commercio, si è rilevata azzeccata o andrà riveduta?

«Cultura e turismo è stata una scelta azzeccata perché in una regione come la Toscana, in cui il turismo è un forte motore culturale, tenere insieme le due cose assume un significato strategico. Mi auguro che questa esperienza prosegua in questo senso. Un progetto di cui sono fiero è la campagna “Voglio vivere così” che stiamo sviluppando in questi mesi. Pensata nei termini di una costruzione di una grande piattaforma su internet, è la campagna più innovativa che sia stata fatta in questi ultimi tempi da soggetti pubblici e sta dando ottime risposte. Sono contento anche di aver fuso le due fondazioni “Sistema toscano” e “Mediateca”; il piano del commercio poi è stata un’altra partita abbastanza impegnativa che è stata chiusa con risultati apprezzabili anche in termini di dialogo fra le parti coinvolte. Il rimpianto è a futura memoria. Ho inviato al Consiglio regionale il Testo unico della cultura che fissa sul piano dell’architettura legislativa toscana una parte del lavoro che ho cercato di fare in questi due anni: penso al Patto dello spettacolo e quindi alla riorganizzazione dell’intervento pubblico in materia di spettacolo in Toscana. Se il Consiglio regionale non riuscisse ad approvarlo perchè i tempi sono molto stretti questo sarebbe di gran lunga il più grande rimpianto di questo mandato».

Firenze e Toscana, un set a cielo aperto

Nel 1949 Renato Castellani ambientò per le vie di una Firenze molto popolare «È primavera», la storia di un bigamo ilare e ingenuo. Nel 1954 un doppio Pratolini: prima Carlo Lizzani con le sue «Cronache di poveri amanti», poi Valerio Zurlini con «Le ragazze di San Frediano», entrambi di ambiente ancora molto popolare. Nel 1962 si comincia a respirare aria di borghesia: è sempre Zurlini (e sempre Pratolini) dalle parti di Arcetri per «Cronaca familiare».

Nel 1966 arriva Luigi Comencini con i Lungarni e le mille tristezze di «Incompreso», dal romanzo di Florence Montgomery. Nel 1970 è ancora la volta di Vasco Pratolini e del suo «Metello», messo in immagini eleganti e raffinate da Mauro Bolognini.

Per uscire dalla tristezza ed entrare nel regno della commedia bisogna attendere il 1975, quando «Amici miei», pensato da Pietro Germi e diretto da Mario Monicelli, consegna alla storia le zingarate un po’ spensierate e un po’ crudeli degli amici che cercano di sfuggire allo scorrere del tempo.

Nel 1976 Brian De Palma, in «Complesso di colpa», usa San Miniato al Monte e alcuni vicoli fiorentini per la prima parte di un film che perde di vigore nel progredire del racconto (e soprattutto nel suo uscire da Firenze). Per un tuffo nel popolare che più popolare non si può, nel 1978 è pronto Oscar Brazzi con il successo a sorpresa de «Il Vangelo secondo San Frediano» con Ghigo Masino. Gli esterni toscani de «Il paziente inglese», kolossal bellico-sentimentale di Anthony Minghella (1996), svariano da Viareggio a Pienza, da Forte dei Marmi a Massaciuccoli. Dario Argento, invece, per la sua unica sortita fiorentina si è concentrato sul Museo degli Uffizi, luogo ideale per suscitare nell’incauto visitatore «La sindrome di Stendhal» (1996). Nello stesso anno arriva «Il ciclone» di Leonardo Pieraccioni che, tra Laterina, Poppi e Stia, costruisce un set campestre che gli frutta un successo straordinario. Il resto è storia.

Oggi si passa dalla Firenze periferica di «Mar Nero» di Federico Bondi alla ieratica Torre del Lago di «Puccini e la fanciulla» di Poalo Benvenuti e Paola Baroni, dalla Siena pirotecnica di «007 Quantum of Solace» di Marc Forster alla Lucca irriconoscibile di «Giulia non esce la sera» di Giuseppe Piccioni, dalla Livorno proletaria di «La prima cosa bella» di Paolo Virzì alla Arezzo tutta da scoprire di «Copia Conforme» di Abbas Kiarostami, dalla Firenze ridanciana di «Io & Marylin» di Leonardo Pieraccioni alla provincia senese (Radicondoli e Colle Val d’Elsa) de «L’uomo che verrà» di Giorgio Diritti, dalla spensierata Follonica di «Questo mondo è per te» di Francesco Falaschi alle affettuose memorie del «Cinema Universale d’essai» di Federico Micali.

Così Firenze e la Toscana continuano ad offrire ospitalità a tutti. A chi scherza, a chi fa sul serio e a chi fingendosi ilare vuole soltanto suggerire una grande tristezza. Avanti, c’è posto.

F.M.