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Con Dio o senza Dio? Atei e credenti a confronto

«Con Dio o senza Dio: che cambia?», svoltosi il 7 e l'8 giugno nella basilica di San Frediano a Lucca, prima ancora che un convegno diocesano potremmo definirlo un'esperienza di dialogo e di testimonianza. La prima sera si è svolto l'atteso dibattito tra le ragioni di chi crede e chi non crede. Enzo Bianchi, priore di Bose, e Paolo Flores D'Arcais, filosofo e giornalista, hanno dibattuto sull'esperienza della fede, del credere in Dio.

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Con Dio o senza Dio? Atei e credenti a confronto

«Con Dio o senza Dio: che cambia?», svoltosi il 7 e l'8 giugno nella basilica di San Frediano a Lucca, prima ancora che un convegno diocesano potremmo definirlo un'esperienza di dialogo e di testimonianza. La prima sera si è svolto l'atteso dibattito tra le ragioni di chi crede e chi non crede. Enzo Bianchi, priore di Bose, e Paolo Flores D'Arcais, filosofo e giornalista, hanno dibattuto sull'esperienza della fede, del credere in Dio. Prospettive diverse, prospettive forse inconciliabili, ma che hanno provato a confrontarsi: dimostrando la necessità di un reciproco riconoscimento e offrendo così alla numerosa assemblea (almeno mille persone) la non scontata impressione che il dialogo, anche tra chi crede e chi non crede, in questo mondo plurale è possibile e doveroso. La seconda sera, dopo la testimonianza assembleare di un ex-manager che ha riscoperto la fede, i partecipanti si sono divisi nei 6 ambiti di discussione. Qui è stato un raccontarsi personale su cosa cambia se Dio c'è o no nella nostra vita: nel rapporto coi beni, nella sofferenza e nella morte, nel lavoro, nell'affettività, nel sociale, in famiglia. I temi emersi in questi gruppi di discussione saranno poi esaminati in vista della stesura delle Linee Pastorali per il 2010-2011 che l'arcivescovo Italo Castellani consegnerà alla diocesi il prossimo 5 settembre.

Lorenzo Maffei
L'ateo e il credente a confronto
di Adriano Fabris

«Con Dio o senza Dio: che cambia?»: ecco la questione che ha rappresentato il filo conduttore dell'annuale Convegno diocesano che si è svolto a Lucca lunedì e martedì scorsi. Si tratta di incontri che ormai, per la Chiesa di Lucca, costituiscono una vera e propria tradizione. Essi sono stati inaugurati qualche anno fa dall'arcivescovo, mons. Italo Castellani, e fin dall'inizio sono stati un'occasione, sempre molto partecipata, di approfondimento e di ripensamento di ciò che significa, oggi, essere cristiani.

Non si tratta, però, solo di un'iniziativa interna alla comunità ecclesiale. Al contrario: per come è stata pensata e per come si sviluppa – il Convegno si svolge infatti nel tardo pomeriggio, in varie chiese aperte fino a tardi nel centro storico, sollecitando l'attiva partecipazione di coloro che intendono confrontarsi su questioni che interessano la vita di tutti – esso vuole offrire una possibilità di riflessione rivolta alla città intera. In una parola: vuol essere un luogo di vero e proprio dialogo, come ha sottolineato l'Arcivescovo anche all'apertura dei lavori di quest'anno. Lo attesta lo stile che ha sempre caratterizzato l'iniziativa.

Ciò, tuttavia, è stato evidente ancora di più lo scorso lunedì: quando, a confrontarsi sul tema: «Con Dio o senza Dio: che cambia?», si sono trovati Enzo Bianchi e Paolo Flores D'Arcais. Di fronte alle circa mille persone che riempivano la Basilica di San Frediano il priore di Bose e il direttore di «Micromega» hanno dato vita a un dibattito autentico. Senza ipocrisie o reticenze infatti, sebbene sempre con grande rispetto per la persona e le idee dell'altro, sono stati discusse in maniera lucida e coinvolgente le questioni che soprattutto tengono distanti, nell'attuale contesto italiano, mondo laico e mondo cattolico.

In realtà il tema proposto poteva essere anche frainteso. Alla domanda che veniva posta, infatti, si poteva rispondere immediatamente – come spesso avviene, in maniera esplicita o nell'implicito – che in realtà no, non cambia nulla: sia che si viva senza Dio, sia che si faccia una vera e propria opzione di fede. Giacché tutto rischia, oggi, di essere indifferente. E a maggior ragione pare esserlo una scelta fondamentale di vita quale l'accettazione o meno di un senso capace di orientarmi in ciò che penso o faccio.

E tuttavia, come ha sottolineato Enzo Bianchi, proprio la formulazione prescelta per il Convegno era quella che maggiormente poteva favorire il dialogo e l'ascolto reciproco fra credenti e non credenti. Nel titolo, a ben vedere, non era affermato nulla: veniva solamente posta una domanda. Ed era proprio lo stile del domandare ciò che poteva permettere non solo il dialogo fra i due relatori, ma la partecipazione, su questo terreno, di tutti gli «uomini di buona volontà».

Due sono i livelli sui quali soprattutto è possibile e davvero opportuno un confronto fra credenti e non credenti: il piano delle scelte personali e quello dei valori etici di riferimento, nella misura in cui sono affermati pubblicamente ed entrano, in tal modo, nel dibattito politico. Flores D'Arcais, su questi punti, è stato esplicito. Per il non credente la religione è superstizione, la fede è qualcosa di irrazionale, la scienza offre tutte le spiegazioni di cui necessitiamo, il senso della vita è ciò che ciascun uomo si costruisce, di volta in volta, precariamente. Altrettanto esplicito, poi, egli è stato affrontando le questioni etiche oggetto del dibattito pubblico degli ultimi anni. Per Flores è necessario, in questi casi, evitare che una decisione, anche se presa democraticamente a maggioranza, possa impedire la scelta autonoma che le persone possono fare riguardo alla propria vita. Lo sfondo del suo discorso è stato dunque quello della rivendicazione di un'autonomia dell'individuo di fronte a ogni tipo d'imposizione.

A tutto ciò ha risposto, con vigore, Enzo Bianchi. Il quale ha distinto la prospettiva di senso che la fede offre dalle spiegazioni che possono venire dalle scienze. La fede si muove sul piano della convinzione, non già della spiegazione. E dunque non entra in concorrenza con le scienze. Il che non significa che essa sia qualcosa d'irrazionale, ma solo che pensa il carattere di affidamento che la contraddistingue collocandosi su di un piano diverso da quello che è proprio delle scienze. Analogamente, per quanto riguarda le questioni di etica pubblica, Bianchi ha sostenuto che, nella misura in cui il Dio biblico chiama l'uomo alla libertà, e anche alla libertà di rifiutarlo, la Chiesa, fedele a questo richiamo, non impone nulla, ma semplicemente propone. E propone, soprattutto, quella salvaguardia della vita che a maggior ragione va rivendicata quando è in gioco l'esistenza di un terzo: di colui che, magari, non è in grado di dire la sua.

Al di là, tuttavia, delle divergenze che è stato merito del dibattito di Lucca aver avuto il coraggio di affrontare è emersa dal confronto tra Flores D'Arcais ed Enzo Bianchi la possibilità, forse, d'individuare un tema comune: un tema che merita di essere ulteriormente approfondito per vedere se può costituire un terreno sul quale poter compiere, nel caso, altri passi insieme fra credenti e non credenti. Si tratta del tema della libertà. Che non è la libertà dell'individuo egoisticamente inteso, ma è quella libertà relazionale che richiede che, per il suo esercizio, venga salvaguardato lo spazio di tutti: lo spazio, in particolare, nel quale ciascuno viene ad essere responsabile delle proprie scelte.

Ma queste scelte, in quanto scelte etiche, non possono essere superate o annullate a seguito della meccanica applicazione di una legge. Non bisogna infatti dimenticare che la salvaguardia della libertà, anzitutto della libertà di religione, è interesse primario della Chiesa. E da questo punto di vista, davvero, tutto ciò che permette ad una parte di società di mantenere il suo spazio di espressione e di libertà, non può non trovare, da parte della Chiesa, altro se non un'accoglienza favorevole. Com'è anche, ci auguriamo, interesse dei veri laici.

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