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Cyberbullismo: nasce Osservatorio in Vaticano, ad aprile la prima ricerca globale

Un Osservatorio internazionale sul cyberbullismo: si chiama Ico (International Cyberbullying Observatory) e avrà sede in Vaticano. A presentare l'iniziativa oggi, presso la Sala Marconi della Radio Vaticana, sono stati i suoi promotori: la Fondazione Scholas - fondata da Papa Francesco per promuovere il diritto all'educazione grazie alla rete di oltre 440mila scuola in tutto il mondo - e dalla Fondazione Carolina, impegnata nella tutela dei minori sul web in memoria della prima vittima di cyberbullismo, divenuta simbolo per tutti ragazzi, Carolina Picchio.

Internet e cyberbullismo

«Raccogliere le informazioni da ogni parte del mondo, generare proposte concrete e favorire politiche pubbliche di prevenzione del fenomeno»: così José Maria del Corral, presidente della Fondazione Scholas, ha riassunto gli scopi dell'Osservatorio, che verrà presentato durante un congresso ad aprile, della durata di tre giorni, a cui parteciperanno più di 50 università e rappresentanti di governo provenienti da circa 30 Paesi, oltre a colossi del web, agenzie di telecomunicazione, docenti, famiglie e studenti internazionali - alcuni di loro già al lavoro in questi giorni a Castelgandolfo - per condividere esperienze, dati, metodologie e «buone pratiche» a contrasto del cyberbullismo e a favore di un'educazione per l'incontro. In quell'occasione, sarà la lanciata la prima indagine digitale globale sull'esperienza digitale degli studenti. Al termine della «tre giorni», infine, sarà istituito l'Osservatorio internazionale sul cyberbullismo con sede in Vaticano.

«I principali responsabili del bullismo siamo noi, l'opinione pubblica», la provocazione lanciata dal presidente di Scholas, secondo il quale di fronte agli episodi che vedono vittime i ragazzi «c'è un gruppo silenzioso che tace, che festeggia o che non ha il coraggio di denunciare, perché l'aggressione sia fermata alla radice. Il bullo, in questo modo, si sente applaudito». «Non vogliamo il silenzio, vogliamo combattere il bullismo prendendo una posizione chiara», l'appello di Corral, alle cui parole ha fatto eco Paolo Picchio, papà di Carolina e presidente della Fondazione che prende il nome della figlia, che dopo il suicidio della ragazza ha fatto il giro di più di 300 scuole, incontrando più di 30mila ragazzi per sensibilizzare sulla gravità del fenomeno. «Le parole fanno male più delle botte», ha scritto Carolina, la prima vittima acclarata di cyberbullismo in Italia: «Spero che adesso siate tutti più sensibili alle parole». «Non mi rendevo conto del perché si fosse tolta la vita», la testimonianza di Paolo Picchio: «Ho voluto fare delle sue parole un'icona».

«Papa Francesco affida all'educazione il compito di cambiare, perché vede nell'educazione uno strumento di cambiamento profondo», ha osservato il pedagogista Italo Fiorin, intervenuto alla presentazione dell'Osservatorio mondiale sul cyberbullismo. «La rete - ha commentato l'esperto - può essere una grande risorsa o un luogo molto insidioso, un'occasione per potenziare l'incontro con gli altri o per chiudersi agli altri, per trasformare un incontro reale in un incontro artificiale». Di qui la necessità, per contrastare fenomeni come il cyberbullismo, «da un lato di imparare a sfruttare le potenzialità della rete, per rinnovare i nostri metodi e dare ai giovani strumenti adeguati; dall'altro di prevenirne e fronteggiarne i rischi, che provocano feriti e drammi nella vita delle persone».

Secondo i primi dati della prima indagine globale sull'esperienza digitale degli studenti, che verrà presentata nel convegno internazionale di aprile, circa un ragazzo su 4, dall'età di 11 anni, è stato coinvolto in episodi di cyberbullismo o, comunque, legati ad un uso scorretto o inconsapevole dello strumento digitale. In Italia, l'11% delle vittime dichiara di aver pensato al suicidio. Il motivo più frequente di questo gesto estremo, ha spiegato Luca Bernardo, medico, è la solitudine che sperimentano i ragazzi, di fronte alle pericolose ambiguità della rete, che «è un grandissimo veicolo di collegamento tra i giovani, ma possiede anche un alto tasso di pericolosità: la rete va navigata, va vissuta, ma bisogna insegnare ai ragazzi come si naviga e cercare di prevedere come arriveranno, attraverso di essa, i prossimi fenomeni che poi, purtroppo, si traducono in numeri umani, se non si fa un'efficace opera di prevenzione».

Fonte: Sir
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