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Don Momigli e l’«interazione solidale» con la comunità cinese

Nel volume «La città plurale» don Giovanni Momigli racconta l’esperienza vissuta come parroco di San Donnino dal 1991 al 2016

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Una delle novità introdotte dal magistero di papa Francesco è costituita certamente dal ruolo centrale acquisito dalle metropoli come luogo reale in cui avviene la trasformazione del mondo: in queste aree si afferma in modo decisivo quella pluralità di soggetti, multiculturalità e multireligiosità che caratterizza la nostra epoca e con la quale la Società e la Chiesa devono imparare a misurarsi fino in fondo. Ecco perché Bergoglio – per nulla intimorito dagli scenari apocalittici che la politica sta disegnando su un processo irreversibile come quello delle migrazioni, purtroppo sottovalutato da un’Europa divisa e rissosa – sollecita un modello di nuovo umanesimo che ha come caposaldo la città-madre: una comunità nel senso compiuto del termine che deve cessare di essere esclusivamente simbolo della modernità e delle sue contraddizioni, per vincere l’indifferenza che genera assuefazione di fronte alla sofferenza, alla povertà, alla solitudine; per fare dell’integrazione un fattore di sviluppo. A queste tematiche complesse  ha cercato di dare una risposta organica concreta, in un’ottica pastorale e sociale, don Giovanni Momigli nel volume «La città plurale» (pp 124, e 10) pubblicato dalla Tau Editrice nella collana testimonianze ed esperienze della Fondazione Migrantes della Cei, con l’autorevole prefazione di monsignor Gian Carlo Perego, da poco nominato arcivescovo di Ferrara-Comacchio e per anni direttore generale dello stesso organismo.

Come possono etnie differenti coabitare in armonia, superando diffidenze e pregiudizi? Don Momigli (responsabile dell’Ufficio pastorale sociale e del lavoro dell’arcidiocesi di Firenze, una militanza nel sindacato prima di entrare in seminario) porta come esempio quello da lui «interpretato» come parroco a San Donnino dall’ottobre 1991 al giugno 2016 con la presenza di un intenso e crescente insediamento cinese. Lì ha assunto l’interazione solidale come modalità operativa, riportando la questione della convivenza su un piano di dialogo e di azione volta a superare gli ostacoli e le difficoltà del vivere quotidiano. Creando, per evitare marginalità, «una solidarietà reciproca, che si ottiene puntando su un coinvolgimento nuovo dei cittadini e non sull’assistenzialismo».

Dalla rielaborazione dell’esperienza fiorentina è possibile trarre spunti per affrontare l’emergenza attuale dei profughi, che però nel libro di Momigli rimane sullo sfondo. Anche se  viene continuamente sottolineato che le problematiche vecchie e nuove che si propongono in questa fase di mutamento esigono un’ottica globale e una decisa aderenza alle singole situazioni; un risoluto ancoraggio ai valori e una chiara visione di prospettiva. Né  mancano nel «dossier» preziosi suggerimenti per ridare alla politica il senso del progetto, facendole ritrovare una sua dignità e un suo senso forte.  Dal principio operativo dell’interazione emerge infatti una specifica visione: sullo stesso territorio la comunità civica deve essere una, pur nella molteplicità delle sue articolazioni o di una pluralità di espressioni identitarie, più o meno organizzate, determinate da particolari legami, come la confessione religiosa o la nazione o città di provenienza, oppure dalla storia di una frazione territoriale, come possono essere borghi, rioni o quartieri. «L’unità civica della città plurale – spiega don Momigli – non è data semplicemente dal fatto che in essa tutti possono trovare un loro spazio. Solo il senso di appartenenza, con il necessario supporto delle leggi, può trasformare un abitante (italiano o straniero) in cittadino e muovere lo sforzo collettivo dello stare e del progettare insieme per scopi comuni».

Don Momigli e l’«interazione solidale» con la comunità cinese
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