Cultura & Società
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Dal n. 43 del 2 dicembre 2001

Ferdinando Paoletti, il parroco agronomo

Ricordo del parroco di Villamagna, scomparso nella sua amata parrocchia di San Donnino a Villamagna, il primo dicembre 1801. Scelse di rimanere un semplice parroco di campagna, malgrado godesse dell'amicizia e della stima del principe Pietro Leopoldo, il quale avrebbe preferito vederlo vescovo.
DI SARA PAGNINI

DI SARA PAGNINI
In quest'anno, che oramai volge alla fine, cade il secondo centenario della morte di Ferdinando Paoletti, scomparso nella sua amata parrocchia di San Donnino a Villamagna, il primo dicembre 1801. Scelse di rimanere un semplice parroco di campagna, malgrado godesse dell'amicizia e della stima del principe Pietro Leopoldo, il quale avrebbe preferito vederlo vescovo.

La sua seconda vocazione fu la campagna, l'arte del coltivare la terra e l'aiuto e i benefici che lo studio dell'agricoltura potevano portare a chi di questa viveva. Forse, dovette pensare come pensava Sully che le città sono la tomba delle nazioni, perché, quando si stabilì a Villamagna, nemmeno trentenne, il suo animo si rasserenò e la sua salute, prima cagionevole, migliorò e rimase buona fino alla vecchiaia.
Come per altri parroci di campagna, eruditi, illuminati, a volte soci dell'Accademia dei Georgofili (Paoletti lo divenne), anche don Ferdinando dovette superare non poche difficoltà a causa dei suoi studi non del tutto canonici, malgrado fosse uno zelante ministro di Dio.

Gli venne contestato non essere proprio a un sacerdote, il dedicare tempo allo studio dell'agricoltura. La sua opera più nota dal titolo Pensieri sopra l'agricoltura, pubblicata a Firenze nel 1769, fu immediatamente criticata soprattutto in ambienti ecclesiastici; tanto che Paoletti si vide quasi costretto a scrivere una appendice apologetica, dall'allettante titolo I veri mezzi per rendere felici le società (uscita pochi anni dopo).

I parroci di campagna all'epoca di Paoletti, insieme alla canonica «ereditavano» campi e poderi lavorati da famiglie di contadini, che poi costituivano anche la maggior parte delle anime che il parroco si trovava a dovere educare. Per don Ferdinando l'educazione dei parrocchiani era dovere irrinunciabile per un sacerdote, e iniziava con impartire lezioni di religione, proseguiva con l'insegnare ai figli del popolo a leggere, scrivere, fare di conto, ma doveva includere anche studi ed insegnamenti che portassero vantaggio alle loro vite quotidiane; e, siccome, le loro esistenze erano soprattutto fatte di fatica nei campi, era necessario che il parroco conoscesse il più possibile l'arte del coltivare.

Gli studi sull'agricoltura, ebbe a dire più volte Paoletti, aiutavano a tenere lontano un nemico insidioso quale l'ozio; inoltre, l'agricoltura non era, come spesso veniva considerata, «arte vile», e, malgrado quanto si dicesse, per il pievano di Villamagna, ben si confaceva al degno a alto ministero del sacerdozio.

La prosperità dell'umanità in generale, e dei suoi parrocchiani in particolare, sarebbe stata possibile solo da un intelligente uso della terra, che se ben coltivata, avrebbe dato «comodi» e felicità.

A metà Settecento Paoletti aveva già capito quale fonte di ricchezza poteva essere per la sua gente la produzione e il commercio dell'olio e del vino; sull'argomento compì molti studi poi raccolti in un libro, apparso nel 1774, L'arte di fare il vino perfetto e durevole. Nell'Almanacco per i campagnoli del 1887 Antonio Virgili scrisse di considerare il lavoro di don Ferdinando un «trattatello compiuto di enologia; poche opere possono vantare ciò che introdusse nell'arte di fare il vino miglioramenti notevoli, come quello ad esempio di mescolare nel tino le uve coi raspi, dalla quale mescolanza vide e sostenne il Paoletti, prima del celebre Chaptal, quanto potesse affrettarsi ed eccitarsi la fermentazione dei mosti. E, preludendo al trattato con opportune considerazioni sulla necessità per la Toscana di accrescere la produzione del vino e stabilirne il commercio con l'estero, seguita discorrendo delle spese necessarie a creare e mantenere una data vigna di costa o di poggio, dei mezzi per migliorare la qualità del vino (...) e dà opportuni consigli intorno al modo di far reggere ai vini i lunghi viaggi specialmente di mare».

La figura di Ferdinando Paoletti fu pubblicamente ricordata circa un secolo dopo la sua scomparsa, nel Comune in cui era nato, Bagno a Ripoli. Martedì 7 giugno 1892 salirono a Villamagna, tra gli altri, il presidente dell'Accademia dei Georgofili, Luigi Ridolfi, il Sindaco del Comune, e, con nostra grande sorpresa Raffaello Caverni («prete scienziato», anche lui parroco di campagna). Tutti a commemorare Paoletti con tanto di epigrafe posta sulla facciata della pieve nella quale don Ferdinando visse per cinquantacinque anni.

L'illustre segretario del Comune di Bagno a Ripoli, Luigi Torrigiani, di lì a poco avrebbe terminato di scrivere la sua considerevole opera sul territorio del Comune di Bagno a Ripoli (che, purtroppo, benché pronta per la stampa, rimase e rimane per la maggior parte ancora inedita) , occupandosi anche di Paoletti e della sua amata parrocchia di Villamagna, di cui ci dà una istantanea preziosissima.

L'attuale amministrazione comunale ha voluto ricordare il suo illustre cittadino contribuendo alla realizzazione di una pubblicazione (Aste F. - Pagnini S., «Ferdinando Paoletti pievano di San Donnino a Villamagna», Pagnini e Martinelli, Firenze, 2001) e con la presentazione di quest'ultima che si terrà presso la bellissima chiesa di San Donnino a Villamagna questa domenica 2 dicembre alle ore 11, dopo la Messa.

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