Cultura & Società
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Un itinerario attraverso la Toscana alla scoperta di piante legate ad eventi di fede o a santi.

Gli alberi della fede

Davanti ad un albero che ha centinaia di anni, o davanti ad un santuario costruito là dove c’era un albero visitato dal Signore, o dalla Madonna, deve farsi posto la meraviglia e la gioia per il messaggio trasmesso attraverso quella pianta, «testimone» reale, attraverso la fede, della bontà creativa e misericordiosa di Dio. E allora perché non cercare, con un viaggio virtuale attraverso la nostra bellissima Toscana, alcuni «esempi» di piante legate a leggende mistiche e religiose, «ponti» naturali di comunicazione tra Dio e gli uomini, leggende legate a tempi più o meno lontani in cui l’uomo si sentiva meno «padrone» e più «inquilino» del mondo.

Parole chiave: ambiente (400), storia (25), toscana (513)
Gli alberi della fede

«Troverai più nei boschi che nei libri. Gli alberi e le rocce t’insegneranno le cose che nessun maestro ti dirà». Così scriveva, agli inizi del XII secolo, Bernardo di Chiaravalle, monaco e abate francese, fondatore della celebre abbazia di Clairvaux. E ancora oggi, immersi nella nostra cultura supertecnologica che ci fa supporre di conoscere quasi tutto della biologia e dell’importanza ecologica della piante e degli alberi in particolare, questa affermazione è ancora non solo valida, ma estremamente acuta e attuale.

La natura ha una dimensione che va al di là delle leggi naturali, è immagine della bontà infinita di Dio, un dono magnifico e assolutamente gratuito che il Signore ha voluto offrire all’uomo perché ne godesse, proteggendola e amandola come la propria casa terrena. La natura è creazione e l’uomo è una creatura di questo progetto divino: se riuscissimo ad intravedere nelle piante (ma anche negli animali e nelle rocce) la scintilla dell’amore divino, allora qualsiasi problema di conservazione o sfruttamento delle risorse naturali verrebbe risolto e superato. Ma non è solo un problema di ecologia. La bellezza della natura è soprattutto data dalla nostra capacità di meravigliarci ancora degli spettacoli che un bosco, una montagna o il mare può offrirci. È data dalla nostra capacità di metterci in silenzio ed ascoltare, e guardare, con gli occhi dell’anima e meglio della fede, ciò che la natura ci comunica, con un linguaggio che non si impara dai libri o dalle nozioni scientifiche, ma si impara ritornando come bambini, semplici e puri, lavagne pulite dove lasciamo che sia la natura stessa a tracciare i suoi invisibili e misteriosi segni.

E allora davanti ad un albero che ha centinaia di anni, o davanti ad un santuario costruito là dove c’era un albero visitato dal Signore, o dalla Madonna, deve farsi posto la meraviglia e la gioia per il messaggio trasmesso attraverso quella pianta, «testimone» reale, attraverso la fede, della bontà creativa e misericordiosa di Dio.

E allora perché non cercare, con un viaggio virtuale attraverso la nostra bellissima Toscana, alcuni «esempi» di piante legate a leggende mistiche e religiose, «ponti» naturali di comunicazione tra Dio e gli uomini, leggende legate a tempi più o meno lontani in cui l’uomo si sentiva meno «padrone» e più «inquilino» del mondo.

Iniziamo il nostro viaggio da Firenze e proprio dal suo fulcro architettonico: in Piazza San Giovanni, accanto al Battistero, i fiorentini hanno eretto, almeno dal 1333, una colonna di granito in ricordo del miracolo di San Zanobi, Vescovo di Firenze, morto nel 429. Mentre la salma del santo vescovo veniva trasportata verso la cattedrale di Santa Reparata (oggi il Duomo), il feretro toccò i rami di un vecchio olmo ormai secco e, all’istante, l’albero si coprì di nuove foglie e fiori. Il miracolo fece tanto scalpore che i fiorentini lo vollero ricordare, anni dopo, quando l’albero morì definitivamente, erigendo la colonna accanto al Battistero di San Giovanni e col tronco fecero fare, si dice, un bellissimo Crocifisso attualmente visibile nella Chiesa di San Giovannino degli Apostoli, in via San Gallo.

Usciamo da Firenze, e andiamo in un convento dove si può ancora ammirare, dal vivo, il «corniolo di San Bonaventura»  albero legato alla figura di San Bonaventura, francescano capo dell’Ordine dei frati minori, dopo San Francesco. La pianta si trova nel comune di San Piero a Sieve, in località Lucigliano nel Convento di Bosco ai Frati (via di Lucigliano, 3 - tel. 055-848111). Si narra che quando i legati pontifici, nel 1237, arrivarono per dare il cappello da cardinale a San Bonaventura, questi dicesse di appoggiarlo ai rami della pianta perché doveva terminare di lavare le stoviglie dei fratelli, segno di assoluta umiltà nonostante gli onori cardinalizi. Il corniolo si coprì all’istante di frutti rossi, anche se non era assolutamente stagione.

Spostandoci di poco dal capoluogo e facciamo un salto tra i monti che circondano il Valdarno. Dopo il paese di Tosi troviamo l’Abbazia di Vallombrosa  (via San Benedetto 2, telefono 055-862251), splendida oasi religiosa benedettina. Qui, immerso in boschi protetti, tra i più belli d’Italia, possiamo ancora ammirare un «figlio» di un faggio miracoloso. Il «Faggio santo» come viene chiamato, meta di pellegrinaggi costanti, è un grande faggio che si dice piegò i suoi rami per proteggere la preghiera del Santo fondatore dell’abbazia, San Gualberto. Una antica scritta racconta inoltre che, alla sua base, scaturì una fonte di acqua purissima per dissetare il santo.

Andando verso est entriamo nel territorio aretino, vera culla degli alberi «sacri». Al monastero benedettino di Camaldoli (località Camaldoli, 52014 Poppi, 0575-556012) troviamo un faggio  legato alla vita di San Romualdo, il fondatore. L’albero, che stava per essere abbattuto e minacciava la cappella del Santo, fu spostato miracolosamente da San Romualdo stesso con l’aiuto di alcuni angeli.

Una visita al Santuario francescano della Verna (via del Santuario 45, 52010 Chiusi della Verna, 0575-5341) ci consentirà poi di scoprire una serie di cappelle costruite nei luoghi dove sono vissuti, al tempo di San Francesco, alberi monumentali. Prima della vecchia entrata al Santuario troviamo la «Cappella degli uccelli» dove c’era una grande quercia sotto cui Francesco parlò agli animali. All’inizio della discesa al «Sasso spicco» due cappelle ricordano invece il grande faggio, la prima «celluzza povera» regalata dal Conte Orlandi al Santo. Sopra questo faggio un’altra leggenda racconta che apparve la Madonna a salutare i frati in processione. Alla morte della pianta il tronco fu inserito nelle fondamenta dell’attuale Corridoio delle Stimmate. Verso il corridoio delle stimmate un’edicola sacra ricorda il «Faggio dell’acqua», albero da cui scaturiva, tutto l’anno, una fonte di acqua purissima utilizzata da San Francesco per curarsi gli occhi malati e usata, sempre per questo scopo, per moltissimo tempo, dai fedeli. Al di sopra del Santuario, verso il Monte Penna, una cappella ricorda un altro faggio sotto cui pregava il Beato Giovanni. In crisi di fede, a Giovanni, sotto l’albero, apparve Cristo che lo abbracciò e lo rassicurò.

Proseguendo verso sud, presso Lucignano troviamo il Santuario di Santa Maria della Querce, che si trova al di fuori della mura del borgo, a circa 4 km dal centro. La leggenda narra che il pittore Feliciano Batone dipinse agli inizi del XVI sec. un’immagine della Madonna e la pose presso una quercia situata in questo luogo. Nel 1467 un senese inseguito dai suoi nemici, si fermò a pregare presso questa immagine, la quercia e l’immagine lo nascosero e lo salvarono, e questo fece diffondere il culto della immagine della «Madonna della Querce».

Ancora più a sud troviamo un’altra Madonna della Querce nel comune di Montepulciano. Il 10 giugno 1690 tal Antonio di Giulio Rossi contadino di un Avignonesi, nobile poliziano, passando a cavallo nella località che oggi prende il nome dal santuario, incontrò dei demoni e per allontanare gli esseri infernali decise di collocare su una quercia un’immagine in gesso della Madonna col Bambino. L’immagine fu subito meta di pellegrinaggio di molti fedeli. Nel 1694 furono iniziati i lavori per la costruzione di una cappella ma nel 1698 fu deciso di portare l’immagine nella Cattedrale. Né l’immagine sacra né i fedeli gradirono lo spostamento e allora nel  1699 l’immagine fu di nuovo trasferita nel suo posto originario. Per poter accogliere i devoti fu deciso di circondare la cappella con un recinto in muratura con due altri altari: per l’occasione fu tagliata la quercia e fu lasciato al suo posto il tronco con l’incavo, cingendo il tutto con uno steccato in legno, ancora visibile nel 1737 (Santuario Madonna della Querce, via Madonna della Querce 13, 53045 Montepulciano, tel. 0578-757255)

Ci spostiamo verso l’Amiata e visitando lo splendido paese di Abbadia San Salvatore possiamo subito notare che nel suo stemma spicca un albero: un castagno che è proprio il simbolo del paese.

Dice la leggenda che Rachis, re longobardo, mentre cacciava nella zona, vide una cerva bianca che si fermò davanti ad un castagno in cui era seduto Dio con in una mano un globo e nell’altra un fascio di frecce. Il re si fece monaco e fondò Abbadia San Salvatore.

Sempre nello stesso paese c’è un altro castagno miracoloso dove, nell’899, una pastorella trovò una immagine della Madonna. Divenuta pellegrinaggio di moltissimi fedeli, attorno all’immagine adesso c’è una grande chiesa, la «Madonna del Castagno».

Vicino ad Abbadia San Salvatore, a Piancastagnaio troviamo un altro albero, il Leccio delle Ripe, legato alla figura di San Francesco che sotto le chiome dell’albero si riposò. Legato allo stesso albero c’è poi il miracolo di un crocifisso rinvenuto tra i rami che fu trasportato in una chiesa vicina ma che tornò miracolosamente al suo albero originario (parrocchia Santa Maria delle Grazie, via della Chiesa, 205 Saragiolo, tel. 0577-788520).

A proposito di lecci, uno ancora esistente, nato da un bastone di San Francesco, lo troviamo nella chiesa di San Francesco all’Alberino a Siena (via del Vecchietta, 30 53100 Siena, telefono 0577-288061) e una sua ghianda dette origine al leccio ancora presente dell’Orto del Cenacolo di Montauto ad Anghiari (via Tavernelle 52, Montauto di Anghiari, telefono 0575-723072 - 0575-723066).

Ma restiamo ai piedi dell’Amiata. A Santa Fiora, nello splendido scenario dominato dal monte, un pastorello, molto tempo fa fu attaccato da un lupo e trovò rifugio, grazie all’intercessione della Madonna, tra i rami di un castagno. Dove sia oggi il castagno non è dato saperlo ma probabilmente non vi discostate dalla verità se andate a trovare un albero immenso che più di 500 anni nel marroneto del paese. È molto probabile che sia lui.

Scendiamo ancora per giungere quasi ai confini con il Lazio. A Montebuono, nel comune di Sorano, un’altra grande quercia ha dato modo alla devozione popolare di costruire una chiesa tra la fine del Seicento e gli inizi del Settecento: secondo la leggenda, sul ramo di un cerro apparve una tavola raffigurante la Vergine. Dopo che l’effigie sacra, di origine sconosciuta, fu collocata nella vicina chiesa di Sant’Andrea, questa più volte, miracolosamente, ritornò sul ramo dell’albero. L’edificio religioso doveva ospitare questa misteriosa tavola raffigurante la Vergine, oltre ad un pezzo di tronco del cerro. Un restauro completato nel 1982 ha permesso di riportare l’edificio religioso agli antichi splendori (parrocchia di Sant’Andrea Apostolo a Montebuono, 58010 Sorano).

Spostandoci verso sud-ovest raggiungiamo in breve Montemerano, frazione di Manciano, dove presso la fonte Leopoldina c’è tuttora un grosso olivo legato al San Giorgio distruttore di draghi. Su questo olivo era legata, come offerta obbligata al mostro, una fanciulla del paese. San Giorgio arrivò e mise in fuga il drago che, con una vampata, ingiallì, come tuttora è, la bella pianta.

Ci dirigiamo verso Piombino per prendere il traghetto e raggiungere l’Isola d’Elba. Nella magica atmosfera dell’entroterra elbano, sopra Marciana, una bellissima via Crucis porta al Santuario della Madonna del Monte, immerso tra boschi e macchia mediterranea. Oltre alla devozione dovuta alla Madonna che miracolosamente ha salvato dall’incendio alcuni operai, nello spazio antistante la chiesa, vale la pena osservare tre castagni monumentali con dei tronchi scolpiti dall’età e dal tempo. Probabilmente hanno la stessa età (circa 400 anni) della Chiesa e sicuramente hanno la stessa sacralità naturale dell’edificio: un inno alla divina creatività.

Tornati sul «continente» risaliamo fino alle Colline Metallifere per trovare uno dei santuari più famosi della Toscana, la Madonna del Frassine in Val di Cornia, nel comune di Monterotondo Marittimo. La Madonna fu trasportata dall’Africa da San Regolo. Il santo si attirò le ire del barbaro Re Totila che uccise il vescovo, lo decapitò e si mise, per scherno, a giocare a palla con la testa del santo. Ma allora il corpo di San Regolo si drizzò, raccolse la testa e se ne andò. Fu eretto allora sul posto un santuario ma la Madonna ebbe varie vicissitudini fino a che fu trasportata in un bosco di Massa Marittima, sopra un frassino e qui dimenticata fino al 1350 quando un pastore la vide. Da allora la Madonna ha fatto molti miracoli tanto che, sul posto, è stato costruito l’edificio sacro con la statua della Vergine ancora posata sopra il tronco dell’albero originario.

Ci dirigiamo adesso verso la Toscana centrale. Non ci sarebbe bisogno della leggenda mistica legata ad un albero per apprezzare la sacralità di San Vivaldo, le cui orgini risalgono al 1300. Il Sacro Monte nel territorio comunale di Montaione, alcuni chilometri a nord di Volterra, fu scelto dal Beato Vivaldo, un civile terziario Francescano nato a San Gimignano, per trascorrervi una vita di penitenza e digiuno per «lo amore di Gesù Cristo». conosciuto in tutta Italia come «La Gerusalemme in Toscana» è oggi uno dei più famosi e frequentati luoghi di culto d’Italia, ed è stato riconosciuto monumento nazionale. Comunque, alla figura di Vivaldo Stricchi, l’eremita fondatore, è legato un enorme castagno dove il santo pregava e dormiva. Alla sua morte, avvenuta in circostanze miracolose, quando i francescani lo trovarono, era rannicchiato, in posa estatica, in una nicchia di quest’albero andato oggi perduto.

Risalendo verso settentrione troviamo il bosco di Valiano a San Romano nel comune di Montopoli in Val d’Arno, dove attorno a un ceppo ancora una volta di quercia è stato costruito il Santuario Maria Madre della Divina Grazia. Il Santuario è un ampliamento della chiesa di Santa Maria a Valiano, dov’era conservata un’immagine miracolosa della Madonna scolpita in un tronco di quercia. L’immagine della Madonna, vista da una pastorella sopra una quercia, chiese che le fosse costruita una casa più idonea e i fedeli le costruirono intorno prima una chiesetta che poi  nel 1515 fu ingrandita per renderla più adatta alle nuove esigenze del culto, ad opera della famiglia dei Medici. Nel 1517 l’Ordine dei frati minori prese possesso del Santuario ed è tuttora custode. Nella chiesa è tutt’ora conservata gelosamente una scheggia dell’albero.

Ancora un po’ più a nord nel cuore delle Cerbaie, seguendo da Fucecchio o dalla frazione di Massarella la strada per Chiesina Uzzanese, si incontra la località Querce, pure in territorio fucecchiese. Fra il 1550 e il 1600, nel fitto bosco che circondava la chiesa di San Nazario sita in Cerbaia, vicino a Cappiano, aveva trovato raccoglimento un santo eremita, oggi conosciuto con il nome di Beato Gino da Lucca. Una volta, essendo scoppiato un furioso incendio nella zona, che i pochi contadini e boscaioli dei dintorni non riuscivano a domare, l’eremita ebbe la visione della Madonna presso una quercia, la quale gli rivelò una sorgente d’acqua che poteva servire a spegnere le fiamme. Seguendo le indicazioni della Madonna l’eremita, coadiuvato dai boscaioli, poté domare il fuoco e salvare il bosco dalla distruzione. In segno di riconoscenza per l’intervento della Madonna, venne costruita sul luogo della sorgente una cappellina, e il pittore Bastiano Gherardi da Lucca vi dipinse l’immagine della Madonna sulla parete sovrastante l’altare. Questa immagine venne chiamata Madonna della Querce (Santuario Madonna delle Querce, parrocchia di San Nazario martire, via Cellina, 14, 50054 Querce, telefono 0571-296049).

Raggiungiamo nuovamente la costa e la provincia di Massa Carrara per incunearci però in Lunigiana, verso Aulla. Vicino a questo grosso centro tra Apuane e Appennino troviamo Podenzana e in particolare una località chiamata Gaggio. Molto tempo fa esisteva un castagno ritenuto sacro dalla gente. Un boscaiolo, miscredente, ebbe l’idea di tagliare l’albero ma ai primi colpi di scure il castagno cominciò a lamentarsi e a sprizzare alcune gocce di sangue. Contemporaneamente apparve, tra i rami, il volto della Madonna a cui l’albero era dedicato. Sul posto fu costruito l’attuale Santuario della Madonna della Neve (via Provinciale 54010 Podenzana tel. 0187-410277) e l’albero fu murato nell’altare della chiesa.

Dirigendoci da Aulla verso est si può raggiungere la Garfagnana e da Castiglione, non lontano da Castelnuovo, risalire l’Appennino fino a San Pellegrino in Alpe, bellissimo paese di montagna a quota 1500 metri, con uno splendido museo della civiltà contadina. Qui troviamo il posto esatto, segnalato da una croce in legno, in cui esisteva un enorme faggio che, secondo la leggenda ospitava, nel secolo VII, in due nicchie del tronco contrapposte, San Bianco e San Pellegrino, che abitavano dentro l’albero senza conoscersi dando prova così della severità della loro vita eremitica. Nel paese naturalmente è stato eretto il Santuario di San Pellegrino e San Bianco (via del Voltone 2, 55030 San Pellegrino in Alpe, telefono e fax 0583-649067), meta costante di fedeli devoti.

L’Emilia è a due passi, possiamo sconfinare e proseguire a est verso il Corno alle Scale, a nove chilometri da Vidiciatico: troviamo qui lo splendido e veneratissimo santuario della Madonna dell’Acero a 1200 metri di altezza. La leggenda narra che due pastorelli sordomuti, mentre erano intenti a custodire il proprio gregge, furono colti da un temporale e trovarono rifugio sotto un enorme acero (20) dove era affissa un’immagine della Madonna. Tra tuoni e fulmini apparve loro la Madonna che non solo li salvò ma rese loro anche la parola e l’udito dicendogli che sarebbe stata contenta di essere venerata in quel luogo. Il parroco di Rocca Corneta pensò di trasportare l’immagine in parrocchia ma questa se ne tornò miracolosamente all’acero. Così vicino all’albero il popolo edificò prima una cappella ed in seguito così tra i secoli XVI e XVII il bellissimo santuario, realizzato con  un insieme di piccoli edifici uno accanto all’altro.

Rientrati in Toscana, un ulteriore percorso lungo strade di montagna in direzione sud ovest ci permette di guadagnare la parte settentrionale del «floreale» comune di Pescia, il cui territorio montano fu accostato dall’intellettuale ginevrino de Sismondi alla natia Svizzera e per questo è oggi noto come Svizzera Pesciatina. Qui ci aspetta una sorpresa nella Pieve di San Tommaso e Sant’Ansano a Castelvecchio. La chiesa è ormai vuota ma una leggenda narra che nella splendida cripta proprio Sant’Ansano si raccogliesse in preghiera dialogando con direttamente con Dio. Se vi entriamo possiamo notare altari antichi e un gruppo di cinque colonne per lato disposte secondo la curvatura del coro e un’altra fila centrale. Le basi di queste colonne, non alte, sono consumate probabilmente dalla presenza di acqua che avrebbe allagato il sotterraneo. Questa particolarità fa sì che perdano un po’ l’immagine di elemento architettonico e appaiano come file di alberi in una atmosfera che ricorda la penombra del sottobosco. Niente di strano: tutte le colonne delle Chiese sono l’immagine di una foresta e il bosco stesso è il luogo dove i monaci camaldolesi ricercano i loro «talenti»: ma in questo bosco sacro sembra di camminare davvero in una foresta devozionale dove tutto rende grazie al Signore.

Dalla Svizzera Pesciatina a Pistoia il passo è breve. Dobbiamo dirigerci verso una gloriosa istituzione sanitaria della città: l’Ospedale del Ceppo, reso celebre dal bellissimo fregio e dai tondi di Giovanni della Robbia. Narra la leggenda che due anziani coniugi, nel 1277, pensarono, prima di morire, di lasciare tutto ciò che avevano per la costruzione di un ospizio per i malati e i poveri. Il buon proposito fu talmente apprezzato che la Madonna stessa, in sogno, indicò loro dove doveva sorgere la costruzione: dove c’era un vecchio ceppo di albero, usato ormai per le elemosine, ceppo che però avesse prodotto nuovi germogli verdi. Al risveglio tutti e due si raccontarono lo stesso sogno e andarono in cerca del ceppo indicato. Lo trovarono vicino al fiume Brana e subito fecero una cappella per la Madonna e poi lo Spedale (Piazza Giovanni XXIII  51100 Pistoia).

Ma la montagna ci chiama di nuovo invitandoci a raggiungere l’Appennino pratese, dove, per ricordare che tutti gli esseri viventi sono "creature" del Signore e quindi tutti sono "immagini" della potenza di Dio, possiamo provare a fare una gita nella Riserva naturale dell’Acquerino-Cantagallo, nel comune di Cantagallo. In questa splendida oasi protetta ad ogni passo si può ammirare la natura e meravigliarsi della sua bellezza fino ad arrivare con un percorso ad anello al faggione di Luogomano. L’albero, immenso, misura circa 10 m di circonferenza ed è alto circa 25 m. La circonferenza della chioma è di circa 35 metri e copre un’area di circa 900 metri quadri. L’età stimata è di circa 200 anni. Sotto a questo gigante della natura viene spontanea una preghiera a quello che il filosofo cristiano Romano Guardini definiva «il pensiero e la potenza tanto creativa quanto amorosa di Dio».

Siamo alla fine del nostro giro della Toscana alla ricerca di piante «sacre» alla devozione popolare. Da nord riscendiamo verso Prato: proprio qui, nel convento di Santa Caterina de’ Ricci (via San Vincenzo 9, 59100 Prato, telefono 0574-24706), narra la leggenda che la santa mistica coltivasse rose e melograni particolarmente belli (24). Queste piante le ricordavano, col loro colore, il preziosissimo sangue di Cristo. Firenze è vicina e il nostro lungo percorso può dirsi concluso.

  1. Firenze, piazza San Giovanni: Olmo (Colonna di San Zanobi)
  2. San Piero a Sieve, Bosco ai Frati: Corniolo di San Bonaventura
  3. Abbazia di Vallombrosa: «Faggio Santo»
  4. Monastero di Camaldoli: Faggio di San Romualdo
  5. Cappelle della Verna: Quercia e faggi
  6. Lucignano: Santa Maria della Querce
  7. Montepulciano: Madonna della Querce
  8. Abbadia San Salvatore: Castagno di Re Rachis e Madonna del Castagno
  9. Piancastagnaio: Leccio delle Ripe
  10. Siena: Leccio dell’Alberino
  11. Anghiari: Leccio di Montauto
  12. Santa Fiora: Castagno del pastorello
  13. Montebuono di Sorano: Quercia della Vergine
  14. Montemerano di Manciano: Olivo di San Giorgio
  15. Marciana (Isola d’Elba): Castagni della Madonna del Monte
  16. Frassine di Monterotondo Marittimo: Madonna del Frassine
  17. Sacro Monte di San Vivaldo (Montaione): Castagno di San Vivaldo
  18. San Romano di Montopoli in Val d’Arno:  Quercia della Madonna di San Romano
  19. Querce di Fucecchio: Madonna della Querce
  20. Gaggio di Podenzana: Castagno della Madonna della Neve
  21. San Pellegrino in Alpe: Faggio di San Pellegrino e San Bianco
  22. Madonna dell’Acero presso il Corno alle Scale
  23. Pieve di Castelvecchio di Pescia: La «foresta» della cripta
  24. Pistoia: Ospedale del Ceppo
  25. Riserva dell’Acquerino-Cantagallo: Faggione di Luogomano
  26. Prato: Rose e melograni di Santa Caterina de’ Ricci
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