Cultura & Società
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Dal n. 34 del 26 settembre 2004

Intervista a Nicoletti: «Senza l'uomo nemmeno la macchina sopravviverà»

di Lorella Pellis
«L'abitudine al mondo tecnologico e delle macchine sta entrando sempre di più in sensuale connubio con il mondo degli uomini. Vede, io in questo momento sto parlando con lei al telefono mentre sono in macchina, cosa che non potrei fare in una condizione spazio-temporale di normalità; avremmo dovuto fare un gran cammino per conoscerci e parlarci. Ecco, per colmare questo divario sto usando un'appendice notevole alle mie capacità sensoriali: il mio telefonino, che diventa sempre più un prolungamento del mio orecchio, della mia capacità relazionale».

A parlare è il giornalista e critico televisivo Gianluca Nicoletti, direttore di RaiNet e conduttore sulla seconda rete di RadioRai del seguitissimo «Golem». Per uno come lui parole come cibernetica, informatica, rete, comunicazione sono davvero il pane quotidiano.

Nicoletti, homo erectus, homo faber, homo sapiens e adesso homo cyber, come propone il titolo di una serie di manifestazioni culturali in programma a Firenze. Un'esagerazione, una provocazione indovinata o già, in un certo senso, una realtà?

«Si tratta di una catena evolutiva attraverso la quale stiamo passando e anche di una mutazione della maniera di porsi nei confronti della realtà. Diciamo che oggi le mutazioni sono più veloci e sono soprattutto più dissimulabili: l'homo cyber è un uomo che apparentemente non è diverso dall'homo faber perché non ha delle caratteristiche esteriori così spiccate, ma è radicalmente mutato nel suo approccio con la realtà. L'homo cyber ormai ha fatto suo quello che era un proclama d'avanguardia anche fino soltanto a una decina d'anni fa e cioè che il corpo e le estensioni sensoriali così come ci ha dato madre natura ormai sono inadeguate per la contemporaneità. Quindi bisogna provvedere con delle protesi. Probabilmente l'homo faber aveva cominciato a costruirsi i primi attrezzi per avere una estensione alle proprie capacità. L'homo cyber fa molto di più, si crea delle appendici sempre più durature e sempre di più connaturate con il proprio apparato fisiologico: sta cominciando ad abbattere quello che è il limite fra mondo dell'organico e mondo dell'inorganico».

L'era di internet e dell'informatica in genere è più affascinante o più inquietante?

«Dipende dal rapporto che si ha con l'emozione. Ci si può sentire inquietati dalle emozioni o invece abbandonarsi ad esse. Dipende dalla nostra capacità di contenimento o di autolimitazione. È spaventevole e allo stesso tempo affascinante pensare come sta cambiando la nostra capacità di relazionarsi fra di noi grazie a questo immenso apparato artificiale che ci mette in relazione: ci avvicina e allo stesso tempo ci limita».

Pensa che la multimedialità favorisca le relazioni umane?

«Sicuramente la multimedialità ha riportato il piacere della scrittura, negli ambienti di conoscenza virtuale si scrive tantissimo, si è ricominciato a capire il valore affabulatorio della parola. L'sms è diventato una felicissima sintesi letteraria della contemporaneità, con l'sms ci si emoziona, ci si mette insieme, ci si ama, ci si odia, ci si lascia».

In un'epoca in cui gli stessi valori sembrano appiattirsi, se non dissolversi, cos'è che può salvare o comunque mantenere a galla lo «specifico umano» e dei rapporti personali non «mediati» da sms o e-mail?

«Lo specifico umano ha una grande facoltà di adattarsi alle circostanze ambientali. La macchina ormai è diventata l'interfaccia delle nostre relazioni, ci aiuta a stare insieme e a mantenere i contatti. Naturalmente anche noi cediamo qualcosa della nostra umanità alla macchina che così impara da noi ad essere più umana. Così come noi oggi standardizziamo il nostro comportamento sul modello delle macchine. Anche quando razionalizziamo i nostri pensieri tendiamo ormai a classificarli come in un data-base informatico. L'uomo continuerà comunque ad esistere perché alla fine le macchine per sopravvivere hanno bisogno degli uomini. Questa è la nostra grande speranza. Le macchine ci terranno in vita perché altrimenti non ci sarà vita neppure per loro».

Si può parlare di sovrapposizione reciproca tra virtuale e reale?

«Bisogna capire cosa si intende per virtuale. La vera virtualità è la creazione di un mondo parallelo rispetto a quello che noi chiamiamo realtà. C'è una grande fetta di umanità che crede molto in questi mezzi, che vive immersa in questo rapporto con le macchine, soprattutto si lascia affascinare da tutte le macchine di socializzazione, di informazione. La televisione stessa ci racconta una realtà finta. Negli studi televisivi non c'è un briciolo di realtà, è un teatro portato a dignità di reale. Eppure quello che accade lì condiziona fortemente quelli che sono i nostri comportamenti quotidiani. Quindi ormai i due mondi combaciano e tracimano l'uno nell'altro. È un po' difficile definire quale sia la realtà che stiamo vivendo, forse proprio la cifra della nostra contemporaneità è questa: la perdita di senso rispetto alla percezione del reale».

Accanto all'homo cyber la fantascienza ci propone la figura del cyborg, l'uomo «riparato» e integrato con componenti umane o elettroniche. La cronaca, del resto, ci parla già di chip sottocutanei o altre diavolerie del genere. La cibernetica è destinata davvero ad invadere anche il nostro corpo?

«Siamo già invasi dalla cibernetica. Oggi gli anziani sanno benissimo che potrebbero aver innestati degli apparati che in caso di bisogno permetterebbero loro di sopravvivere. Oggi le massaie fanno la cresta sulla spesa per rifarsi le tette, il naso e le natiche. La trasmissione tv di maggior successo della stagione passata è stata quella della Pivetti e Platinette che regalavano operazioni di chirurgia plastica. La possibilità di modificare radicalmente il corpo fa sì che noi siamo già dei cyborg. Se siamo disposti a mettersi finte cartilagini o protesi innominabili per essere più uomini o più donne o meno uomini o meno donne a seconda del gusto, significa che il corpo è in totale fase di riprogettazione».

E l'uomo-robot venne ben prima del robot-uomo

«Homo cyber», invischiati nella rete

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