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«L'sola dei morti»: il cimitero fiorentino che racconta un pezzo di storia

Nel piazzale Donatello c’è un’isola ovale, sorretta da alte mura, attorno a cui scorre il traffico incessante, un luogo della memoria, ricco di magnifiche sculture: «Il cimitero degli Inglesi», denominazione inappropriata, dato che è tuttora di proprietà della Chiesa evangelica riformata svizzera, ma così denominato poiché nella seconda metà dell’Ottocento su circa 1400 tombe oltre 750 erano di protestanti inglesi, fra cui diversi personaggi celebri.

Cimitero degli Inglesi, Viale con alberelli di rose dono della Marchesa Venturi Ginori Lisci, foto di Maria Francesca Gallifante

La storia del cimitero ebbe inizio nel 1827, quando la comunità svizzera, tramite una società che rappresentava la Chiesa evangelica riformata, acquistò dal governo granducale lorenese un’area per l’edificazione di un cimitero dove potevano essere seppelliti anche russi e greco-ortodossi.

Allora il terreno era fuori dalle mura della Porta a’ Pinti, poiché per norme igeniche non era permesso erigere tombe all’interno delle mura cittadine. Il luogo è raffigurato dal pittore Fabio Borbottoni (1823-1902) nelle sue celebri vedute di Firenze, che testimoniano il volto della città prima degli abbattimenti di alcune porte e delle mura perimetrali, con la grande rivoluzione urbanistica effettuata dall’architetto Giuseppe Poggi (1811-1901), negli anni di Firenze Capitale d’Italia. Fu Carlo Reishammer, quando era ancora studente di architettura, a disegnare il primo cimitero con un recinto poligonale. Risale al 1858 il dono Federico Guglielmo IV di Prussia di una colonna posta alla sommità della montagnola, mentre nel 1860 fu acquistato altro terreno per ampliare il cimitero e costruire l’edificio che tuttora vediamo all’entrata.

View_of_Ancient_Florence_by_Fabio_Borbottoni_1820-1902_(47)

Giuseppe Poggi diede al cimitero la sua attuale forma ovale quando demolì le mura per creare i viali di circonvallazione. La Porta a’ Pinti fu abbattuta per creare un’isola cimiteriale, immagine che tanto suggestionò poeti romantici e pittori fra cui il pittore svizzero Arnold Böcklin, che qui scelse di seppellire la figlia, Mary, morta in tenera età.

Il quadro che gli dette celebrità, intitolato “L’isola dei morti”,

Arnold_Böcklin_-_Die_Toteninsel_I_(Basel,_Kunstmuseum)

di cui dipinse ben cinque versioni, fra il 1880 ed il 1886, una acquistata da Adolf Hitler, rappresenta uno dei capolavori del Simbolismo europeo di fine Ottocento. Quest’opera fu di ispirazione per il compositore Sergei Rachmaninoff, che gli dedicò l’Op. 29, “L’isola dei Morti”.

Nel 1877, essendo oramai il cimitero compreso all’interno della nuova città, fu proibito alla comunità protestante di edificarvi altre tombe e per questo la struttura del luogo non variò per oltre cento anni. In tutto quel periodo i morti furono seppelliti nel cimitero degli Allori, che si trova nella frazione del Galluzzo.

A dare una svolta fu la morte nel 1996 a Parigi, del celebre coreografo e maître de ballet russo Evgenij Polyakov, (1943-1996) che per molti anni diresse il corpo di ballo del Maggio Musicale Fiorentino, che con lui cambiò il nome in Maggiodanza. Fra le sue volontà vi era quella di essere sepolto a Firenze e fu data la concessione della sepoltura nella parte alta del Cimitero di Porta’ a Pinti. La Chiesa evangelica riformata svizzera, di cui è attualmente  Presidente la dott.ssa Francesca Paoletti, in seguito fece costruire circa 120 lotti, alcuni dei quali sono tuttora in vendita.

Da circa vent’anni è custode di questo luogo dello spirito Julia Bolton Holloway, londinese di nascita, poi trasferitasi in America, ex monaca anglicana, studiosa, scrittrice e nota dantista.

Al suo arrivo trovò il cimitero in condizioni di abbandono, con il muro perimetrale e molte tombe danneggiate, erbacce ovunque ed è riuscita, con coraggio e perseveranza a restaurarlo, a rintracciare i discendenti delle persone sepolte nel cimitero, a far adottare da privati le tombe delle famiglie ormai estinte.

Preziosa è stata la collaborazione della comunità Rom, che si occupa dei lavori di giardinaggio e della manutenzione delle tombe. Il 5 dicembre dello scorso anno, presso la basilica di San Lorenzo a Firenze, è stato attribuito a Julia Holloway e ai Rom che l’aiutano, il riconoscimento “Medaglia di Stenone”, per il loro impegno nella tutela e salvaguardia di un luogo di grande bellezza.

Attorno alla collina circondata dall’anello di pietra sfrecciano le macchine, ma basta superare il cancello, oltrepassare l’arco dell’edificio all’ingresso e addentrarsi nel viale delimitato dalle siepi di bosso e dalla bordura delle iris fiorentine, per scoprire un mondo silenzioso, dove le statue e le figure scolpite a rilievo dei sepolcri incantano lo sguardo, con la loro bellezza. Le iscrizioni riportano alla memoria la vita di illustri stranieri, non solo svizzeri, come il fondatore del circolo scientifico e letterario Giovan Pietro Vieusseux, di origine ginevrina, ma anche inglesi, francesi e russi che si innamorarono di Firenze.

Fra i tanti nomi inglesi il più celebre è quello della poetessa Elizabeth Barrett Browning, deceduta a giugno del 1861, il cui sepolcro è sulla sinistra del viale principale e ha davanti un cespuglio di rose scarlatte. Il monumento funebre fu progettato dal pittore preraffaellita Sir Frederick Leighton, nella seconda metà dell’Ottocento. La tomba è stata immortalata nel film di Franco Zeffirelli “Un tè con Mussolini”, girato nel 1999.

Altri personaggi illustri sono il poeta Walter Savage Landor, i Trollope… fino alla neonata Maria Anna, morta a soli sette mesi, figlia del pittore Arnold Böcklin.

Nel mese di aprile e inizio maggio c’è la fioritura di innumerevoli iris azzurri, un mare in cui si stagliano, con il loro biancore marmoreo le sepolture. Ma tra la metà di maggio e giugno vedrete fioriti i dodici alberelli di rose rosa pesco, varietà Super Dorothy del floricoltore Rose Barni, disposti lungo tutto il viale d’ingresso, recentemente donati dalla Marchesa Venturi Ginori Lisci, in memoria del marito. A piantarli è stato il dott. Vieri Torrigiani Malaspina, che cura il bellissimo Giardino Torrigiani in via dei Serragli.

Chi visita il cimitero può volendo consultare anche i libri della biblioteca, dedicata a Fioretta Mazzei, collaboratrice e grande amica del sindaco Giorgio La Pira, arricchita da Julia Bolton di migliaia di volumi. Per essere associati non ci sono quote, basta donare un libro alla biblioteca.

Il cimitero, nella stagione primaverile ed estiva, è aperto il lunedì dalle 9 alle 12, dal martedì al venerdì invece il pomeriggio, dalle 15 alle 18. Chi intende visitarlo non sia frettoloso, ma cerchi di trattenersi nella parte alta, dove ci sono le panchine di pietra, per riflettere e meditare sul senso della vita e contempli la bellezza che lo circonda, il suo cuore si irradierà di pace.

«L'sola dei morti»: il cimitero fiorentino che racconta un pezzo di storia
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