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La Firenze di La Pira e don Milani

Amintore Fanfani, Giorgio La Pira, Giuseppe Dossetti e Luigi Sturzo? «Gli eroi della mia gioventù». Così Michael Novak si è presentato stamani, attraverso il testo di una relazione, ai partecipanti al convegno «La Pira, don Milani, padre Balducci. Il laboratorio Firenze nelle scelte pubbliche dei cattolici dal fascismo a fine Novecento», promosso dalla Fondazione «Magna Carta», che riunisce per due giorni in Palazzo Vecchio studiosi, storici e testimoni.
DI ANDREA FAGIOLI

La Firenze di La Pira e don Milani

DI ANDREA FAGIOLI

Amintore Fanfani, Giorgio La Pira, Giuseppe Dossetti e Luigi Sturzo? «Gli eroi della mia gioventù», dice Michael Novak spiegando che da giovane trovava «i leader e gli scrittori europei più divertenti di quelli americani, perché erano molto più ideologizzati e tenevano il mondo delle idee in maggior considerazione. Durante quegli anni, studiare le azioni e le parole del premier Fanfani, del sindaco La Pira e di padre Dossetti ha rappresentato un sollievo per il mio spirito. Ho applaudito da lontano le lotte ispirate a don Luigi Sturzo per combattere il nazismo prima e le mire sovversive del comunismo dopo».

Così l'economista americano, sia pure indirettamente a causa di un'improvvisa indisposizione, si è presentato stamani, attraverso il testo di una relazione, ai partecipanti al convegno «La Pira, don Milani, padre Balducci. Il laboratorio Firenze nelle scelte pubbliche dei cattolici dal fascismo a fine Novecento», promosso dalla Fondazione «Magna Carta», che riunisce per due giorni in Palazzo Vecchio studiosi, storici e testimoni.

Nella lunga relazione, Novak tenta di riformulare un nuovo sistema di governo centrato non più sul sempre crescente Stato amministrativo, ma «più che altro sull'espansione della società civile, per mezzo del principio di associazione volontaria». Questo «nuovo sistema di governo – spiega l'economista – auspica una società solidale che avvalori la prosperità creativa come una chiave indispensabile per l'autogoverno». E tracce precoci di questi insegnamenti si possono trovare proprio nella storia di Firenze. In quella storia dalla quale si è discostato il presidente della Fondazione «Magna Carta», Gaetano Quagliariello, per affrontare più in generale, con la seconda relazione, i rapporti tra i cattolici, la Chiesa e il mondo politico, offrendo così l'opportunità a Sandro Bondi, neoministro per i Beni culturali, di ribadire che «il tema del rapporto tra cattolicesimo e politica, tra cattolicesimo e modernità, è ancora un tema attuale, per certi versi addirittura drammatico». E «a renderlo tale in questi ultimi anni sono stati ­– a giudizio di Bondi – la globalizzazione, il rischio di uno scontro tra civiltà, il terrorismo di matrice islamica, la crisi d'identità dell'Europa, le grandi sfide della bioetica».

Per il ministro, in Italia negli ultimi anni, c'è stata «un'importante saldatura tra cattolicesimo e cultura laica sensibile alle ragioni e alla dimensione pubblica della fede». E oggi, ha proseguito, sono in molti a pensare che nella Chiesa esistano due dottrine sociali diverse «una ad uso dei cattolici del centrosinistra e una dottrina sulle questioni non negoziabili della salvaguardia della vita umana ad uso dei cattolici del centrodestra». Secondo Bondi, invece, esiste «un solo magistero della Chiesa, il quale richiama l'attenzione di tutti sul fatto che la nuova questione sociale, riguarda oggi come ieri i più deboli, i più fragili, vuoi perché troppo poveri, troppo vecchi o perché non ancora nati». Inoltre, la fine del collateralismo della Chiesa italiana «con questo o quel partito politico sta rivelandosi – secondo il ministro – come una grande opportunità per tutti» dando vita ad una «nuova situazione che non sarebbe dispiaciuta a don Lorenzo Milani o a Giorgio La Pira», che spesso «sono stati utilizzati da chi ha voluto vedere il Concilio Vaticano II, il '68, il cattocomunismo attraverso i loro occhi, trasformando questi uomini, forse loro malgrado, nei portabandiera di una stagione controversa, a tratti persino velleitaria, che però aveva anche acceso autentiche speranze».

Alla peculiarità della «situazione fiorentina» ha fatto riferimento anche il curatore del convegno, Pietro De Marco, facendo sì che i lavori, a cui in apertura ha portato il saluto della città l'assessore alla cultura Giovanni Gozzini, entrassero nello specifico del pensiero e dell'azione di La Pira, Balducci e don Milani con in programma le relazioni di Piero Roggi, Pier Luigi Ballini, Antonio Magliulo, Vera Capperucci, Leonardo Bianchi, Corrado Corghi, Andrea Poli e Angelo Scivoletto.

«L'idea del convegno fiorentino – spiega De Marco, che è docente di Sociologia della religione all'Università di Firenze – nasce dalla complessità e sintomaticità di domande ormai urgenti. Che cos'è stato il cattolicesimo fiorentino nella recente storia d'Italia? Come ha inciso nell'esperienza del cattolicesimo italiano? Quale è stato il ruolo del Concilio a Firenze? Ha segnato una discontinuità storica nella politica cattolica? Quale è stato il ruolo di Dossetti, Fanfani, Gronchi, Mattei nel cattolicesimo fiorentino? Quale è stato il ruolo di figure chiave come La Pira o padre Balducci o don Milani nella definizione di ciò che chiamiamo “cattocomunismo”? Quali le resistenze? Che cosa è sopravvissuto del cattolicesimo fiorentino dei decenni a cavallo del Concilio? Quali le metamorfosi nei decenni recenti?».

La struttura di «La Pira, don Milani, padre Balducci. Il laboratorio Firenze nelle scelte pubbliche dei cattolici dal fascismo a fine Novecento» si presenta quindi, a giudizio di De Marco, «come un'occasione di riflessione lontana dalla polemica come dalla celebrazione politico-religiosa». Qualche polemica non è comunque mancata da parte di chi ha visto nel convegno troppo «letture» univoche e schierate.

Domani la giornata conclusiva con numerose altre relazioni tra cui quelle di Fabrizio Fabbrini, Carlo Prandi, Paolo Sorbi.

«La Firenze di La Pira, don Milani e padre Balducci era, grazie a La Pira, quasi il centro del mondo – spiega Fabrizio Fabbrini –: i Colloqui per la pace e la civiltà cristiana, i cosiddetti Colloqui del Mediterraneo, furono momento di incontro fra Israele e gli stati arabi, il Convegno dei sindaci delle Capitali stimolò il dialogo con l'est europeo. Furono anni irripetibili. La Firenze di La Pira era inoltre una città strettamente legata al suo sindaco considerato santo. Momento essenziale era la Messa di San Procolo in cui i temi delle sue azioni divenivano pane quotidiano. Diversa è invece la Firenze di padre Balducci e di altre personalità come padre Turoldo e don Rosadoni, volta al mondo ecclesiale e ai suoi problemi, più che al mondo culturale o politico, cui fornì una carica di energia. Ancora diversa è la realtà, ben distante da questa, di don Lorenzo Milani, che non può dirsi fiorentina data la sua esperienza pastorale operata ai margini, nella operaia Calenzano e nella montana Barbiana. Né Firenze capì la sua parola, sì che la sua proposta scolastica fu presa addirittura a bandiera della contestazione sessantottina».

Ma non c'è solo Firenze, c'è anche chi «vive e conduce la sua azione pastorale ai margini del centro». È il caso, come accennato, di don Lorenzo Milani: «La sua è una vicenda singolare – afferma lo storico delle religioni Carlo Prandi –, una vicenda che si colloca nel contesto della Firenze di Giorgio La Pira e di Elia Dalla Costa senza esserne totalmente assorbita. Personaggi come La Pira, in primis, Gozzini e Balducci, Meucci e Pistelli, e numerosi altri della fioritura cattolica fiorentina che s'impose tra gli anni Cinquanta e Settanta, sono le tessere di un mosaico di eccezionale rilievo religioso e politico che, in ogni caso, appartenne essenzialmente ad una regione. Il caso di don Milani è quello di un prete che opera al di fuori del luogo dove si intessono le riflessioni, le iniziative, le scritture che rendono così tipica la storia religiosa di Firenze nel panorama politico-culturale italiano della seconda metà del XX secolo. Ciò che caratterizza Lorenzo Milani – aggiunge Prandi – è la scelta dell'isolamento come strategia per porre un contesto premoderno in grado di affrontare la modernità avanzante valutata essenzialmente come luogo di rischi e di insidie. Un secondo elemento utile per delineare la personalità di don Milani è la sua indifferenza al Concilio, di cui fu contemporaneo, ma estraneo a tutto il dibattito che lo accompagnò. Tutto ciò è indice di un personalissimo itinerario segnato dalla fedeltà alla Parola e dall'attenzione “ossessiva” ai problemi degli ultimi: i giovani montanari del Mugello. Di qui l'importanza di un libro come Esperienze pastorali, preceduto da una prefazione dall'intonazione decisamente apocalittica dove si dà per certa la caduta, forse violenta, della civiltà cristiana dell'Occidente».

Oltre Firenze e i «margini del centro», il «fiorentinismo» si allargò al Nord, ad esempio nell'esperienza di Trento di cui al convegno fiorentino parlerà Paolo Sorbi, docente di sociologia all'Università europea di Roma. «Tanti problemi sociali, educativi, economici “bussavano” da decenni alla porta della Chiesa – dice Sorbi –. Erano il portato di bisogni e problemi irrisolti, già dall'inizio del Novecento cattolico, di importanti e rigorose ricerche maturate specialmente nello spazio culturale francese. Temi come la relazione chiesa-mondo, la realtà del popolo di Dio inteso come comunione teologale, le relazioni tra natura umana e Grazia, liturgie più semplici ed educanti, il metodo storico-biblico con i suoi irrisolti problemi di interpretazione, la ricerca sui conflitti sociali ed il bene comune attraversato dal principio di sussidiarietà, la realtà della famiglia e delle tematiche di rieducazione alla fedeltà e purezza, le complementari provocazioni sul sacerdozio e le questioni femminili, la testimonianza povera, tutte domande, maturate con grandi ricerche di straordinari teologi come Guardini, De Lubac, Von Balthasar, Congar, Rahner, Chenu, Ratzinger, negli anni Trenta, Quaranta e Cinquanta e attraversate dalle testimonianze antitotalitarie di Pontefici come Pio XI e Pio XII. Io credo – conclude il sociologo – non si possa comprendere l'ambiente fiorentino del pre-concilio e poi del periodo conciliare, ed “a cascata” di tante idee e stimoli “importati” a Trento nel movimento degli studenti, se non si coglie questo complesso di elaborazioni della cultura cattolica francese e tedesca».

Un'«escursione» nella Firenze post-lapiriana avverrà domani con le relazioni affidate a Severino Saccardi, Carlo Casini e Alberto Migone, direttore di Toscanaoggi, che parlerà di «Mondo cattolico e istituzioni ecclesiastiche toscane dopo la crisi degli anni Settanta», puntando soprattutto sulla figura del cardinale Giovanni Benelli la cui venuta a Firenze, il 3 luglio 1977, segnò «una svolta» non solo per la città, ma per l'intera regione. Oltre a dar vita in diocesi a realtà come il Centro di accoglienza per studenti stranieri e al Centro di solidarietà, Benelli, nel pur breve episcopato (1977-1982), diede un «piglio nuovo anche alle riunioni della Conferenza episcopale toscana, che diventarono ­– spiega Migone – vere e proprie sessioni di studio, di lavoro e di programmazione» con l'intento di creare un interlocutore autorevole del Governo regionale in anni in cui «l'Ente Regione stava assumendo nuovi importanti compiti che avrebbero inciso sulla vita concreta delle persone». In quest'ottica si fece strada fin dal 1978 «un progetto, per molti aspetti, audace: dotare la regione di un settimanale che unificasse sotto un'unica testata le esperienze giornalistiche delle singole diocesi». Il progetto fu portato a compimento dal suo successore, il cardinale Silvano Piovanelli, ma Benelli, si accinse a questa impresa con grande decisione, grazie all'esperienza fatta su mandato di Paolo VI per portare alla fusione l'Italia di Milano con l'Avvenire d'Italia di Bologna e quindi alla nascita, quarant'anni fa, dell'attuale Avvenire.

E negli anni Settanta la «svolta» di Benelli

di Alberto Migone

Per parlare di «Mondo cattolico e istituzioni ecclesiastiche toscane dopo la crisi degli anni Settanta» occorre individuare una data o un avvenimento che segna una svolta. E, a mio parere, questo può essere la venuta a Firenze – 3 luglio 1977 – dell'Arcivescovo Benelli, che da subito fu anche Presidente della Conferenza episcopale Toscana (Cet).

L'episcopato di Benelli, relativamente breve (1977-1982), ma ricco di iniziative, segna così la storia di una Chiesa, quella fiorentina, ma influenza anche l'intera regione e non solo dal punto di vista ecclesiastico, con alcune realizzazioni.

Giovanni Benelli, nominato da Paolo VI arcivescovo di Firenze il 1° giugno 1977 e il 27 giugno creato cardinale fa il suo ingresso a Firenze il 3 luglio 1977.

Fu questa una nomina improvvisa e per alcuni aspetti imprevista perché molti pensavano che difficilmente il Papa volesse privarsi del Sostituto alla Segreteria di Stato, che era stato negli anni un suo fedele esecutore. Del resto, sembra proprio che Benelli non desiderasse questa nomina almeno a quanto emerge da autorevoli testimonianze. Prevalse comunque in lui l'obbedienza, meglio l'accettazione di una svolta imprevista, un tempo nuovo di Dio che gli si apriva davanti come uomo e come sacerdote. E Benelli si immerse, come era nel suo carattere, totalmente nel suo nuovo incarico con una determinazione e un impegno senza sosta e senza risparmio che certamente ne minò la salute e fu causa non secondaria della morte prematura e improvvisa.

Ma quale situazione trovava a Firenze il Card. Benelli? E qual era lo stato di salute del mondo cattolico che col caso Isolotto era stato percorso da lacerazioni che avevano determinato fratture profonde? Potremmo dire con un'immagine che le ferite non sanguinavano più ma non erano certo rimarginate. C'era inoltre a Firenze l'attesa di una svolta, che un po' tutti auspicavano sia nel clero che nel laicato. La nomina di Benelli non sembrò però soddisfare questo desiderio. In quei giorni infatti sui giornali non erano certo benevoli i giudizi sul curiale e che curiale! Benelli; egli li mise nel conto, intenzionato però a sfatarli una volta giunto a Firenze.

Me lo disse lui stesso nel primo colloquio che ebbi con lui a metà giugno del 1977. Ero andato a salutarlo in Segreteria di Stato insieme a Mons. Mario Leporatti, pistoiese, assistente regionale dell'Ac (io ero allora delegato regionale). Fu un saluto rapido, ma non formale. Si informò delle nostre attività con interesse vero: voleva capire la situazione fiorentina e toscana, ma soprattutto conoscere le persone con cui poi avrebbe lavorato. Ma soprattutto mi colpirono le parole con cui mi congedò: «Arrivederci a Firenze. Vedrà, professore, che non sono come mi descrivono i giornali».

Lo stile di un Vescovo
Lo stile o meglio il metodo di governo del vescovo Benelli si basò, fin dai suoi primi giorni fiorentini, sul contatto diretto, sul colloquio personale. Credo siano state tantissime le persone passate dal suo studio in Arcivescovado. E quelli che ebbero la ventura di incontrarlo ne ebbero tutti un'impressione positiva. Conoscevano un Benelli lontano da ogni cliché clericale e prelatizio, attento all'interlocutore, diretto nelle domande. Si percepiva che soprattutto voleva conoscere chi gli stava davanti e che valutava fino a che punto questo poteva diventare un suo collaboratore. Le persone che incontrava e voleva conoscere erano sì quelle che ricoprivano incarichi, ma anche quelle che fino ad allora erano rimaste – o erano state messe – un po' ai margini. Prima di tutto i preti, anche quelli in difficoltà o più lontani dalle sue posizioni.

Ma anche ai laici chiedeva consiglio. È questo un aspetto meno documentabile, perché affidato alla discrezione dei singoli, ma importante per capire che egli considerava i laici suoi collaboratori a tutto campo. E percepivi che il Vescovo voleva davvero conoscere il tuo parere su un problema, su una situazione, spesso su persone. Non era una formalità, un'abile mossa. Ti rendevi conto che stava raccogliendo tutti gli elementi per decidere e che avrebbe deciso anche in base al tuo consiglio. La fiducia che ti dimostrava nel consultarti con semplicità anche su problemi delicati ti commuoveva e ti responsabilizzava: ti sentivi davvero pienamente partecipe alla vita della diocesi. E in questi colloqui emergeva appieno una grande capacità di ascolto, che ti metteva pienamente a tuo agio.

La dovuta riservatezza, cui tanto teneva il Cardinale («Le dico questo come in confessione»), impedisce doverosamente di esemplificare, ma questo del consiglio è certamente un aspetto che ben evidenzia la stima che Benelli aveva per i laici.

Conoscenza delle persone e delle situazioni sia per ricostruire quel clima di comunione che le vicende degli anni Settanta avevano lacerato ma anche come necessario preludio all'azione di governo, soprattutto, credo, già in vista di quell'«avventura» che caratterizzerà l'episcopato di Benelli: la visita pastorale (1980-1982), concepita e realizzata come qualcosa di totalmente nuovo.

Ed è in quest'ottica che nell'estate 1977 istituisce in diocesi la Consulta Diocesana per l'Apostolato dei Laici. La Consulta, dotata subito di una stabile struttura organizzativa, ebbe soprattutto il compito di programmare e realizzare una serie di iniziative per tutti i laici, associati e non.
Gli incontri voluti dal Card. Benelli, in genere di buon livello culturale, nascevano da un'idea ormai in lui maturata: realizzare un «filo diretto» tra vescovo e laicato, anche al di là della mediazione associativa. E non per sfiducia nell'associazionismo, ma nella presa di coscienza che esso raggiungeva solo una parte del laicato cattolico.

Emergenze sociali
Ma l'attenzione del Card. Benelli in questi stessi anni (1977-1978) si rivolse anche a fenomeni in parte ancora nuovi per Firenze, ma che, per i più attenti, si configuravano già come emergenze sociali che interpellavano anche la comunità cristiana. La prima era una sempre maggior presenza in città di studenti stranieri, in particolare terzomondiali. Benelli decise d'intervenire con un gesto un po' clamoroso, ma efficace e coinvolgente. Nell'Avvento del 1977 propone alla Diocesi la costituzione di un Centro di accoglienza per studenti stranieri, appellandosi alla generosità dei cristiani. In tutte le parrocchie si raccolgono fondi e nel marzo 1978 il Centro inaugura la sua attività nei bei locali della Sala Taetina in pieno centro cittadino. Un impegno del genere richiedeva persone che ci credessero e lo concretizzassero. E il Cardinale pensò subito ai Focolarini che già avevano realizzato a Loppiano (nel Comune di Incisa Valdarno) una caratteristica e significativa esperienza di dialogo interculturale. Chiara Lubich – con cui Benelli intrattenne un carteggio molto interessante – mise subito a disposizione tre focolarini, tra cui un sacerdote, che diedero avvio al Centro. E per dare continuità e sicurezza a questa attività il Cardinale pensò bene di costituire una Fondazione, per la quale stese uno Statuto. Il Centro, dedicato significativamente a Giorgio La Pira, non solo è a tutt'oggi vivo e operante, ma ha notevolmente ampliato le sue iniziative. Il suo attuale responsabile è Maurizio Certini.

C'era poi un'altra emergenza, rappresentata dal dramma di tante famiglie che sempre più chiedevano aiuto di fronte all'uso e alla dipendenza dalla droga dei loro figli. Benelli pensava che la Chiesa fiorentina dovesse dare una risposta concreta. Di qui il progetto di dar vita a un Centro di solidarietà che affrontasse questo problema in modo serio e continuativo. Però oltre a reperire i locali, le strutture e i finanziamenti era fondamentale individuare la persona adatta, disposta a dare un'anima a questo Centro. Un sacerdote che, oltre alla apertura umana verso queste persone, guardate allora con diffidenza anche nel nostro mondo, si impegnasse in una personale formazione professionale, secondo il programma riabilitativo «Progetto uomo» di Don Picchi. E anche in questo caso Benelli, dopo essersi consultato con varie persone, fece una scelta per molti aspetti non scontata. Chiese a don Giacomo Stinghi (che ancora dirige egregiamente il Centro), parroco di Spicchio, di lasciare la parrocchia e di buttarsi in questa avventura.

Presidente della Cet
Benelli fu eletto presidente della Cet per tutto l'arco del suo episcopato (1977-1982). Egli concepì questa presidenza non come un incarico poco più che onorifico ma come una concreta possibilità per dare una svolta al ruolo della Conferenza episcopale regionale, nella consapevolezza che le varie Chiese locali si trovavano ad affrontare sempre più problemi comuni. E per questo la Cet doveva assumere un compito propulsivo, in vista di una necessaria – e per tanti aspetti obbligata – pastorale d'insieme, fatta di strategie condivise. Benelli diede un piglio nuovo alle riunioni della Conferenza, che diventarono vere e proprie sessioni di studio, di lavoro di programmazione. Nel potenziare e per tanti aspetti innovare il ruolo della Cet, c'era in Benelli anche un altro intento, determinato dal fatto che l'Ente Regione stava assumendo nuovi importanti compiti che avrebbero inciso sulla vita concreta delle persone. La Cet, nel pensiero di Benelli, doveva diventare – come poi è diventata – interlocutore autorevole del Governo regionale, anche in vista di eventuali future convenzioni. E potevano esserci problemi o decisioni del Consiglio o della Giunta che richiedevano interventi chiari che certamente sarebbero stati di minor peso se fatti da singoli vescovi.

La Cet nel pensiero di Benelli doveva anche poter contare su uno strumento unitario di comunione di collegamento e di presenza. In quest'ottica si fa strada fin dal 1978 un progetto, per molti aspetti, audace. Dotare la Regione di un Settimanale che unificasse sotto un'unica testata le esperienze giornalistiche delle singole Diocesi senza però annullare le peculiarità storiche, culturali e anche religiose ben espresse nel tempo dai tanti giornali, alcuni con alle spalle una lunga e vivace storia di radicamento sul territorio. Ma anche qui, secondo Benelli, bisognava guardare avanti, tenendo conto dell'importanza che la dimensione regionale avrebbe sempre più assunto. E per incidere e fare opinione era importante una presenza giornalistica saldamente radicata nella realtà sia ecclesiale che socio-culturale della Toscana. E questo ruolo non poteva essere svolto efficacemente da singole voci che necessariamente coprivano un ambito circoscritto. Tutto questo lo esprimeva bene il nome stesso che avrebbe avuto il nuovo settimanale, Toscanaoggi, e la sua struttura. Pagine comuni più pagine specifiche per le singole Diocesi. Con questa formula si realizzava una unitarietà che non mortificava le varie realtà locali.

Benelli si accinse a questa impresa fin dal 1978 con grande decisione. Del resto non gli mancava l'esperienza. Su mandato di Paolo VI aveva seguito il faticoso cammino che aveva dato vita nel 1968 ad Avvenire, quotidiano nazionale che unificava due storiche testate cattoliche, l'Italia di Milano e l'Avvenire d'Italia di Bologna.

Il progetto fu vagliato e verificato con esperti, presentato agli operati del settore nelle singole diocesi e approfondito in Cet. La morte (ottobre 1982) di Benelli – proprio alla vigilia di una riunione decisiva della Cet – segnò una battuta d'arresto che molti pensarono e sperarono definitiva. Ma un anno dopo l'allora Mons. Piovanelli, arcivescovo di Firenze e presidente della Cet, decise di partire con le «poche o molte Diocesi che aderiranno».

Il 18 dicembre 1983, quando usciva il primo numero di Toscanaoggi, le Diocesi che avevano aderito erano solo 2, ma salirono a 11 nel gennaio 1984, aumentando via via fino a raggiungere le attuali 16 Diocesi su 17. Si è così realizzato con la pazienza del tempo il progetto di Benelli che ha dato un prezioso strumento di collegamento alla Chiesa della Toscana e al contempo ha assicurato una presenza qualificata nel panorama giornalistico della nostra Regione.

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