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La «Resurrezione» di Piero della Francesca ritrova la sua luce

La Resurrezione, capolavoro assoluto dell’arte di Piero della Francesca, splende di nuovo a Sansepolcro dopo un complesso ed importante restauro che non solo ha agito sulle cause di degrado e sui materiali sovrapposti all’originale che ne depauperavano la leggibilità, ma che ha anche permesso di acquisire importanti risultati conoscitivi riguardanti la complessa storia dell’opera, la sua tecnica di esecuzione, le vicende, inestricabilmente legate al contesto storico e politico dell’epoca, che hanno portato alla commissione dell’opera.

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La Resurrezione di Piero della Francesca dopo il restauro

Le condizioni conservative dell’opera hanno richiesto un autorevole intervento di restauro effettuato dall’Opificio delle Pietre Dure di Firenze e dalla Soprintendenza di Arezzo e durato esattamente tre anni: dal marzo 2015 al marzo 2018.

Durante l’intero periodo del restauro la Resurrezione, è rimasta visibile al pubblico. Il cantiere è stato allestito con un ponteggio innovativo e funzionale che ha consentito al pubblico di seguire i lavori di restauro e ammirare, nel work-in-progress, il capolavoro di Piero della Francesca.

Per avviare il restauro e coprirne una buona parte delle spese è stato fondamentale il generoso contributo di € 100.000 messi a disposizione da Aldo Osti, mecenate e finanziatore, che in passato aveva vissuto a lungo a Sansepolcro, esercitando la sua attività di manager all’interno dell’industria della Buitoni.

Gli interventi di restauro erano particolarmente urgenti per via dei fenomeni di solfatazione e decoesione della pellicola pittorica e di distacco della pellicola pittorica e degli intonaci, tra loro e/o dalla struttura muraria. I fenomeni di degrado riscontrati erano stati documentati già da tempo grazie ad indagini scientifiche di tipo non invasivo, svolte e coordinate dall’Opificio delle Pietre Dure, grazie ad una rete di laboratori di ricerca e studio dedicati ai beni culturali, appartenenti ad Università e al CNR.

Il restauro è intervenuto sulle complesse condizioni conservative e strutturali dell’opera, con lo scopo di restituire la visione integrale dell’opera e il suo completo apprezzamento.

I restauratori hanno effettuato una accurata pulitura, volta a eliminare i materiali di accumulo che sono stati apposti sull’opera nel corso dei secoli, agendo anche sul degrado procurato dai fenomeni di solfatazione e sul distacco degli intonaci, al fine di assicurare la conservazione per il futuro del capolavoro di Piero.

Lo stato di degrado era non solo dovuto al passare del tempo, ma anche causato da interventi non documentati sulla superficie pittorica. In particolare un intervento relativamente antico, risalente probabilmente all’Ottocento, aveva aggredito con una pulitura indiscriminata l’opera, incidendo in gran parte sulle finiture «a secco» (cioè a tempera o a olio) di cui Piero della Francesca era maestro e attraverso le quali apportava sottigliezze pittoriche alle sue pitture murali per ottenere effetti più simili alla pittura su tavola.  I danni di questo intervento sono particolarmente evidenti sul paesaggio, che ha perso le modulazioni in verderame che conferivano rilievo e profondità alla descrizione delle colline dietro il Cristo risorto. Il paesaggio ne risulta oggi purtroppo appiattito, essendosi conservata solo la stesura di base di un verde uniforme, cui andavano a sovrapporsi, originariamente, dettagli della vegetazione e modulazioni di luci e ombre per suggerire il digradare spaziale. 

Come si conviene ad ogni restauro condotto a 360 gradi e cioè con al centro dell’attenzione non solo gli aspetti materiali dell’opera, ma anche la sua storia e gli elementi ad essa collaterali, anche in questo caso, oltre al recupero dell’immagine e della stabilità dei materiali, numerose sono le acquisizioni frutto di questi tre anni di lavoro.

La Resurrezione di Piero rimane, comunque, da molti punti di vista un mistero: non ha una datazione precisa; questa ha oscillato, nelle considerazioni degli studiosi, spesso, fra il 1450 e il 1465. Nuove ricerche documentarie svolte in occasione del restauro hanno proposto anche una datazione più tarda, intorno al 1470, legata ad avvenimenti politici della città di Sansepolcro e al dominio fiorentino e mediceo su di essa.

Nel tempo, inoltre, si era più volte posto il dubbio circa l’originale esatta collocazione dell’opera. Fra le tante ipotesi fatte, si è supposto infatti, a più riprese, che l’opera non sia stata dipinta originariamente sulla parete che ancora oggi la ospita, ma che questa possa essere una collocazione successiva, anche se antica. Questo fatto è stato confermato da un’adeguata campagna diagnostica ad hoc tanto da poter oggi affermare che la Resurrezione costituisce una delle più antiche e monumentali operazioni di «trasporto a massello» della storia del restauro; ossia di taglio e trasporto di tutto il muro che ospita l’affresco, da una parete all’altra.  La collocazione originaria non è nota in maniera certa, ma si ipotizza, con una buona dose di probabilità, suffragata anche da ricerche sulle murature del Palazzo della Residenza (oggi Museo Civico) che l’opera potesse essere stata dipinta sulla facciata, in esterno, quindi, su quello che si definiva «l’arengario» e cioè un terrazzamento rialzato da cui le magistrature parlavano al popolo.

Il soggetto della Resurrezione rimanda alla città stessa di Borgo Sansepolcro poiché secondo la leggenda della fondazione questa nata per l’arrivo di alcune reliquie del sepolcro di Cristo portate dalla Terra Santa dai pellegrini Arcano e Egidio. Lo storico Ercole Agnoletti, nelle sue Memorie, sintetizzando scrisse che «la città era sotto la protezione del Cristo Risorto».

Nella ieratica solennità della scena, Piero della Francesca impianta la sua composizione suddividendola in due zone prospetticamente distinte. La parte inferiore, dove sono raffigurate le guardie immerse nel sonno, è dipinta secondo un punto di fuga abbassato, che rasenta il piano del sarcofago. Questo accorgimento è usato di frequente da Piero che, tendendo a spostare il punto di fuga più basso rispetto, ad esempio, alle indicazioni teoriche di Leon Battista Alberti – il quale prescriveva l’altezza al livello degli occhi delle figure – per ottenere l’effetto di far apparire i suoi personaggi, visti così leggermente di scorcio, ben più imponenti e monumentali.

Sopra il torpore pesante delle sentinelle addormentate s’innalza la figura del Cristo, visto non più dal basso, ma in perfetta, sacrale frontalità.

Dunque, l’opera, presenta due visioni distinte e separate, quasi a voler differenziare la sfera umana da quella divina.

Dietro alla figura di Cristo risorto, Piero rappresenta un paesaggio conosciuto, che ripropone adombrando, però, i riferimenti diretti e riconoscibili, come spesso accade negli sfondi di molte altre sue opere. Anche se, grazie al restauro, oggi, molti elementi delle architetture dipinte, un castello ed una città murata, sono oggi diventati più distinguibili.

Il paesaggio è simbolicamente diviso a metà: a sinistra ancora spoglio, nella desolazione dell’inverno e della morte, a destra rinverdito dalla primavera che simboleggia la rinascita alla vita.

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