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Dal n. 39 del 31 ottobre 2004

La morte non fa paura. Lo dice anche l'arte

Due novembre, commemorazione dei defunti. Nell'immaginario comune è una giornata triste, in cui la visita ai cimiteri è caratterizzata dal tempo grigio e piovoso tipico della stagione. Secondo don Gianni Cioli, docente di teologia morale alla Facoltà teologica dell'Italia Centrale, può essere invece il giorno della speranza. Proprio al significato del morire, indagato da un punto di vista biblico e teologico, don Cioli ha dedicato interamente, l'anno passato, il suo corso universitario. Le sue conclusioni sono che dobbiamo imparare a guardare a «sorella morte corporale» in tutti i suoi aspetti, non solo in quelli negativi. E il card. Piovanelli ci aiuta a riscoprire la solennità di Tutti i Santi.
DI RICCARDO BIGI

La morte non fa paura. Lo dice anche l'arte

Due novembre, commemorazione dei defunti. Nell'immaginario comune è una giornata triste, in cui la visita ai cimiteri è caratterizzata dal tempo grigio e piovoso tipico della stagione. Secondo don Gianni Cioli, docente di teologia morale alla Facoltà teologica dell'Italia Centrale, può essere invece il giorno della speranza. Proprio al significato del morire, indagato da un punto di vista biblico e teologico, don Cioli ha dedicato interamente, l'anno passato, il suo corso universitario. Le sue conclusioni sono che dobbiamo imparare a guardare a «sorella morte corporale» in tutti i suoi aspetti, non solo in quelli negativi.

«Non c'è dubbio – spiega don Cioli – che la morte è una cosa che ci angoscia e ci fa paura, sarebbe ipocrita negarlo. Eppure la Bibbia, la teologia, l'arte sacra ci aiutano a considerarla anche nel suo aspetto positivo, come momento di passaggio: come porta che introduce alla vita eterna». In questa riflessione ci aiuta l'opera degli artisti: un affresco come la Trinità di Masaccio, nella basilica di Santa Maria Novella a Firenze, rappresenta un vero e proprio compendio di teologia della morte.

Su questo dipinto, don Cioli ha compiuto uno studio specifico pubblicato all'interno di un volume curato da Severino Dianich e Timothy Verdon, che viene presentato giovedì 28 ottobre alle 15,30 con una visita alla basilica e un convegno nei locali dell'attiguo convento domenicano.
«L'affresco – spiega il teologo – era in origine un monumento sepolcrale: i richiami alla morte li troviamo nello scheletro che è alla base del dipinto, accompagnato dalla scritta “io fui già quel che voi siete”, ma anche nella croce di Cristo. Un richiamo alla morte è anche la particolare struttura architettonica raffigurata intorno alla Trinità, che rappresenta una porta». Ci troviamo di fronte, quindi, a una visione dialettica della morte: «Da un lato lo scheletro ce ne richiama il carattere distruttivo. Dall'altro, la croce di Cristo e la porta che la circonda ci ricorda che la morte non è altro che una porta aperta sulla vita eterna, così come la crocifissione è stata per Cristo un ingresso trionfale nella resurrezione».

Da notare anche che, nell'immagine la Trinità sovrasta lo scheletro: «Allo stesso modo, la dimensione della speranza sovrasta la visione negativa della morte». Così, il 2 novembre, la preghiera sulle tombe dei nostri cari può diventare un momento in cui la tristezza lascia il posto alla speranza: «Preghiamo perché anche per i nostri cari, la morte sia la porta di accesso alla vita eterna e alla visione beatifica di Dio: è questo lo scopo per cui l'uomo è stato creato, questo l'obiettivo a cui tutti tendiamo, e la morte è solo un passaggio necessario a raggiungere questo obiettivo».

Ma esiste il limbo?

Quel santuario nel cielo che riflette l'azzurro sulla terra (card. Silvano Piovanelli)

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