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Marino Bartoletti: "Così Sanremo scippò il Festival a Viareggio"

Uno festeggia 70 anni il 29 gennaio, il secondo due di più il 30. Il primo è il Festival di Sanremo, l’altro il giornalista sportivo e grande appassionato di musica Marino Bartoletti, già direttore del Guerin Sportivo e poi ai vertici del settore sia in Rai che a Mediaset.

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Marino Bartoletti

Forlivese trapiantato a Bologna, ci assicura di seguire sempre il calcio «con grande amore a cominciare dalla Nazionale dove c’è Roberto Mancini, un amico vero, quasi un figliolo per cui faccio il tifo come forse non ho mai fatto per nessun commissario tecnico». Ma oggi è con noi per parlare del Festival, in attesa che dal 2 al 6 marzo rientri nelle nostre case, di nuovo con la conduzione di Amadeus.

Marino, il Festival di Sanremo compie 70 anni. Come li porta?
«Sì, quest’anno è il 70° compleanno ma in realtà è la 71ª edizione: il festival fino ad adesso è tra i grandi eventi che non hanno mai avuto interruzioni. I suoi anni li porta bene perché è sempre uno specchio fedele della società che rappresenta, nel bene e nel male, con le sue cadute, con le sue ingenuità, i suoi colpi di genio, le sue risalite, le sue tragedie, i suoi messaggi, la sua genialità. Diffido di chi diffida del Festival di Sanremo perché vuol dire che non si riconosce in una cosa estremamente italiana».

Il periodo migliore e la canzone più bella di sempre, ovviamente come tuo giudizio personale…

«Per quanto mi riguarda il periodo migliore non può che essere quello degli anni ‘60, quelli della mia adolescenza. A Sanremo dal ‘64 in poi arrivano tutti i più grandi cantanti stranieri fino a Luis Armstrong e a Steve Wonder, fuorché i Beatles ed Elvis Presley: furono anni di esplosione vera. Quanto alla canzone più bella, la mia è “Io che non vivo senza te” di Pino Donaggio nel 1965, che mi rappresenta in tanti modi, la canzone della mia vita».

Come mai le canzoni del lontano passato le ricordiamo ancora e molte di quelle può recenti, ben piazzate o anche vincitrici, passano presto nel dimenticatoio?
«Le risposte sono tante: forse in passato erano scritte con più amore artigianale, senza rifarsi a schemi precisi, inoltre allora c’era il gusto nella conservazione mentre adesso tutto quello che viene creato un giorno viene buttato via il giorno dopo. È più facile che tu e io cantiamo due canzoni degli anni ‘70 che non le prime tre dello scorso anno, che guardo con simpatia ma non sono sicuro di saper cantare compresa quella di Diodato e quella di Gabbani che mi piace tanto ed è arrivata seconda».

Quanto conta la conduzione e a chi può andare la palma del migliore di tutti i tempi?
«Dobbiamo inchinarci a Superpippo, naturalmente: non soltanto per la conduzione ma perché l’ha valorizzata fino a fare del Festival un grande evento televisivo. Si è passati dalle figure notarili che l’avevano preceduto, Mike Buongiorno compreso, a qualcosa di più coinvolto e coinvolgente: Mike non avrebbe mai duettato con Benigni e non si sarebbe mai messo in discussione come ha fatto Pippo. Pippo è il festival. Quanto ad Amadeus, l’anno scorso mi aspettavo che per la settantesima edizione ci fosse in serbo qualcosa di più di un impiegato della casa: invece lui ha avuto l’intelligenza di costruire un festival di grande contemporaneità e l’umiltà di farsi affiancare da Fiorello, da cui si è fatto tranquillamente sovrastare dando prova di grande intelligenza e modestia. Alla fine il risultato è stato di tutti e a maggior ragione suo perché è stato il suo festival».

Due aspetti delicati, la selezione dei partecipanti a monte e il ruolo della giuria, anzi delle giurie, spesso all’insegna delle polemiche. Quali potrebbero essere le formule ideali?
«Credo non ce ne siano. La selezione è una cosa molto delicata, dato per scontato che venga fatta con correttezza e onestà. Di questo non dubito anche perché poi anch’io, dopo aver brontolato per anni, sono stato coinvolto nella selezione delle canzoni: o sono stati anni fortunati o era la regola. In ogni caso qualche piccolo compromesso devi raggiungerlo. Faccio un esempio: l’ultima volta che sono stato selezionato era il 2008 e arrivarono 300 canzoni: ne scarti facilmente 200-250, poi diventa tutto abbastanza soggettivo. Quando arrivammo a 24 per poi giungere a 20 mi ricordo che Pippo ci disse di scegliere a quel punto le donne perché ce n’erano poche. Sono criteri assolutamente legittimi. Poi ci sono gli errori storici: nel 1961 venne scartata “Legata a un granello di sabbia” di Nico Fidenco che diventò la hit dell’estate e fu la prima canzone italiana che vendette più di un milione di 45 giri. Anche “Meraviglioso” di Modugno non fu accettata a Sanremo del ‘68 ma in quel caso con una piccola ragione, perché parlava di un mancato suicidio ed era l’anno successivo alla tragica scomparsa di Luigi Tenco».

Dalle tre serate del passato alle cinque di oggi. Non è un po’ troppo, considerata la dilatazione dei tempi e un contorno di ospiti che rischia di annacquare troppo la gara?
«Credo che ormai il format sia questo perché la Rai deve ammortizzare un investimento importante, poi ognuno di noi ha i propri gusti e alcuni ospiti possono non piacere. Quest’anno sono curioso di vedere cosa farà Ibrahimovic. Se Amadeus lo ha scelto lo avrà fatto a ragion veduta: le pernacchie teniamocele eventualmente per dopo. Tuttavia, dopo che è successo alla figlia di Jovanotti quello che abbiamo letto in questi giorni (un linfoma da cui è guarita, n.d.r.), a me piacerebbe che come ospite ci fosse Jovanotti che, rasserenato da questa gioia, possa riportare al festival il suo rinnovato pensare positivo. Certamente lo capirei un po’ di più che Ibrahimovic».

Veniamo alle nuove proposte, che hanno debuttato nel 1984 con la vittoria di Eros Ramazzotti. Un giudizio sulla loro qualità: spesso è stata all’altezza dei big, anzi proprio da qui ne sono stati lanciati diversi, ma oggi?
«Tre anni fa le nuove proposte hanno partorito tre vincitori dei festival successivi. Al momento non “vibro” per quello che ho visto nelle nuove proposte ma anche in questo caso bisogna lasciarli esibire per vedere cosa possono dare. Io ormai ho superato da tempo la sindrome del “chi c.... è questo qui”, passami il termine, perché questo qui può diventare Domenico Modugno, Vasco Rossi, Eros Ramazzotti, lo stesso Mahmood, può diventare qualcuno che va oltre i nostri gusti e i nostri snobismi. Non mi indigno più di niente, guardo poi eventualmente parlo».

A questo punto della vita sei più un giornalista sportivo o un esperto di musica?
«Sono passioni parallele, una poi l’ho raffinata fino a farla diventare il mestiere della mia vita, l’altra è sempre stata lì e l’ho portata avanti di pari passo. La mia passione musicale l’ho rivelata durante “Quelli che il calcio” nella prima metà degli anni Novanta, dove portai i miei idoli degli anni ‘60, anche i più sconosciuti. Poi da cosa nasce cosa e così un anno fa ho dovuto fare l’Almanacco del Festival di Sanremo. E da uno che nel curriculum ha 10 Olimpiadi e 10 campionati del mondo fa un po’ sorridere… ma per finire ti faccio una domanda io: lo sai che il Festival praticamente nacque in Toscana?».

No, quando e come?
«Nel 1947 il viareggino Aldo Valleroni, organizzatore di spettacoli, pensò di rilanciare la città dal buio della guerra inventando un festival italiano della canzone. Lo fece e la Rai attraverso Radio Firenze lo trasmise addirittura a livello nazionale. Ne andarono in onda due, nel ‘47 e nel ‘48, uno dei quali vinto da Narciso Parigi, poi un illuminato assessore comunale, visto che tanto c’era già il Carnevale, pensò di sostituire l’iniziativa con una bella mostra per cani... Così un tizio di Sanremo con gli stessi problemi di Valleroni – trovare qualcosa per riempire il Casinò fuori stagione – propose di rilevare l’evento e il festival della canzone italiana di Viareggio divenne il Festival di Sanremo…».

Fonte: Tog
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