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Intervista al grande cartellonista, che ha compiuto ora 90 anni

«Nano», il gigante dell’arte che ha immortalato i miti di Hollywood

Archiviate le feste per il compleanno, Campeggi si è rituffato nella grafica e nella pittura nella sua casa-studio sulle colline di Bagno a Ripoli (Firenze). Alla veneranda età di 90 anni l’allievo di Rosai e Soffici, che come cartellonista ha ritratto in 3000 manifesti i volti del cinema mondiale, ha ancora molti progetti in ponte.

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Campeggi al lavoro nel suo studio

«Nano», un gigante dell’arte a 90 anni fa ancora progetti? «Certo, io guardo sempre avanti, fin che Dio mi dà le energie per disegnare e dipingere. Cerco nuovi stimoli, di rinnovare le mie opere, nel rispetto di un dialogo aperto con il committente ed il pubblico. Cerco di ripescare spunti e soggetti in quella che è stata l’avventura della mia vita. Come in fondo ha fatto Picasso: ha voluto fare qualcosa di diverso, anche se talvolta ha esagerato».

Silvano Campeggi (allievo di Ottone Rosai ed Ardengo Soffici), che come cartellonista ha immortalato in tremila manifesti i miti di Hollywood costruendo una specie di fotoromanzo in progress, ha appena archiviato le calorose, interminabili feste di compleanno, concluse sovente a notte fonda con un ballo. Nella sua casa-studio sulle colline di Bagno a Ripoli, sempre aperta per gli amici, si è rituffato nella grafica e nella pittura. Ogni giorno. Senza nulla togliere all’affetto della moglie Elena, preziosa segretaria-curatrice («L’ho conosciuta che aveva 12 anni: è stato un amore eterno. Poi è una brava cuoca!») e dei tre nipoti – Michael, Stephany e Louise – che gli ha regalo il figlio Giovanni Battista. Fisico da attore (lo è stato da giovane), capelli argentei, lo vedo perfetto anche come scultore: e infatti ha scolpito diversi bozzetti sacri, che aspettano di essere realizzati in grandi monumenti.

Col piglio del granatiere, «Nano» mi snocciola alcune idee che conta di realizzare a breve. Ha tre mostre in ponte: «Sto lavorando ad una ricerca su donne fiorentine antiche e moderne fatte da altri artisti, che riproporrò con il mio stile. Poi – non rida! – ho in programma un incontro con il diavolo. Nella mia esistenza ho rappresentato tanti santi ed arcangeli. Ho sempre avuto una venerazione per San Michele e San Francesco, quest’ultima trasmessami dalle suore francescane di Firenze che ho conosciuto tramite mia madre. Ora voglio… giocare col diavolo. E infine ripensare al mio grande maestro, Rosai: vorrei sfornare materiale per piccole pubblicazioni. Ho in mente un artifizio gioioso. Magari mescolando Marilyn e la Gioconda».

«Nano», come ha conosciuto Rosai?

«Ero ragazzino, abitavo in Costa San Giorgio. Mia mamma mi diceva: vai dal pittore e mostragli i tuoi disegni. Così, quasi ogni giorno, facendo pochi metri, passavo nella casa del Maestro, in via San Leonardo. Mi prese subito in simpatia, mi dava consigli per come dosare i colori vivaci che hanno sempre caratterizzato le mie tavole».

Frequentata la Scuola d’arte, gli si sono aperti i primi orizzonti?

«All’inizio ho cominciato a disegnare per libri e riviste pubblicati dalle case editrici fiorentine Salani e Nerbini. Proprio da Nerbini, nel 1938-39, ho conosciuto Federico Fellini. Con me faceva vignette per il foglio satirico “420”, firmandosi “Fellas” . Per entrambi è stato il trampolino di lancio professionale. Firenze in quegli anni aveva un grande fascino: era considerata la capitale della Cultura».

Quando è venuta la «chiamata» da Cinecittà e da Hollywood?

«Prima, appena finita la Guerra, fui ingaggiato dall’American Red Cros come ritrattista dei soldati Usa: mi accostai al mondo americano. Poi mi trasferii a Roma. Nello studio del pittore Tamburi ho conosciuto il cartellonista Martinati e fui attratto dalla magia della pellicola. Il primo manifesto è stato (nel 1946) per “Aquila nera”, film con Rossano Brazzi, Cesare Polacco e Gino Cervi. Passati pochi mesi, la Metro Goldwin Mayer mi chiamò per illustrare “Avventura” con Clark Gable. Quindi ho lavorato per altri film celebri come “Via col vento”, “Un americano a Parigi”, “Cantando sotto la pioggia”, “West side story”, “A qualcuno piace caldo”, “Colazione da Tiffany”, “Il gigante”, “Vincitori e vinti”, “Il ponte di Waterloo”, “Ben Hur”, per il quale hanno scritto che abbia realizzato il più bel manifesto del cinema. Ben 64 dei film da me disegnati hanno vinto l’Oscar».

Possiamo dire che abbia contribuito a pubblicizzare in tutto il mondo, non solo in Italia ed Europa, i più bei volti dello schermo. I più noti?

«Direi Gary Cooper, Marilyn Monroe, Marlon Brando, Rita Haywort, Liz Taylor, Ava Gardner, Vivien Leight, Liza Minnelli, Grace Kelly poi diventata principessa di Monaco. Veri giganti dello schermo: per questo, a forza di rapportarmi con questi grandi, ho pensato di attribuirmi il diminutivo del mio nome, Nano».

Alcuni di queste star sono entrate anche nella sua celebre ed ambita galleria di ritratti? È poi vero – come sostiene l’autorevole critico d’arte e scrittore Pier Francesco Listri – che li rende come veri e propri «paesaggi dell’umanesimo»?

«Ne ho fatti più di cinquemila. Come non ricordare l’incontro con Marilyn, a metà degli anni Cinquanta. Andai apposta in America. E lei si è divertita a posare per il giovane pittore che doveva immortalarla per il cartellone di “Il principe e la ballerina”. Negli Stati Uniti sono ritornato nel 1995 per esporre nelle più grandi città: New York, Philadelphia, Boston e San Francisco».

Oltre a Marilyn, ha disegnato altri celebri personaggi, i più senza metterli in posa, immagini “rubate” a una festa, a tavola, di nascosto in pubblico. Ricordo una mostra di successo del 2003».

«Sì, quella organizzata dal Consiglio regionale a Palazzo Panciatichi, in occasione della “Festa della Toscana”, come omaggio ad alcuni grandi toscani del Novecento e del nostro tempo. Una selezione di quasi 60 anni di lavoro ritrattistico. Partendo dal mio maestro Ottone Rosai (1945), cito tra gli altri Vasco Pratolini, Pietro Annigoni, Venturino Venturi, Piero Bargellini, Roberto Longhi, Mario Luzi, Giorgio La Pira, Piero Bargellini, Primo Conti, Marino Marini, Giovanni Michelucci, Aldo Palazzeschi, Mario Monicelli, Giovanni Papini, Giovanni Spadolini, e quelli più recenti di Roberto Benigni, Antonio Paolucci e Cristina Acidini».

Ma la stagione del cinema per lei non finirà mai, anche se tornando a Firenze nel 1972 ha diversificato le sue scelte artistiche.

«Ho smesso di fare manifesti, ma nel corso degli anni sono state allestite – anche fuori dalla Toscana – mostre sulle mie opere dedicate al cinema americano. Nel 2001, con una rassegna di 50 opere, promossa dal comune di Bagno a Ripoli, ho pubblicato il volume “C’era una volta il cinema” curato da Stefano De Rosa. Mi chiedeva degli anni Settanta. Sì, appena rientrato in riva all’Arno ho continuato la mia collaborazione con la casa editrice Vallecchi: ho realizzato tante illustrazioni, per esempio ho dato il mio contributo artistico al libro “Orzowei” del maestro Alberto Manzi, all’apice della sua fama televisiva. Per l’Arma dei Carabinieri in quel periodo ho dipinto cinque grandi quadri di battaglie del Risorgimento, il ritratto dell’eroe della Resistenza Salvo d’Acquisto riproposto nel 1975 dalle Poste Italiane come francobollo commemorativo».

Si è molto divertito ed ha fatto sorridere grandi e piccini pure con Pinocchio

«La mia è stata una lettura di Pinocchio particolare (presentata nel 2003 al FilmFestival di Taormina e in mostre organizzate in Toscana) che tanto ha appassionato critici e poeti come l’amico Mario Luzi, Omar Calabrese, Vincenzo Mollica, Daniela Marcheschi, che hanno presentato il catalogo, accostando il personaggio alla mia esperienza di giovane in cerca di fortuna. Il mio Pinocchio è un discolo che, entrando in quel Paese dei Balocchi chiamato cinema, si diverte a fare scherzi ai divi. Sottrae il bastoncino a Charlot, si aggrappa alla moto rombante di Marlon Brando. Fa finta di coprirsi gli occhi di fronte ad una vaporosa, conturbante Marilyn. È insomma un Pinocchio sbarazzino, vivace».

Maestro Campeggi, non ci ha fatto mancare nulla. Ci ha trasmesso anche la sua passione per il Medioevo. Com’è nata?

«Ho iniziato da ragazzino a disegnare i figuranti del calcio storico fiorentino. Li vedevo passare vicino a casa mia quando abitavo in Costa San Giorgio, andavo a vederli nel Giardino di Boboli con i miei genitori. Ho provato e riprovato, finché non sono riuscito a rappresentare su un foglio la magia dei colori delle bandiere che volteggiavano nelle mani sapienti degli sbandieratori ed i costumi multicolori dei figuranti. Sui dipinti ispiranti al calcio storico nel 1997 è stata allestita una mostra al Palagio di Parte Guelfa ed a Lione. Nel 1999 il comune di Firenze mi ha poi nominato Magnifico Messere e l’anno dopo mi ha conferito il Fiorino d’oro».

Dal calcio in costume al Palio di Siena il passo è stato breve…

«I cavalli mi hanno sempre affascinato: credo di averlo dimostrato la prima volta nel manifesto confezionato per “Ben Hur”. Forse da lì è partita l’idea di invitarmi a disegnare nel 2001 il drappellone del Palio dell’Assunta, accompagnato dall’allestimento di una mia mostra nel Museo di Santa Maria della Scala “Pittura in diretta: è Palio”. Non lo nego: mi ha fatto un immenso piacere. Invece nel 2003 ho esposto ad Arezzo 50 tavole dedicate alla Giostra del Saracino, raccolte in catalogo».

Medioevo è anche Campaldino, altro tema del suo impegno artistico.

«Ricordo che di questa battaglia me ne parlavano sempre gli zii, che abitavano nell’Aretino. Nei miei disegni, esposti in mostra tra il 2009 ed il 2010 a Poppi e nell’Oratorio di Santa Caterina all’Antella, prendono forma le scene gloriose di cavalieri, balestre, elmi, e destrieri che presero parte alla storica battaglia dei Guelfi fiorentini (con Dante Alighieri) contro i Ghibellini aretini, fedeli all’imperatore, l’11 giugno 1289. Fu un massacro, ma nei miei quadri non c’è traccia di scene cruente. Qui ho rappresentato epicamente la preparazione del conflitto, quando l’esercito fiorentino si radunò nel Pian di Ripoli, vicino alla Badia, per decidere poi di cogliere di sorpresa l’esercito avversario passando dalla Consuma. Il mio lavoro e le mie ricerche sono state un omaggio al territorio dove vivo da più di 40 anni; un’impronta ripolese alla rievocazione di Campaldino».

Firenze, Bagno a Ripoli, il Casentino, ma anche l’Elba le è molto cara. Perché?

«Dal 1970 ogni estate vado in vacanza a Pomonte con tutta la mia famiglia. Mi godo i nipoti. Lì sono nate le mie opere storiche su Napoleone, i paesaggi del Capanne di Marciana (comune dove nel 1986 ho creato una scuola di ceramica artistica) e delle miniere di Rio, dopo i “Sassi di Pomonte”, che hanno segnato un punto fermo nella mia vita».

«Nano» Campeggi, Firenze è solitamente avara di encomi e gratificazioni. In Palazzo Vecchio (oltre che a Bagno a Ripoli) le è stata fatta una bella festa. Le hanno dato l’onorificenza del Marzocco.

«Sono ancora commosso. Devo ringraziare il presidente del Consiglio comunale Eugenio Giani, la Sovrintendente del Polo Museale Cristina Acidini ed il direttore degli Uffizi Antonio Natali, le massime autorità nel campo dell’arte a Firenze. Agli Uffizi ho appena donato  un mio autoritratto, scelto personalmente dal professor Natali, che sarà esposto nella Galleria Vasariana, il Pantheon che dall’Ottocento raccoglie gli autoritratti dei più grandi pittori del mondo. E quando sarà pronto, il nuovo Museo del Novecento avrà in dote un mio manifesto del cinema. La Acidini mi ha fatto un bel complimento, affermando che ho “trasformato Marilyn in un’icona, ben prima di Andy Warhol”. Antonio Natali lo ha replicato, affermando che sono «un poeta della memoria»: se ha amato il cinema lo deve un po’ anche a me. Sono importanti riconoscimenti: anche per questo non mi posso assolutamente fermare e devo quindi realizzare i miei tre nuovi progetti».

Uno scritto di Mario Luzi: Un artista dall’innato spirito «pinoculare»

Caro Silvano, ti invidio l’allegra bonomia con la quale ti ritrovi in Pinocchio e nella, sua spericolata e tutto sommato innocente avventura. Essa è infatti maliziosa solo nella mente degli uomini già ammalizziti. La tua vita è stata mossa e variata e ti ha copiosamente fatto conoscere il duro e l’ameno e non ti ha negato neppure il fiabesco dell’esistenza. Penso che tu abbia avuto una buona disposizione ad accettare le offerte del caso o se preferisci del destino. Per cui, quanto desumo, le sorprese non si sono presentate a te con volto ostile ma aperte alla tua curiosità anche quando erano severe. A me pare che questo tuo con Pinocchio non sia un piacevole incontro e riconoscimento retrospettivo di uomo saggio e riuscito. Uno spirito pinoculare deve essere sempre stato in te. La tua vista e la tua arte ti hanno consentito di non offenderlo. E così si ritorna e tu sei lieto di fargli festa, non come a qualcuno sopravvenuto e lietamente ravvisato ma come a uno spiritello che era stato sempre con te. Penso ai tuoi anni prestigiosi e mi dico che non ti deve essere mancato l’incontro con la fatina dai capelli turchini.

Per me le cose si misero subito in modo diverso. Non sono stato musone ma mi è mancato forse la prontezza e i miei incontri pinocoleschi sono stati piuttosto con tipi come il gatto e la volpe. La mia monelleria era piuttosto quella di un tonto e non è stata così brava da scansare quegli agguati neppure da rimediare i danni. Mi esponeva semmai all’incubo degli allungamenti del naso per qualche malestro che avrei cercato di negare e per qualche dabbenaggine che avrei voluto nascondere, ma la libertà e la sconsideratezza non sono state così generose con me. I capelli delle mie fate non saranno stati turchini ma dall’inchiostro e dall’oro di quelle capigliature mi sono venute persuasioni e conforti a vivere fino a questo discorso con te sul Pinocchio onnipresente che spero non ci voglia tradire proprio nel finale.

Mario Luzi

(questo saggio critico fu pubblicato come introduzione al catalogo curato dalla Fondazione Collodi in occasione della mostra di Campeggi «Pinocchio sono io» allestita a Taormina (7-14 giugno 2003) e poi riproposta anche qui in Toscana

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