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Neologismi. Un secolo di Zingarelli tra brexit e dronista

Il Vocabolario edito da Zanichelli ha festeggiato i suoi cento anni con una serie di lezioni in una quindicina di licei italiani. Il tema che ha maggiormente attirato l’attenzione delle scuole è stato quello delle parole nuove.

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Vocabolari (di Alessio Atrei)

Anno 1917: Nicola Zingarelli inizia la pubblicazione del suo Vocabolario, destinato a diventare, nel corso del tempo, quasi il vocabolario per antonomasia. Proprio quest’anno, nel 2017, la casa editrice Zanichelli ha festeggiato i cent’anni dell’opera con una serie di lezioni in una quindicina di licei sparsi dell’Italia, da Cerignola (paese natale di Zingarelli) a Cagliari, da Milano a Catania, passando per Roma e Firenze. Il tema che ha maggiormente attirato l’attenzione delle scuole è stato quello dei neologismi, ossia delle parole nuove; un ambito della lingua che suscita discussioni a non finire.

Un atteggiamento molto diffuso nei confronti dei neologismi è di fastidio. I neologismi sono guardati con sospetto, accusati di rovinare la lingua italiana, rifiutati come «inutili». Questo è comprensibile: gli esseri umani generalmente non amano il cambiamento, dato che provoca incertezza: perché fare vacillare le poche certezze che abbiamo, per esempio in merito alle parole che conosciamo, perché creare parole nuove, invece di usare quelle già esistenti?

Uno degli scopi della lingua è quello di descrivere in maniera efficace la realtà che ci circonda. Al mutare della realtà, è naturale che la lingua si modifichi di conseguenza, ad esempio creando nuovi termini ogni volta che si pone la necessità di descrivere in maniera sintetica un nuovo concetto: succede così da sempre. L’essere umano, dalla notte dei tempi, ha rivestito il ruolo di onomaturgo, ovvero di coniatore di parole nuove. Lo si trova scritto già nella Genesi (2:20-21): «Dio, il Signore, avendo formato dalla terra tutti gli animali dei campi e tutti gli uccelli del cielo, li condusse all’uomo per vedere come li avrebbe chiamati, e perché ogni essere vivente portasse il nome che l’uomo gli avrebbe dato. L’uomo diede dei nomi a tutto il bestiame, agli uccelli del cielo e ad ogni animale dei campi…»

Chiarito che in ogni lingua viva si creano parole nuove (che possono anche provenire da altre lingue: non a caso, si parla di arricchimento endogeno, «da dentro», o esogeno, «da fuori»), rimane un’altra domanda: come fanno i neologismi a entrare nel vocabolario? Ad esempio, nell’edizione dell’anno scorso dello Zingarelli entrarono curvy, bullizzare, antieuropeismo e pitonato; nella nuova edizione troviamo brexit, post-verità, influencer ma anche dronista, ossia «colui che fa volare i droni». Ogni anno, i neologismi che ce la fanno a tagliare il traguardo della lemmatizzazione sono diverse centinaia. E anche se è convinzione diffusa che ci siano delle commissioni addette alla cernita delle parole nuove, il procedimento è molto più meccanico: una parola entra nel vocabolario non in base al gusto dei lessicografi, ma se rispetta tre semplici parametri (a parte, ovviamente, quello di avere un significato!): 1) che le persone la trovino utile e quindi la usino, 2) che l’uso sia sufficientemente prolungato nel tempo, 3) che possibilmente venga impiegata in contesti diversi, altrimenti rischia di rimanere un gergalismo relegato a un settore circoscritto della lingua. Insomma, perché una parola finisca nel vocabolario, bisogna che questa sia realmente usata dalle persone. E non basta che diventi un tormentone per qualche mese: se poi scompare senza lasciare traccia, non transiterà nemmeno dai vocabolari. Da quando esiste l’informatica, queste valutazioni vengono realizzate tramite la statistica: se c’è un settore che nel tempo ha subito rivoluzioni davvero di rilievo grazie all’impiego dei computer, è proprio quello della lessicografia.

Facciamo un esempio. Alcuni lettori potrebbero ricordarsi una parola coniata (da un anonimo inventore) a Firenze, nel 2003, per descrivere la rotonda ovale temporaneamente creata sui viali che circondano il centro: ovonda. Questo termine era talmente icastico, per usare un aggettivo caro a Italo Calvino, che finché l’ovonda rimase in piedi tutti a Firenze lo conoscevano e usavano. Ovviamente, appena i new jersey vennero rimossi, la parola scomparve: non è mai finita in nessun dizionario perché è «durata» troppo poco e fuori Firenze era sconosciuta ai più. È stata, come dicono i linguisti, un occasionalismo.

I lessicografi, insomma, fanno calcoli sulla frequenza d’uso e non emettono giudizi riguardo alla bellezza o bruttezza delle parole: «suona male», «è cacofonica» non sono valutazioni che un linguista farebbe mai nel decidere se inserire o meno una parola nel dizionario. Le parole nuove, casomai, si possono dividere in utili (e allora le persone tenderanno a usarle) e inutili (molte di queste non attecchiranno mai proprio per tale motivo).

In conclusione, i neologismi sono segno di vitalità di una lingua. Se però una parola nuova non ci piace, invece di lamentarci della sua esistenza, abbiamo un modo molto semplice per evitare che finisca nella nuova edizione dello Zingarelli (o di altri vocabolari): non usarla. I dizionari descrivono, osservandola, la lingua che noi parliamo. Quindi, noi parlanti siamo in buona parte responsabili di quello che i dizionari registrano.

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