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Dal n. 8 del 26 febbraio 2006

Quaresima, il digiuno non è solo penitenza

I quaranta giorni che precedono la Pasqua rappresentano un tempo di astinenza e di mortificazione. Ma ha ancora senso tutto questo o fa irrimediabilmente parte del passato? E la rinuncia a cui la Chiesa ci invita non potrebbe essere più efficacemente sostituita da altre forme di sacrificio, magari maggiormente attente al sociale e ai bisogni dei poveri? Un filosofo (Sergio Givone) e uno storico (Franco Cardini) ci aiutano a capire il senso di una pratica sorprendentemente ancora valida.
DI LORELLA PELLIS

Quaresima, il digiuno non è solo penitenza

I quaranta giorni che precedono la Pasqua rappresentano un tempo di astinenza e di mortificazione. Ma ha ancora senso tutto questo o fa irrimediabilmente parte del passato? E la rinuncia a cui la Chiesa ci invita non potrebbe essere più efficacemente sostituita da altre forme di sacrificio, magari maggiormente attente al sociale e ai bisogni dei poveri? Un filosofo (Sergio Givone) e uno storico (Franco Cardini) ci aiutano a capire il senso di una pratica sorprendentemente ancora valida.

di Lorella Pellis

Ha ancora senso oggi parlare di digiuno e di mortificazione?

GIVONE. Oggi parlare di digiuno e di mortificazione della carne è inattuale. Sembrano forme di misticismo di altri tempi. Credo invece che dovremmo ripensare un po' a questa idea di rinuncia. Ci sono a mio avviso due modi per riflettere su questa idea: in primo luogo pensarla come espiazione: mi punisco per espiare un eccesso, per esempio, per ritrovare un equilibrio, ma la mortificazione e il digiuno avrebbero in questo caso un carattere sostanzialmente punitivo. Un altro modo, secondo me più interessante, di concepire il digiuno è considerarlo come un raccogliersi nell'essenziale, come un voler spogliarsi di tutto ciò di cui si può fare a meno. Mentre la punizione è una realtà negativa, il raccoglimento ha una funzione positiva nel senso che ci permette di vedere le cose in un'altra luce, dandoci la possibilità di goderne di più e meglio, di capire davvero cos'è l'acqua, l'aria, il cibo. L'essenzialità di tutto ciò ci appare solo nella misura in cui sappiamo prenderne le distanze e fare dei piccoli sacrifici.

CARDINI. Certamente sì che ha senso parlarne: anzi, digiuno e mortificazione sono necessari. La «libertà» secondo l'invalso modello occidentale è un'illimitata sudditanza dell'individuo ai suoi istinti e ai suoi impulsi. Sappiamo che il modo migliore per battere gli impulsi sia il controllarli e il dominarli, non già il soddisfarli di continuo. Le tecniche di controllo del corpo sono il segno della raggiunta libertà come autogoverno di se stessi: è questo che l'Occidente moderno delle diete e dell'anoressia non riesce a capire. Il modello da cui discende la pratica del digiuno e in genere tutte le tecniche di dominio del corpo e degli istinti è naturalmente quello di Gesù nel deserto di Gerico per i quaranta giorni di digiuno. La tradizione delle tecniche di controllo del corpo attinge a modelli che sono per la verità principalmente indiani e greci (i «ghymnosophistai») che non ebraici, ed è uno degli elementi che tengono aperto il discorso delle influenze mistico-ascetiche orientali (o esseniche) sul cristianeismo.

Qual è il significato più profondo del digiuno cristiano?

GIVONE. Credo che sia ancora un'altra cosa ancora rispetto a quello che dicevo prima. Le due accezioni che abbiamo considerato sopra sono presenti nella tradizione cristiana. Ma credo che nella Quaresima cristiana ci sia anche un momento di «imitatio Christi», ci si prepara alla Passione e alla Risurrezione e quindi è un itinerario che comporta il sacrificio di sé. Niente come il cibo è parte di noi stessi. Sacrificare almeno in parte il cibo significa rinunciare a parte di noi stessi. Se questa rinuncia viene letta nella prospettiva dell'imitazione di Cristo allora rappresenta un terzo momento, forse il più alto, dove la Quaresima è un cammino verso la Risurrezione.

CARDINI. Il digiuno cristiano è l'imitazione del digiuno di Gesù; il conseguimento della libertà sugli istinti corporali (che di per sé sono buoni ma debbono essere regolati); la solidarietà ritualizzata con quanti nel mondo hanno fame e sete (non solo di giustizia); il rispetto e il recupero della tradizione e quindi dell'identità, in un mondo cristiano che oggi dice di averne tanto bisogno e s'illude di recuperarla ad esempio sventolando i simboli religiosi in segno di sfida nei confronti dell'Islam, che è, viceversa, un'ostentazione strumentale e polemica blasfema.

Eppure nella realtà di ogni giorno il concetto del digiuno rischia di essere banalizzato e quasi strumentalizzato a fini politici come dimostrano, ad esempio, gli scioperi della fame...

GIVONE. Sono d'accordo, non solo banalizzato ma a volte strumentalizzato fino al ricatto. Il digiuno in funzione ricattatoria nei confronti degli altri è ciò che caratterizza malattie oggi in aumento. Pensi quante ragazzine soffrono di anoressia. Pur con tutta la cautela necessaria per parlare di certi argomenti, bisogna capire che l'anoressia è una forma di digiuno non, come nel caso di quello quaresimale, in funzione di una ricerca spirituale che mi fa crescere, ma proprio il contrario, in funzione della mia distruzione. È il lato negativo del digiuno cristiano, è il rovescio della medaglia, un rovescio che dà angoscia, sia che l'intendiamo come digiuno puramente strumentale, che serve per raggiungere un obiettivo (politico o altro), sia nel senso di richiamare su di sé l'attenzione (dei genitori, degli amici), quasi una forma di suicidio. È vero che la Quaresima, il digiuno cristiano e anche l'anoressia stanno in rapporto con la morte ma la Quaresima cristiana sta in rapporto con la morte per vincerla. Nel caso dell'anoressia, invece, ci si dà alla morte.

CARDINI. Il digiuno è banalizzato, strumentalizzato anzi peggio: c'è una sostituzione dei doveri etici e spirituali (tener l'anima in ordine al cospetto di Dio) con «doveri» idolatrici nei confronti del corpo; si considera il digiuno come mezzo per mantenere bellezza, efficienza fisica, giovinezza, non come mezzo per controllare il corpo al servizio di Dio e per onorare il Signore attraverso il sacrificio. Riscoperto con saggezza e moderazione, trovo che l'ascetismo sarebbe uno splendido antidoto al distruttivo individualismo degli occidentali e alla loro schiavitù rispetto ai sensi e alla materia.

Ogni anno con la Quaresima torna anche la pratica dei cosiddetti fioretti. Hanno un loro valore o sono inutili?

GIVONE. Mi capita di tanto in tanto di essere vegetariano. La scelta può essere di tipo etico (capire che sarebbe giusto non mangiar carne perché anche gli animali meritano il nostro rispetto) ma al di là di tutto questo c'è anche un motivo che definirei «estetico». Se io non mangio carne riesco a capire quanto possa essere buono uno zuppone di verdura. È proprio un ritrovamento dei gusti più semplici quello di cui mi rende capace la rinuncia o il fioretto. Non è una scelta puramente negativa in funzione dell'espiazione di qualche peccato ma una scelta di misura, di ordine, di riscoperta di ciò che non solo è semplice ma, a volte, anche più buono.

CARDINI. I fioretti hanno un senso, certamente: a patto che essi siano un sacrificio della propria volontà e dei propri istinti per onorare Dio e non un illusorio mezzo magico per estorcerGli delle grazie.

Il vostro personale cammino quaresimale è caratterizzato anche da fioretti e rinunce?

GIVONE. Osservo poco la Quaresima nel senso che tutte queste pratiche cerco di farle mie durante l'anno ma non necessariamente in concomitanza con la ritualità della festa liturgica. Quando non mangio carne sto bene. Se penso in termini di raccoglimento, è un mio cammino spirituale che porta dei frutti, anche se non sempre. Non aspetto la Quaresima per fare certe cose, ma cerco di distribuirle durante tutto l'arco dell'anno.

CARDINI. Io ci provo ad osservare la Quaresima: con qualche piccolo sacrificio in più (sono un cristiano all'antica, che continua a praticar il digiuno del venerdì anche se spesso se ne dimentica). Consiglierei la pratica della Via Crucis del venerdì. È molto meglio che non portar una croce al collo ben in vista con l'intenzione di «far dispetto» ai musulmani, ch'è una delle tante pratiche blasfeme con le quali oggi qualcuno s'illude di recuperare la propria identità.

Parola per parola
Il tempo di mangiar di magro
• Quaresima: come evidenzia l'etimologia latina, la Quaresima segna i giorni che passano dalla fine del Carnevale alla Pasqua di Risurrezione. Quaranta è il numero che ricorre sistematicamente nella storia biblica e la Quaresima è dedicata dai Cristiani all'emulazione dei quaranta giorni di digiuno, passione e morte di Cristo. In realtà la Quaresima dura 44 giorni e va dal mercoledì delle ceneri al momento della Messa vespertina (In Coena Domini) del giovedì santo. Nelle zone in cui è in vigore il Rito Ambrosiano, invece, il periodo di Quaresima dura esattamente 40 giorni e va dalla domenica successiva al martedì grasso (con il protrarsi del Carnevale fino al sabato della stessa settimana) al giovedì santo. La parola Quaresima deriva dal latino parlato quarresima, a sua volta dal latino classico quadragesima, «quarantesima»; nel latino ecclesiale è sottinteso «diem», «quarantesimo giorno prima della Pasqua».
• Penitenza: con questa parola si indicano: il «pentimento e dolore per il male commesso»; «qualunque privazione o punizione cui ci si sottopone coscientemente a scopo riparatorio e simili»; «uno dei sette sacramenti, istituito da Gesù Cristo per rimettere i peccati commessi dopo il battesimo»; il «castigo o punizione che si dà ai fanciulli». La voce è dotta e deriva dal latino paenitente, participio presente del verbo paenitere, «pentirsi».
• Astinenza: è la astensione da alcuni cibi comandata dalla Chiesa in certi giorni e periodi dell'anno come la Quaresima. La parola deriva dal latino abstinentia, dal verbo abstinere («tenere lontano»), composto appunto da abs, «lontano da», e tenere, «tenere». Con il termine astinenza si indica anche la rinuncia ai piaceri dei sensi.
• Digiuno: dal latino ieiunum (di etimologia incerta). Digiunare significa «astenersi dal cibo o da determinati cibi per un limitato periodo di tempo, intenzionalmente o per necessità». Il digiuno quaresimale consiste nel fare un solo vero pasto al giorno (più un leggero pasto di ristoro) e nell'astenersi dai cibi vietati.
• Vigilia: la parola (dal latino vigilia) significa, alla lettera, «notte trascorsa senza dormire». Nella stessa lingua di Cicerone, però, esiste un'antica parola neutra, vigilium, che indica il tempo di quelli che vegliano e che si specializzò in ambito religioso ad indicare le ore passate in preghiera davanti al simulacro di una divinità nella notte precedente alla festa. Questa della veglia religiosa è una pratica che rimase nel passaggio fra paganesimo e cristianesimo e col nome di vigiliae si intese la notte trascorsa senza dormire, verosimilmente pregando e digiunando, prima di una festa particolarmente solenne. Insomma, divenne un modo di prepararsi ad un appuntamento liturgico importante e, per estensione, dalla notte precedente la vigilia, diventò tutto il giorno precedente un fatto di qualche rilievo. Far vigilia, quindi, significa anche questo: digiunare, astenersi, prepararsi. In questo senso, tempo di vigilia per eccellenza era ed è la Quaresima, che precede la Pasqua.
• Fioretto: è una parola dagli innumerevoli significati: «ornamento del discorso»; «detto memorabile»; «passo scelto»; «una delle tre armi della scherma»; «bottone che si mette in punta alla spada per renderla inoffensiva»; «punta d'acciaio delle perforatrici per praticare nelle rocce fori di mina». Ma in questa sede ci interessa in particolare il senso di «sacrificio, penitenza che i fedeli si impongono volontariamente come omaggio (e fioretto, diminutivo di fiore, fa proprio pensare a un omaggio floreale) di devozione al Signore, alla Madonna, a un Santo.
• Mangiare di magro: Fino dal Medioevo l'obbligo maggiormente sentito in Quaresima era il non mangiare carne e l'astinenza dai cibi più golosi. Dal momento che l'imperativo era «mangiare di magro», la lista delle cose da portare in tavola non lasciava grande scelta. Oltre alla carne si doveva rinunciare al lardo, allo strutto, ai grassi animali. «Esci tu, porco ghiottone, entra tu sarda salata», diceva la morale corrente. Restavano perciò: pane comune, polenta, ortaggi, minestroni, zuppe di magro fatte di farinate di fagioli bianchi e pasta. In Quaresima era ammesso il pesce fresco o salato, seccato, affumicato e marinato. Vero «companatico» della povera gente, emblema della tristezza del periodo, era l'umilissima aringa o saracca; arida e secca, ma forte di sapore e di odore, stuzzicante, stringata, economica. Doveva come dice Bertolt Brecht: «solitamente bastarne una sola per tutta la famiglia, sia che toccasse affumicata o ravvivata ai ferri». Addirittura nelle case più povere la tenevano appesa penzoloni ai legni del soffitto, ad altezza d'uomo, per sfregarla sopra il pane perché questo prendesse un po' di sapore..
Messaggio di Benedetto XVI per la Quaresima 2006

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