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Riscoprire Dio nella società dello spettacolo

Dio è credibile oggi? Ecco la domanda – secca, diretta – che dà il titolo al quarto Convegno diocesano (13-14 giugno) proposto dalla Chiesa di Lucca e, in particolare, dal suo vescovo, Mons. Italo Castellani. Si tratta di una questione che, certamente, va al cuore del problema. Perché è davvero urgente, in un'epoca di chiese sempre più vuote e di crescente disinteresse nei confronti della proposta cristiana, porsi domande come questa nella maniera più seria.
DI ADRIANO FABRIS

Parole chiave: lucca (40), cultura (219), dialogo interreligioso (276), teologia (78), pastorale (114)
Riscoprire Dio nella società dello spettacolo

di Adriano Fabris

Dio è credibile oggi? Ecco la domanda – secca, diretta – che dà il titolo al quarto Convegno diocesano (13-14 giugno) proposto dalla Chiesa di Lucca e, in particolare, dal suo vescovo, Mons. Italo Castellani.

Si tratta di una questione che, certamente, va al cuore del problema. Perché è davvero urgente, in un'epoca di chiese sempre più vuote e di crescente disinteresse nei confronti della proposta cristiana, porsi domande come questa nella maniera più seria. Nella maniera più seria: cioè senza risposte preconfezionate in grado di offrire consolazioni tanto immediate quanto inutili.

Il Convegno di Lucca però, per com'è stato impostato, intende dare un'indicazione di risposta andando in una direzione ben precisa. Perché non è vero che oggi non ci sia attenzione per le questioni religiose. Anzi: vi è una persistente domanda di salvezza, una voglia di andare oltre la dimensione della vita quotidiana, il desiderio di contribuire, tutti insieme, alla realizzazione di un bene comune. Solo che non sempre queste esigenze trovano risposta nelle forme e nei modi in cui si manifesta il Dio cristiano. È il cristianesimo, dunque, che oggi viene messo alla prova: il cristianesimo come via credibile per rendere, oggi, Dio stesso credibile.

Ecco perché il Convegno, molto opportunamente, si articola in tre momenti. Accanto alle sollecitazioni offerte dalla relazione di Francesco Cosentino sulle immagini che del divino sono state proposte nella storia e insieme alla lettura in chiave più propriamente teologica, da parte di Maurizio Gronchi, dell'immagine che di Dio ha annunciato Gesù, vi è, come di consueto, il momento della riflessione comune e della testimonianza condivisa. Sono le persone che partecipano ai lavori quelle che cercano di approfondire in che modo un'immagine del divino ha rappresentato per loro un aiuto, un sostegno, o non piuttosto un impedimento per vivere il cristianesimo.

Non dimentichiamoci infatti che le immagini del divino sono immagini comunque offerte agli esseri umani. E gli esseri umani le hanno elaborate, approfondite, sviluppate, talvolta senza distinguere ciò che risultava frutto di questa loro elaborazione da ciò che invece rinviava, attraverso di esse, a una dimensione ulteriore.

Anzi: proprio tale confusione tra i contenuti della rivelazione e i modi in cui essa è stata di volta in volta comunicata, proprio il venir meno della differenza – anzi, della vera e propria tensione – tra il senso dell'annuncio e le forme storiche in cui gli esseri umani lo hanno recepito sono stati atteggiamenti che hanno probabilmente contribuito ad allontanare molti dalla fede. Perché il rischio era di credere non tanto in Dio, quanto in una sua specifica immagine. In un'immagine elaborata dagli esseri umani e, magari, funzionale ai loro interessi.

Questo, a ben vedere, accade anche oggi, e in una misura ancora più ampia che nel passato. Infatti oggi viviamo in una società dello spettacolo, nella quale ogni cosa può essere considerata secondo l'immagine che ne viene proposta. Insomma: nella società dello spettacolo tutto ciò che si manifesta, che si rivela, che appare, è concepito appunto secondo una logica dell'apparenza. Così come appare, cioè, così è destinato a scomparire. Anche Dio.

Non stupiamoci dunque se, nel mondo contemporaneo, Dio stesso non sembra più credibile. Come credere infatti a qualcosa o a qualcuno che si manifesta in immagini umane, troppo umane, destinate prima o poi a dileguare?
Resta però, forse, una possibilità per invertire questa tendenza. Resta da recuperare e tener fermo il precetto biblico (Esodo 20, 4): di Dio «non ti farai idolo né immagine alcuna». Ma non intendendolo semplicemente come una proibizione. Bensì considerandolo davvero un'indicazione precisa per distinguere le immagini umane in cui di volta in volta Dio si fa conoscere, e il Dio trascendente in cui si crede. Allo scopo di purificare le stesse immagini che inevitabilmente usiamo. Solo facendo questo, infatti, Dio può essere credibile. Anche nella società dello spettacolo.

Il teologo: «Né di destra, né di sinistra. Ma di dentro»
di Andrea Bernardini

Gli uomini gli han dedicato splendide chiese ed opere d'arte, i santuari traboccano di ex-voto, alcuni han lasciato tutto quel che possedevano per seguirlo, c'è anche chi si è fatto ammazzare per lui. I pittori e gli scultori hanno provato a dargli un volto, i poeti e gli scrittori ne hanno tessuto le lodi. L'han chiamato in mille modi: Altissimo, Creatore, Padreterno, Onnipotente, Signore. Ma lui, Dio, nessuno l'ha visto. Almeno da vivo. Ci provò Mosè, che pure una certa familiarità pare l'avesse. A lui che gli chiedeva di mostrare la sua gloria, Dio rispose: «Tu non puoi vedere il mio volto, perché l'uomo non può vedermi e vivere». Chissà quanti altri ci han provato. Diciamo la verità: a tutti noi, poveri San Tommaso, piacerebbe trovarcelo in casa una mattina appena desti e spupazzarcelo un po'.

Mettiamoci l'animo in pace: «Nessuno ha mai visto Dio» ammette l'evangelista Giovanni. Offrendoci però un interessante indizio: «l'unigenito Figlio, che è nel seno del Padre, è colui che lo ha fatto conoscere».

Don Maurizio Gronchi, pontederese, è professore ordinario di Cristologia alla Pontificia Università Urbaniana di Roma. Tra le sue più recenti pubblicazioni: Gesù Cristo nelle diverse culture, Paoline, Milano 2006; Trattato su Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore, Queriniana, Brescia 2008.

Don Maurizio, partiamo dall'inizio. Lei ritiene che ricostruendo quello che fu lo stile di vita di Gesù, le sue scelte, ciò che disse, potremo farci un'idea piuttosto precisa di chi è Dio?

«Farsi un'idea di Dio è una delle cose più universali che avvengono nella mente delle persone, a volte molto vaga, altre volte fin troppo precisa. Fin da bambini, nelle diverse culture mondiali, si riceve una o più rappresentazioni di Dio. Si tratta di un pensiero, da un lato, rassicurante: c'è un'origine del mondo; c'è qualcuno che non si vede, ma è presente; dall'altro lato, è un pensiero inquietante: a lui renderemo conto per le nostre azioni; da lui dipende il giudizio su tutti. Fatto sta che, quando si cresce, quest'idea cambia, entra in crisi o si rafforza. Insomma, è un'idea che varia, a seconda dei luoghi, dei tempi e delle fasi della vita. Anche Gesù, come ogni bambino educato nella cultura religiosa ebraica del I secolo, ha ricevuto l'idea del Dio d'Israele, Creatore, Signore del cielo, della terra e della storia, Giudice delle azioni umane più o meno aderenti alla Legge di Mosè. Crescendo, però, ha maturato la propria percezione di questo Dio come Padre, addirittura come “suo Padre”, non in sostituzione di Giuseppe, ma da Lui affidato ad una famiglia umana. Così Gesù ha scoperto e rivelato il nuovo volto di Dio, ovvero, partendo da un'esperienza. Grazie a questa vicenda, i cristiani, quando pensano a Dio, si trovano davanti un'immagine articolata e un po' difficile da spiegare, perché molto precisa e sfuggente al tempo stesso: Dio è Padre di Gesù, Gesù è Figlio di Dio, lo Spirito santo è anch'egli Dio. Insomma: Dio è uno solo in tre persone».

Come dobbiamo immaginarlo, dunque?

«L'immaginazione è una cosa bellissima, appartiene alla fantasia creativa dell'uomo, che si rappresenta ciò che non vede e sa vedere al di là delle cose materiali. Perciò, è normale tentare di dare un volto al Dio invisibile, pur sapendo che siamo noi a figurarcelo. L'importante è essere consapevoli della nostra fantasia, altrimenti ce lo creiamo come meglio ci riesce, o qualcuno lo fa per noi e ce lo inculca. Per tale ragione, i cristiani hanno la possibilità di evitare questo rischio, dal momento in cui credono che Dio ha fatto l'uomo a propria immagine, e non viceversa. Ciò vuol dire che guardando Gesù di Nazaret, il Figlio unico ed incomparabile di Dio, noi “vediamo” anche il Padre, ovvero sappiamo che è il Padre amoroso dell'umanità, che ci ha fatto il regalo più grande: si è fatto vedere nel suo Figlio, cosicché sappiamo che assomiglia a Lui e assomiglia a noi. Ma non perché è una via di mezzo, ma è la stessa “Via” e lo stesso “Mezzo” per farcene un'idea più precisa».

Che visione del mondo ha? È di destra, di sinistra, di centro? O di sopra?

«Bella la collocazione spaziale della visione del mondo da parte di Dio! Peccato che nel catalogo delle nostre posizioni manchi la sua: la visione “di dentro”. Dentro il cuore dell'uomo, dentro la storia, dentro l'universo. Poiché nel più piccolo frammento di umanità Egli ha deciso di nascondersi e mostrarsi. Attraverso Gesù di Nazaret, Dio si è fatto vicino ai piccoli e ai grandi, ai poveri e ai ricchi, agli ammalati e ai sani, a tutti noi peccatori».

Ha un bel carattere o un pessimo carattere?

«Se per “carattere” s'intende il suo tipico modo di comportarsi e di reagire, direi che si potrebbe definire essenzialmente “amoroso”. Questo, almeno stando a come si comporta in Sé, ovvero nella Trinità, dove tra Padre, Figlio e Spirito non circola altro che amore. Considerando poi come si comporta con le creature, grazie al modo con cui Gesù ha agito e reagito, non ha fatto altro che perdonare e salvare».

È una immagine molto lontana da quella che si erano fatta di Dio gli uomini raccontati nell'Antico Testamento…

«Sebbene qualcuno abbia preferito immaginare un Dio arrabbiato, inflessibile, giusto e un po' accigliato – come in alcune pagine dell'Antico Testamento – la sua piena rivelazione in Gesù ci offre un'idea più completa e di altro segno».

Si fa presto a parlare dell'amore di Dio per l'uomo… sarebbe disposto domani a partire per il Giappone e dire le stesse cose a quel popolo duramente provato dal terremoto, dallo tsunami e dall'emergenza nucleare?

«A dir la verità, sarei proprio dovuto andare tra breve in Giappone, per visitare due Istituti Teologici affiliati alla mia Università, e il problema me lo sono posto davvero. In Estremo Oriente, la gente ha una diversa sensibilità nei confronti della sofferenza, che viene in certo senso inclusa all'interno del rapporto armonico tra cielo e terra. La grande forza e dignità con cui i giapponesi hanno reagito alla catastrofe è un esempio luminoso per noi occidentali. Tuttavia, resta incomprensibile l'immagine di un Dio buono dinanzi al dolore innocente. L'unica risposta possibile al “perché” è l'annuncio della presenza silenziosa ed amante di Gesù crocifisso, vicino ad ogni cuore spezzato e accanto ad ogni vita perduta, nella fiducia che Dio non è contro, ma insieme».

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