Cultura & Società
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Dal n. 11 del 16 marzo 2003

Sette secoli, un tuffo nell'italiano

Gli Uffizi ospitano sotto lo stesso tetto, la storia dell'arte italiana (che lì è di casa) e la storia della lingua italiana attraverso la prestigiosa mostra «Dove il sì suona – Gli italiani e la loro lingua», inaugurata giovedì 13 marzo da Carlo Azeglio Ciampi. La mostra fiorentina, che coglie il titolo dall'Inferno dantesco dove il poeta si riferisce agli italiani in un'Italia di là da venire definendoli «Le genti del bel paese là dove 'l sì suona», è stata realizzata dalla Società Dante Alighieri con il contributo dell'Ente Cassa di Risparmio di Firenze.
DI ANDREA FAGIOLI

Sette secoli, un tuffo nell'italiano

di Andrea Fagioli
Si prova un po' d'emozione di fronte a quella scrittura minuscola con cui Savonarola chiosò la sua Bibbia riempiendo ogni millimetro dei bordi bianchi delle pagine. Si dice che così preparasse le infiammate prediche dirette a quella Firenze che stava dimenticando i recenti trascorsi in cui Giotto da una parte e Dante da un'altra , con le loro opere cristianamente ispirate, davano origine alla nostra lingua figurativa e alla nostra lingua letteraria.

«Entrate agli Uffizi – suggerisce il soprintendente per il Polo museale fiorentino, Antonio Paolucci, ponetevi di fronte alla Maestà di Ognissanti, mettetela a confronto con quella vicina di Cimabue, e lo capirete subito. Guardando l'uno dopo l'altro quei due capolavori vedrete il greco della tradizione bizantina, ancora presente in Cimabue, trasfigurare nel nuovo stile romanzo inaugurato da Giotto».

Paolucci ha accolto con orgoglio ed entusiasmo la possibilità di ospitare agli Uffizi, sotto lo stesso tetto, la storia dell'arte italiana (che lì è di casa) e la storia della lingua italiana attraverso la prestigiosa mostra «Dove il sì suona – Gli italiani e la loro lingua», inaugurata giovedì scorso da Carlo Azeglio Ciampi.

«La nostra storia artistica – insiste Paolucci – è nata a Firenze negli stessi anni in cui il coetaneo e concittadino di Giotto, Dante Alighieri, sciogliendo il disseccato latino della Università e della Chiesa nel volgare toscano e negli idiomi dell'Europa romanza, dava inizio alla nostra storia letteraria».

La mostra fiorentina, che coglie il titolo dall'Inferno dantesco dove il poeta si riferisce agli italiani in un'Italia di là da venire definendoli «Le genti del bel paese là dove 'l sì suona», è stata realizzata dalla Società Dante Alighieri con il contributo dell'Ente Cassa di Risparmio di Firenze.

«Si era pensato anche a Roma, addirittura alle Scuderie del Quirinale – confessa il presidente della Dante Alighieri, Bruno Bottai –, ma ci sarebbe stata una contraddizione: questa mostra non si poteva fare che a Firenze e agli Uffizi». «E Firenze – risponde il vicepresidente dell'Ente Cassa di Risparmio, Edoardo Speranza – deve essere grata alla Società Dante Alighieri perché questa è la mostra più importante da molti decenni a questa parte e colma un vuoto culturale, quello di una recente sottovalutazione di Firenze come patria della lingua italiana».

«Una lingua nazionale è, di norma, un antico dialetto parlato in un'area geograficamente ristretta che è riuscito ad imporsi con forza su altri dialetti – spiega il curatore della mostra, Luca Serianni –, ma nel caso fiorentino non c'è stata imposizione, bensì prestigio letterario». Fatto sta che dopo sette secoli «la lingua che oggi adoperiamo in ufficio, in autobus, nei negozi, nelle conferenze – afferma sicuro Serianni – è il dialetto fiorentino trecentesco, con le inevitabili modificazioni». Insomma, l'italiano del Duemila è tuttora più simile a quello del Bocaccio che non a un «misto» italo-inglese e se tutto questo è vero, il merito è anche della televisione e prima ancora della radio. Non a caso nella mostra «Dove il sì suona» capita di sentire la Lacrima sul viso di bobbysoliana memoria, di vedere spezzoni di Totò, di assistere a melodrammi, ma anche di ascoltare l'eccezionale sonorità della Divina Commedia in sardo. Il tutto, in un sistema interattivo, dove spiccano, accanto al rammentato Savonarola, il Placito di Capua (il leggendario «Sao ko kelle terre per kelle fini...», esposto per la prima volta in assoluto) o la Commedia di Dante donata da Boccaccio al Petrarca, gli appunti di Michelangelo e di Galilei, i biglietti di Verdi, Manzoni e D'Annunzio, fino alla prima versione autografa dei Limoni di Montale. In poche parole, un tuffo nell'italiano e nella nostra storia da non perdere: c'è tempo fino al 30 settembre.

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